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Invenduto tessile, come trasformare il divieto di distruzione in business

Dal convegno di Biella organizzato da Magnolab, Retex.Green, Re.crea e SAFE-Hub delle Economie Circolari emergono le strategie industriali per trasformare l'obbligo in opportunità di mercato. Leggi i dettagli nell’articolo.

Conciliare il business con gli obiettivi ecologici, fino a renderli un tutt’uno. Questa è la grande sfida della nostra epoca. Una sfida non scontata che le industrie coinvolte traducono, giorno per giorno, in un intenso sforzo di innovazione tecnologica, di mercato e di design del prodotto.

Il tessile-moda made in Italy, che è una delle punte di lancia di questa novella rivoluzione industriale, si prepara non solo all’imminente regime di responsabilità estesa del produttore, ma anche all’adempimento delle numerose prescrizioni del Regolamento europeo “Ecodesign” (Reg UE 2024/1781). Tra queste c’è il divieto di distruzione dell’invenduto.

Se ne è parlato lo scorso 11 giugno a Biella, in un convegno tematico organizzato dai top player della circolarità tessile italiana. Oltre all’anfitrione Magnolab, tra i promotori dell’evento c’erano i consorzi di produttori Retex.Green (spin-off di Confindustria Moda e Fondazione del tessile italiano) e Re.crea (spin-off della Camera Nazionale della Moda Italiana), nonché il loro general contractor SAFE-Hub delle Economie Circolari.

Cosa dice la norma?

Il primo intervento tecnico del convegno è stato quello dell’Avv. Mara Chilosi, che ha illustrato ai partecipanti i dettagli della norma. Ai sensi dell’articolo 25 del Regolamento europeo “Ecodesign”, e come dettagliato dal successivo Regolamento di esecuzione UE 2026/2 della Commissione, dal 19 luglio 2026 le grandi imprese che producono articoli e accessori di abbigliamento e calzature non potranno più distruggere gli articoli rimasti invenduti. Dal 19 luglio 2030 il divieto si estenderà anche alle medie imprese. Oggi, secondo le stime dell’European Environment Agency, tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo viene distrutto prima dell’uso. Con le nuove regole, l’Unione punta a salvare dalla distruzione tra le 264.000 e le 594.000 tonnellate di tessili ogni anno. Non sono comprese nella nozione di distruzione la preparazione per il riutilizzo, la riparazione, il ricondizionamento e la rifabbricazione (popolarmente chiamata upcycling). Sono invece pratiche di distruzione il riciclaggio, altre forme di recupero incluso quello energetico, e lo smaltimento.

Il divieto non è esteso alle micro e piccole imprese, ma la Commissione vigilerà il mercato per assicurarsi che non siano utilizzate da quelle grandi e medie per perpetuare le pratiche di distruzione (per mezzo di cessioni di magazzino o altro).

Le imprese soggette al divieto dovranno anche impegnarsi in accurate rendicontazioni, pubblicando informative annuali sugli invenduti scartati, comunicando quantità e tipologia di ciò che è stato scartato, indicando il motivo dello scarto, indicando le destinazioni a cui lo scarto viene avviato, e descrivendo le misure adottate per prevenirlo.

Il Regolamento include un pacchetto di specifiche deroghe al divieto in relazione a prodotti pericolosi, difettati e inidonei, contraffazione, impossibilità tecnica di riparazione o rifabbricazione e documentata assenza di sbocchi commerciali.

Questioni, nodi, punti focali

A riassumere le implicazioni del divieto di distruzione per le imprese del settore è il Vicedirettore di Confindustria Moda Mauro Chezzi, interpellato dalla redazione di Oltre il Green 24 a valle del convegno. “Per alcuni marchi e tipologie di prodotto la distruzione è una prassi consolidata, e transitare al nuovo scenario sarà impegnativo”.

“La proprietà intellettuale è una leva di valore importante quando il posizionamento di mercato si basa sul prestigio del brand e sulla riconoscibilità delle qualità uniche del prodotto. Ne consegue che, in alcuni casi, mettere in circolazione l’invenduto che attualmente viene distrutto richiederà operazioni di debranding o rifabbricazione. Per alcuni articoli il costo di queste operazioni potrebbe essere elevato, ma tra le deroghe concesse dal Regolamento non è prevista l’insostenibilità economica. Questo significa che le imprese dovranno provvedere a monte producendo articoli pensati anche per il re-manufacturing”.

“Oltre alle sfide tecniche di disegno del prodotto”, sottolinea Chezzi, “ci sono quelle gestionali e di mercato. Chi punterà sulla riduzione dell’invenduto dovrà riprogrammare volumi di produzione, politiche di magazzino e punti di riordino; contemplando anche, eventualmente, stoccaggi pluriennali che consentano di riproporre collezioni datate per il segmento di mercato che apprezza il vintage”.

“Chi non vuole saturare le proprie piazze di mercato strategiche riducendo l’esclusività percepita del prodotto, e allo stesso tempo preferisce evitare costi di rimozione del logo o rifabbricazione, dovrà posizionare l’invenduto in canali esteri finora non penetrati, in America Latina, Africa o nell’Europa dell’est, e ovviamente ciò dovrà accadere in modo tracciato e certificato. Donare ad enti solidali è un’opzione, ma non è praticabile da ogni brand e in ogni caso ne va gestito accuratamente l’effetto di mercato; il rischio è che per finanziare i propri progetti sociali gli enti rivendano gli stock ai bancarellari, e che questi ultimi propongano a due euro gli stessi articoli nuovi esposti in vetrina nella boutique dall’altro lato della strada”.

“Fare switch al nuovo sistema implica un lavoro di innovazione tecnica e riorganizzazione operativa e di mercato che, nella maggior parte dei casi, va al di là della capacità e portata di una singola azienda. Tutto diventa più agevole e fattibile in una dimensione collettiva ed ecosistemica. Unendo le forze diventa estremamente più facile non solo risolvere gli aspetti problematici del cambiamento, ma anche coglierne le opportunità che ne derivano”.

“È in quest’ottica strategica che, già nel 2022, abbiamo deciso di costituire il consorzio Retex.Green. In quattro anni di lavoro, con un gruppo di più di centoventi soci pionieri, in anticipo sulla norma e grazie all’iniziativa e supporto del nostro general contractor SAFE-Hub delle Economie Circolari, abbiamo sviluppato filiere circolari, capacità operativa, strumenti di controllo e tracciabilità dei canali; mettendo in campo, tra le altre cose, numerosi progetti pilota per testare le soluzioni più innovative”.

Le soluzioni operative

A illustrare l’ecosistema di gestione dell’invenduto costruito da SAFE-Hub delle Economie Circolari è stato Massimiliano Marin.

“In primo luogo offriamo una verifica legale che consente alle aziende di avere un quadro chiaro sullo status delle loro merci e sui vincoli che ne derivano”.

“Per gli articoli che è vietato distruggere, contiamo su tre macro-canali paralleli ed alternativi. Il primo è la rigenerazione, o rifabbricazione, che dopo il redesign include operazioni di sovrastampa, stampa 3d, ricamo e rifinitura. Il secondo macro-canale sono le donazioni, che gestiamo con referenti affidabili e utilizzando strumenti avanzati di tracciabilità e reportistica ESG; aiutando, tra le altre cose, le aziende donatrici ad usufruire dei dovuti benefici fiscali. Il terzo macro-canale è la rivendita, che organizziamo, con eventuale debranding, avviando i prodotti a filiere italiane ed estere. Anche in questo caso le filiere sono tracciate, monitorate e auditate, con protocolli disegnati su misura per prevenire le criticità specifiche del settore; stiamo testando questi protocolli anche in mercati lontani come quello africano”.

“Per ciò che ai sensi del Regolamento può o deve essere distrutto”, prosegue il Business Development Manager dell’area tessile di SAFE, “assistiamo le aziende, su loro richiesta, nelle formalità legate alla distruzione certificata. Avviamo poi gli scarti tessili ad impianti di trattamento autorizzati, vigilati, auditati e certificati, e garantiamo i successivi percorsi di defibrazione e riciclaggio: quest’ultimo può essere meccanico, chimico o termomeccanico. Gli output vanno ad alimentare le medesime aziende, o altre aziende, perché adempiano ai loro obblighi di contenuto riciclato; in alternativa, quando la qualità delle fibre lo rende opportuno, il riciclaggio prende destinazioni extra-settoriali, ad esempio nella produzione di materiali isolanti, o con applicazioni in ambito geotessile ed automotive”.

A fianco di Marin, al convegno di Biella, sono intervenuti alcuni dei protagonisti dell’ecosistema. Tra questi Pattern Group, rappresentato da Laura Greppi, che ha raccontato il lavoro di riprogettazione dei prodotti in affiancamento a stilisti e direttori di produzione delle aziende. Pattern, che si avvale della capacità di 11 aziende specializzate ubicate in 7 regioni italiane, ha avviato assieme a Magnolab un laboratorio industriale di avanguardia dedicato alla prototipazione e industrializzazione di progetti closed loop su materiali tessili riciclati. Greppi ha mostrato ai partecipanti al convegno esempi concreti di stock di articoli invenduti che sono diventati nuovi prodotti grazie a interventi upcycling includenti taglio laser, nastrature, stampa 3D e ricamo.

Marco Bardelle, coordinatore di Magnolab e titolare di Tintoria Finissaggio 2000 è entrato nel dettaglio delle operazioni upcycling di decolorazione e ricolorazione, evidenziandone anche i vantaggi ambientali (nel caso delle t-shirt: circa 200 litri per ogni kg sottoposto ad upcycling a fronte dei 10.000 litri/kg necessari per produrre le t-shirt nuove). Anche Bardelle, come Greppi, ha mostrato ai partecipanti le immagini di prototipi sottoposti all’intervento di upcycling.

Alberto Grosso di Marchi & Fildi ha illustrato nel dettaglio il processo di sfilacciatura applicato a capi post-consumo o invenduti e a cascami di produzione, e come le fibre risultanti da questo processo possono diventare nuovo filato grazie a un processo brevettato di riciclo meccanico che fa tornare la fibra allo stato grezzo senza usare processi chimici aggressivi. Marchi & Fildi è riuscita ad applicare il processo anche a materiali geotessili di difficile trattamento (teli per ghiacciai), ottenendo filato utilizzabile per moda premium.

Tra gli intervenuti anche il titolare di DBTfibre Federico Demartini, che ha presentato la tecnologia di defibrazione Closeoop, grazie alla quale è possibile mantenere il più possibile lunghezza e caratteristiche originarie delle fibre, e Carlo Giuseppe Rogante di Tecne90, azienda marchigiana che è in grado di recuperare materiali tessili e plastici rendendoli riempitivo per le suole di calzature.

“Le filiere sono già pronte, e sono attrezzate per garantire l’adempimento a 360° di tutti gli obblighi di circolarità”, sottolinea Marin alla redazione di Oltre il Green 24. “Gestione dell’invenduto, gestione degli scarti di produzione, Responsabilità Estesa del Produttore, vincoli di contenuto riciclato per i nuovi prodotti e prescrizioni di tracciabilità, sono per noi parte di un unico ed efficiente sistema integrato. Accedendo a questo sistema i produttori tessili assolvono in un solo colpo tutti i loro adempimenti circolari, e, allo stesso tempo, sono in grado di allineare tutti gli elementi in una coerente visione strategica e di sviluppo. La Responsabilità Estesa del Produttore è alle porte: questo è il momento giusto per aderire ai consorzi Retex.Green o Re.crea”.