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Operatori del recupero tessile: no ai monopoli

Sull’imminente regime dell’EPR tessile gli operatori italiani del recupero hanno posizioni diverse. Parla Valentina Rossi, responsabile del gruppo lavoro tessile di Assorecuperi.

In Italia si raccolgono quasi 160.000 tonnellate annue di rifiuti tessili urbani e ne vengono selezionate ed igienizzate circa 100.000.  Tutto questo grazie a un vasto arcipelago di operatori della raccolta e del recupero, che hanno sviluppato insostituibili e specifici know how.  Per difendere i loro interessi e rappresentarli nel complesso dibattito sulla Responsabilità Estesa del Produttore ci sono 4 diverse Associazioni di Categoria: Rete ONU, Unirau, Assorecuperi e Ariu.

 

Il grande dramma degli operatori onesti

“Le nostre posizioni in parte coincidono e in parte divergono” spiega Valentina Rossi, Rappresentante del Gruppo di Lavoro Tessile di Assorecuperi, associazione di categoria affiliata a Confcommercio che rappresenta circa il 40% del mercato. “Tutte le imprese che fanno il lavoro di raccolta e recupero temono in qualche misura i nuovi scenari: ma questa è una cosa normale, perché bisognerà abbandonare alcune zone di comfort  e apprendere a giocare con nuove regole. Ma tra noi c’è chi vede la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) soprattutto come una grande opportunità.

Il grande dramma degli operatori onesti, di fatti, sono le fluttuazioni radicali del mercato internazionale degli abiti usati e delle materie prime seconde: queste ultime a volte consentono di guadagnare ma in altre fasi rendono praticamente impossibile raggiungere i punti di equilibrio economici. E’ soprattutto nei periodi di crisi che gli operatori meno onesti guadagnano più terreno, perché grazie all’irregolarità hanno maggiori margini economici e sono più competitivi sia al momento di offrire soldi ai Comuni che affidano il servizio di raccolta che quando si tratta di piazzare la merce sul mercato. Noi speriamo  che grazie all’intervento dei Produttori gli operatori più onesti diventino anche quelli più competitivi. Sappiamo perfettamente che i Produttori imporranno standard di qualità più alti e maggiori controlli lungo tutta la filiera; ciò potrebbe implicare qualche costo in più, ma sarà coperto dai Produttori stessi. Ad altri operatori piace lo schema inverso: sono disposti a pagare ai Comuni cifre salatissime per poter raccogliere gli abiti usati, ma non sopportano l’idea che ci siano maggiori vincoli e controlli in merito al funzionamento della filiera”.

“Sia chiaro” prosegue Valentina Rossi “noi non siamo né a favore dei Comuni né a favore dei Produttori. Assorecuperi è contraria a meccanismi monopolizzanti che vedano solo i Comuni o solo i Produttori tenere in pugno l’intero flusso dei rifiuti urbani. Noi siamo per il libero mercato, e vediamo di buon occhio schemi dove le raccolte organizzate dai Comuni siano affiancate da quelle organizzate da vari consorzi di Produttori. I monopoli non portano mai a nulla di buono, e lo dimostra il fatto che in Italia, così come in altri paesi europei, sono sempre più numerose le stazioni appaltanti locali che sfruttano la loro posizione di forza affidando il servizio agli operatori che offrono più denaro, senza interessarsi realmente della qualità delle filiere. Questo sistema deve finire. Un punto dove invece siamo conservatori è quello della concessione della proprietà del rifiuto. Auspichiamo che la responsabilità e l’azione di coordinamento dei Produttori sia integrata a meccanismi di concessione della proprietà del rifiuto agli operatori della raccolta e del recupero, dato che attualmente sono proprio questi meccanismi di conto proprio e compravendita a garantire l’efficienza economica ed ambientale delle filiere. Gli spacchettamenti della filiera rompono il ciclo di qualità, e tra gli operatori questo è un fatto noto. I modelli migliori sono quelli che riescono a preservare la dinamica naturale del mercato nel quadro di filiere rigorosamente tracciate e controllate”.

Le richieste e le proposte di Assorecuperi

Durante l’estate Assorecuperi è stata consultata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica a proposito della proposta della Commissione Europea riguardante l’introduzione obbligatoria di regimi di EPR tessile in tutti gli Stati Membri. “Abbiamo proposto diversi emendamenti” riferisce Valentina Rossi. “In primo luogo, abbiamo chiesto che per conciliare la gerarchia dei rifiuti con il massimo recupero vengano introdotti specifici obiettivi di Riutilizzo e Preparazione per il Riutilizzo, ma integrando le due opzioni nella stessa somma. Di fatti, privilegiare il Riutilizzo rispetto alla Preparazione per il Riutilizzo non ha alcun senso, perché l’impatto ambientale è esattamente lo stesso. Il rischio è che la retorica del Riutilizzo come ‘priorità’ dia luogo a soluzioni artificiose e distorsive, come ad esempio il cherry picking operato dai Centri di Riuso presso gli snodi logistici del rifiuto, che ovviamente mina la sostenibilità economica ed operativa degli impianti di trattamento che sono a valle della filiera, e grazie ai quali è possibile ottenere il massimo riutilizzo e il massimo recupero. Un’altra cosa che abbiamo chiesto, con molta forza, è che la rosa dei player candidati a offrire il servizio non venga ristretta artificiosamente.

Non consideriamo accettabile nessun privilegio di mercato riservato alle imprese sociali e agli enti dell’economia sociale. Su questo tema ci riconosciamo pienamente nelle Linee Guida sull’affidamento della gestione dei rifiuti tessili-abiti usati pubblicate da Utilitalia nel 2021, e condividiamo la preoccupazione esposta nel 2022 dalla Commissione Bicamerale Ecomafie nella relazione finale dell’inchiesta sugli abiti usati, che alla luce dei fatti sottolinea il grave rischio di restringere il mercato della raccolta agli enti dell’economia sociale: lasciare questi ultimi liberi di scegliere le loro filiere aumenta i rischi di corruzione, turbative d’asta, favoreggiamento delle filiere mafiose. L’unica opzione giusta è che le agevolazioni che la Commissione ipotizza di riservare solo alle imprese sociali siano estese a tutti gli operatori della raccolta, del recupero e del riutilizzo, e in particolare quelle relative all’autonomia di scelta della destinazione dei flussi; noi crediamo che tutti gli operatori debbano avere questa autonomia, ma sempre e quando le filiere siano tracciate, controllate, etiche e sostenibili.

In merito agli aspetti sociali vincolabili alla filiera dei rifiuti tessili, riteniamo maggiormente utile, inclusivo e legittimo riconoscere eventuali agevolazioni o meccanismi premiali a tutti gli Enti che applicano politiche di sostegno socialmente utili con effetti positivi e rendicontabili. Giova evidenziare che attualmente in Italia la legislazione è eccezionalmente restrittiva in merito agli enti sociali che possono gestire i rifiuti, e quindi l’effetto dei privilegi proposti dalla Commissione sarebbe ancor più restrittivo rispetto alla rosa di mercato; di fatti in Italia la raccolta del rifiuto urbano nel Terzo settore è concessa solo a Cooperative Sociali di tipo B che occupano soggetti svantaggiati. Tutti gli altri operatori e tutte le altre forme solidali sono esclusi dallo status di impresa sociale. Crediamo poi che occorra riconoscere l’importanza delle filiere extraeuropee del recupero, le quali, soprattutto per quanto riguarda il riutilizzo, rappresentano il mercato naturale degli abiti usati.

Le criticità relativa agli standard ambientali e sociali dei paesi extraeuropei possono essere risolte con  provvedimenti di tracciabilità e controllo finalizzati ad evitare esportazioni improprie, così come con la promozione di programmi di cooperazione allo sviluppo finalizzati a migliorare la gestione dei rifiuti nei paesi di destinazione. Occorre tenere conto di un fatto che per gli operatori del recupero è estremamente evidente, ma sul quale spesso si fa confusione: gli abiti usati in buono stato esportati fuori dall’Europa raramente sono fast-fashion, e pertanto la loro  durevolezza media è più alta della durevolezza media degli abiti nuovi. Il problema del fine vita dei tessili riutilizzati nei paesi africani non è diverso dal problema del fine vita degli abiti nuovi che vengono esportati negli stessi paesi. E dato che nessuno pensa che agli africani possa essere proibita tout court la possibilità di importare vestiti, occorre affrontare il problema nella sua globalità e senza misure selettive che danneggino solamente le economie del recupero”.

Safe – Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari