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L’industria della moda segue gli obiettivi Onu su emissioni e riciclo

La filiera globale del tessile-abbigliamento non è omogenea: a fronte dell’impegno di molte aziende europee ci sono gli eccessi dell’Asia. Giulia Crivelli fa il punto della situazione.

La filiera globale del tessile-abbigliamento non è omogenea: a fronte dell’impegno di molte aziende europee ci sono gli eccessi dell’Asia

Si fa presto a dire sistema moda. E altrettanto presto si fa a indicare la moda come “seconda industria più inquinante al mondo” e con impatti sociali non sempre positivi. Ma il problema nel valutare l’impatto ambientale e sociale del sistema moda globale è che negli anni la produzione si è segmentata a misura di mercato finale o di posizionamento prezzo. Le filiere di gamma medio-alta e alta sono rimaste in Europa e in particolare in Italia, tanto che Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo, definisce il nostro Paese la sua seconda patria, dopo la Francia. Le filiere restanti, che utilizzano materie prime meno pregiate e producono prodotti con prezzi bassi o medio-bassi, si sono spostate in altri continenti, Asia e Africa in primis.

Ecco perché è difficile parlare di sostenibilità ambientale e sociale del sistema moda nel suo complesso ed ecco perché spesso, di fronte alla definizione “seconda industria più inquinante al mondo”, parte del settore insorge, giustamente invocando una specificità delle aziende e dei marchi di media e alta gamma e il grande mondo del fast fashion, che a sua volta andrebbe diviso tra gruppi occidentali, da Inditex a H&M, passando per Benetton e Ovs, a colossi cinesi dell’ultra fast fashion, come Shein.

 

Leader della sostenibilità

Non stupisce quindi trovare Moncler e Brunello Cucinelli tra i Leader della sostenibilità 2024 e il fatto che le due aziende siano anche tra le lepri del lusso conferma che la sostenibilità è un investimento, non un costo, se perseguita in modo coerente e con strategie comunicate con trasparenza a tutti gli stakeholder, dagli azionisti ai consumatori finali. Nel primo trimestre 2024 i ricavi di Moncler sono saliti del 12,6% a 818 milioni, quelli di Cucinelli del 16,5% a 309 milioni.

Tornando al quadro di riferimento, in Italia il sistema moda allargato ha chiuso il 2023 con un fatturato di 102 miliardi (+4% sul 2022) e tra le priorità della Camera nazionale della moda italiana (Cnmi), di Confindustria Moda, di Sistema moda Italia (Smi) e di Alta Gamma – associazioni di riferimento per la filiera del tessile-moda-accessorio italiano – c’è da molti anni la sostenibilità. Come dimostrano ad esempio i Cnmi Sustainable Fashion Awards, gli Oscar della moda “green” che dal 2017 chiudono l’edizione di settembre della settimana della moda donna di Milano e che sono assegnati da una giuria indipendente, con la collaborazione di 25 organizzazioni non profit internazionali e un rigoroso sistema di valutazione della sostenibilità.

 

L’impatto ambientale dell’industria della moda

Come dicevamo all’inizio, per il sistema moda italiano (il 90% dei 102 miliardi di fatturato è assorbito dall’export) è per definizione più attento all’impatto ambientale e sociale. Discorso diverso se allarghiamo lo sguardo, considerando la componente del fast e ultrafast fashion. Tutte le aziende del settore – almeno sulla carta – abbracciano i Sustainable Development Goals (Sng) dell’Onu, che al settore della moda ha dedicato diverse iniziative e progetti. Le stime variano, quelle dello United Nations Environment Programme indicano che l’industria globale della moda sia responsabile del 10% delle emissioni globali e che assorba circa un quinto dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno. Ma il problema più grande sono forse i rifiuti tessili, per i quali sono tra l’altro in arrivo stringenti leggi europee.

 

I consumatori premiano

La buona notizia è che l’industria della moda non è trainata dalla necessità – la stragrande maggioranza di noi non ha bisogno di rinnovare il guardaroba ogni stagione – ma dalle scelte dei consumatori, che possono premiare i marchi seriamente impegnati a ridurre il loro impatto ambientale e sociale. Il che ci riporta ai casi di Moncler e Cucinelli, i cui risultati nei primi mesi del 2024 confermano una sintonia con i clienti finali che va ben oltre l’elemento stilistico.

Nel dicembre 2023, per il secondo anno consecutivo, Moncler è risultata prima nel Dow Jones Sustainability Index nella categoria textiles, apparel & luxury goods. Tra gli obiettivi dell’azienda, raggiungere le zero emissioni entro il 2050 e arrivare al 2025 con l’utilizzo del 50% di tessuti e filati a basso impatto, ovvero riciclati, organici, da agricoltura rigenerativa o certificati secondo specifici standard. Ugualmente ambiziosi gli obiettivi di Brunello Cucinelli: il piano di riduzione delle emissioni di gas serra coerentemente con i principi della Science Based Targets Initiative (SBTi), è stato varato alla fine del 2021. L’impegno da qui al 2028 è ridurre le emissioni di gas effetto serra del 60% in termini di intensità economica, e in valore assoluto del 70% per le emissioni scope 1 e 2 e del 22,5% per le emissioni scope 3.

di Giulia Crivelli | Sole24ore Professionale