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Preparazione per il riutilizzo: che effetti avrà il nuovo Decreto ministeriale?

Trattare i rifiuti per reimmetterli nel mercato della seconda mano è diventato molto più facile. Il nuovo Decreto Ministeriale sulla Preparazione per il Riutilizzo introduce procedure in base alle quali, potenzialmente, potrebbero tornare in circolazione 600.000 tonnellate annue di beni durevoli che attualmente vengono distrutte.

Sono ormai 15 anni che la norma europea, in seguito alla direttiva sui rifiuti 98/2008, offre una chiara definizione di “preparazione per il riutilizzo” rendendo possibile, ai sensi di legge, l’autorizzazione di impianti di recupero finalizzati a reimmettere in circolazione beni riutilizzabili, ossia oggetti che possono essere recuperati mantenendo esattamente la loro funzione d’uso originaria a fronte di sempici operazioni di controllo ed eventuale ricondizionamento. Certo, in assenza di decreti nazionali che indicassero esplicitamente le procedure, fino a oggi gli enti preposti hanno posto molte resistenze ad autorizzare impianti di questo genere, tant’è che attualmente in funzione ce ne sono pochissimi.

Il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2021 segnala che la preparazione per il riutilizzo, negli ultimi anni, è stata di 600.000 tonnellate annue considerando solo i beni in buono stato e che non serviva riparare. Un volume pari all’intera produzione annua di rifiuti urbani di una città come Brescia, che è stato sistematicamente avviato a riciclo (con maggiore impatto ambientale rispetto al riutilizzo) oppure (molto più spesso data la frequente natura multimateriale dei beni durevoli) smaltito in discarica o mediante termodistruzione. Un spreco veramente enorme, e complicato da giustificare, se si tiene conto che il decreto ministeriale sulla preparazione per il riutilizzo, ai sensi della legge 205/2010, avrebbe dovuto essere pronto entro giugno 2011. Considerando i dodici anni persi, possiamo affermare che il ritardo del Ministero ha avuto un impatto ambientale quantificabile in oltre 7 milioni di tonnellate di rifiuti non preparati per il riutilizzo.

Una situazione che potrebbe finalmente cambiare grazie al Decreto 10 luglio 2023, n. 119 del MASE, il quale reca un regolamento per l’esercizio delle preparazioni per il riutilizzo in forma semplificata.
Secondo Mario Sunseri, del Comitato Scientifico di Rete ONU: “le quantità massime previste dal Decreto per avere diritto ad autorizzazione semplificata sono esigue (specialmente per alcune frazioni) e probabilmente non sufficienti ad applicare le normali economie di scala, a meno che non si tratti di impianti che ricevono, trattano e rivendono flussi generalisti (in questo caso, l’economia di scala deriverebbe da un somma delle quantità ammissibili per ogni frazione).
Il combinato congiunto dei requisiti, dotazioni tecniche, destinazione urbanistica e vincoli indicati dal Decreto rende complessa qualsiasi ipotesi di aggregare le operazioni di preparazione per il riutilizzo in autorizzazione semplificata ad attività del riutilizzo esistenti; esiste invece maggiore compatibilità tecnico-operativa e facilità di localizzazione in merito a scenari di riconversione dei Centri di Riuso posizionati presso i Centri di Raccolta Comunali; di fatti, sebbene la maggior parte dei Centri di Riuso oggi si benefici di una sostanziale assenza di vincoli ambientali, fiscali e giuslavoristici, l’esigenza di normalizzare la loro attività e renderla funzionale ai risultati ambientali potrebbe spingerli verso dimensioni più industriali dove, tra le altre cose, sarebbe giuridicamente fattibile integrare i costi di intercettazione dei beni durevoli con quelli delle altre frazioni di rifiuto conferite nei centri di raccolta, così come proposto nel modello PRISCA e già applicato da alcune cooperative del settore”.

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