Rifiuti minerari, il piano Ispra per trasformarli in risorsa
La corsa globale all’approvvigionamento di materie prime critiche apre in Italia un fronte inedito: quello dei rifiuti estrattivi accumulati nei decenni passati e stoccati in prossimità delle miniere dismesse. Cumuli di scarti e bacini di decantazione che, con le nuove tecnologie di trattamento, possono tornare a essere fonte di metalli strategici.
La corsa globale all’approvvigionamento di materie prime critiche apre in Italia un fronte inedito: quello dei rifiuti estrattivi accumulati nei decenni passati e stoccati in prossimità delle miniere dismesse. Cumuli di scarti e bacini di decantazione che, con le nuove tecnologie di trattamento, possono tornare a essere fonte di metalli strategici.
Si tratta di un cambio di prospettiva che si inserisce nel Programma nazionale di esplorazione mineraria, predisposto dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e approvato dal Comitato interministeriale per la transizione ecologica. Un piano che affianca l’esplorazione dei giacimenti ancora presenti nel sottosuolo con il recupero dei materiali già estratti e accantonati.
La mappa dei rifiuti minerari in Italia
Secondo le stime dell’Ispra, nel solo distretto minerario sardo — il più rilevante del Paese — sarebbero presenti circa 70 milioni di metri cubi di rifiuti estrattivi. A livello nazionale il volume complessivo salirebbe a 150 milioni di metri cubi, accumulati prima dell’entrata in vigore del Dlgs 117/2008 che ha introdotto regole stringenti sulla gestione degli scarti di miniera.
Il problema non è solo quantitativo ma anche ambientale: si tratta infatti di materiali stoccati in strutture spesso precarie, che nel tempo hanno generato impatti significativi sul territorio e sulle acque.
I siti prioritari e i metalli strategici
Il nuovo programma individua una serie di siti che saranno oggetto di indagini approfondite da parte del Servizio geologico d’Italia (Ispra), nell’ambito del progetto Urbes, finanziato dal Mase con il Pnrr.
- Raibl (Udine): almeno 4 milioni di metri cubi di rifiuti con buoni tenori di zinco (1,6%).
- Monte Avanza e Salafossa (Friuli e Veneto): presenza di germanio, arsenico, nichel, tallio e cloro.
- Distretto lombardo e piemontese (Gorno, Pestarena, Valmalenco, Val d’Ossola): zinco, piombo, argento, fluorite e barite.
- Liguria (Libiola e Gambatesa): vanadio, arsenico, cobalto e terre rare.
- Sicilia e Sardegna: rifiuti di varia composizione con potenzialità di recupero di metalli strategici.
La caratterizzazione dei materiali sarà informatizzata e resa disponibile su una piattaforma dedicata, che costituirà la base per i successivi programmi di recupero e valorizzazione.
Bonifiche e investimenti: il nodo delle risorse
Il recupero dei rifiuti minerari si intreccia con la più ampia partita delle bonifiche dei siti industriali dismessi. Secondo uno studio del dipartimento industria della Cgil, l’Italia avrebbe bisogno di circa 30 miliardi di euro per mettere in sicurezza e risanare le aree compromesse dalle attività produttive del passato.
La sfida è dunque duplice: da un lato ridurre l’impatto ambientale di depositi minerari spesso pericolosi, dall’altro cogliere l’occasione di estrarre metalli preziosi per la transizione energetica e digitale — dallo zinco al germanio, dal cobalto alle terre rare — riducendo la dipendenza dalle importazioni extraeuropee.
Un tassello della strategia europea
L’iniziativa si inserisce nel quadro del Critical Raw Materials Act dell’Unione europea, che punta a rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa nella fornitura di materie prime critiche. L’Italia, con i suoi giacimenti storici e gli enormi volumi di rifiuti minerari accumulati, potrebbe diventare un laboratorio avanzato di urban mining applicato alle miniere.
La sfida ora sarà tutta nella capacità di trasformare un’eredità ambientale pesante in un asset industriale per la nuova economia verde.






