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La filiera globale degli abiti usati vista da africani, asiatici ed europei

Nell’ultima edizione della fiera su ambiente e rifiuti più importante d’Italia tutti gli occhi erano puntati sui produttori del tessile-abbigliamento made in italy, che dovranno farsi presto carico di due sfide chiave per l’economia circolare: le prescrizioni europee sull’Ecodesign e l’imminente regime di responsabilità estesa del produttore.

Con oltre 1600 espositori, una superfice di 166.000 metri quadrati, quasi 100.000 visitatori e decine di conferenze ogni giorno, Ecomondo è senza alcun dubbio una delle fiere più grandi del mondo del settore ambiente e rifiuti. Quest’anno, ancor più dell’anno scorso, il tema tessile è stato posto al centro. Il “Distretto Tessile” della Fiera copriva un’intera sezione del padiglione B3, con numerosi stand dei principali player e stakeholder e uno spazio conferenze dedicato. Ma il perimetro del Distretto evidentemente non bastava, dato che i convegni e le conferenze hanno strabordato anche nelle grandi sale della Hall Sud, di fronte all’ingresso principale. Gli occhi di tutti erano puntati soprattutto sui produttori del tessile-abbigliamento made in italy, destinati ad assumere un ruolo da protagonisti nei nuovi scenari dell’economia circolare tessile.

IL CONVEGNO DI SAFE E DEI CONSORZI RETEX.GREEN E RE.CREA

Il 5 novembre mattina, primo giorno di Fiera, ad aprire le danze sono stati SAFE – Hub delle Economie Circolari e i suoi consorzi di riferimento Retex.green e Re.Crea, con il partecipatissimo convegno “La transizione circolare del tessile made in Italy”, tenutosi nello spazio conferenze del Distretto Tessile.

Il settore tessile-moda italiano, che nel 2022 ha fatturato 96,6 miliardi di euro con 50.000 imprese e oltre 400.000 addetti, punta con decisione sull’economia circolare. Tuttavia, per raggiungere gli ambiziosi obiettivi ambientali, chiede regole chiare per gestire i rifiuti tessili, che in Italia potrebbero ammontare a circa 1 milione di tonnellate annue. A partire dall’introduzione del Decreto sulla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) che consentirebbe ai produttori di organizzare anche la gestione del post-consumo, portando alla massima scala i sistemi di riciclo. I numeri del settore sono imponenti: nel 2022 il tessile-moda italiano ha esportato per 80 miliardi di euro, rappresentando il 40% della produzione tessile europea. Ma il settore è consapevole anche del grande impatto ambientale della propria produzione e vuole garantire una gestione più sostenibile dei rifiuti.

Interessanti le prospettive per le fibre riciclate, come ha illustrato Pietro Luppi, esperto di economia circolare tessile, nella sua “Guida al recupero dei rifiuti tessili”, realizzata insieme a SAFE, dove fornisce un’analisi approfondita dei mercati emergenti per le fibre riciclate. “Oltre al riciclaggio fiber to fiber, che presenta tecnologie e processi consolidati ma filiere poco strutturate, stanno prendendo piede una molteplicità di nuove opzioni, anche al di fuori del settore tessile-moda. L’automotive, per esempio, rappresenta una delle frontiere più promettenti per l’utilizzo di fibre tessili riciclate, ma crescono anche, a forte ritmo, le applicazioni nel settore edile, l’impiego di fibre tessili riciclate per l’isolamento termico e acustico, e il geotessile”.

“La grande disponibilità di materiali riciclati che risulterà dagli obiettivi della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR)”, ha aggiunto Luppi “si integrerà con la necessità di garantire contenuto riciclato nei prodotti, data dal nuovo regolamento sull’ecodesign. Oggi il recupero dei rifiuti tessili, in particolare quelli post-consumo, si regge su aspettative di riutilizzabilità che si assestano attorno al 50% del raccolto, ma quando i volumi aumenteranno sarà di meno il riutilizzabile e crescerà moltissimo il riciclabile, determinando una vera rivoluzione nei punti di equilibrio economici delle filiere”.

Sul fronte tecnologico, le sfide non mancano. “Stiamo sviluppando sistemi innovativi di riconoscimento automatico delle fibre post-industriali”, ha spiegato Massimiliano Marin, responsabile tessile di SAFE. “Collaboriamo con aziende italiane ed estere che gestiscono canali second hand italiani ed esteri. Abbiamo, inoltre, creato un sistema di operatori del riciclo di fibre naturali e sintetiche. Ma ci sono ancora criticità tecniche da superare, come la gestione dei tessuti con più di due fibre o con elevate percentuali di elastomeri”.

“Ora tutto si gioca sugli atti delegati che la Commissione Europea dovrà redigere in merito al regolamento europeo Ecodesign”, ha avvertito Mauro Chezzi, vicedirettore di Sistema Moda Italia e referente associativo consorzio Retex.Green. “Nel dialogo con la Commissione puntiamo a ottenere prescrizioni in grado di valorizzare il know how della filiera e il ruolo propulsivo dei produttori nella trasformazione sostenibile”.

“La circolarità è il futuro del nostro settore e rappresenta un’opportunità per differenziare il Made in Italy, ma è fondamentale che la normativa di riferimento sia in linea con le esigenze del mercato e che ci sia un dialogo costante per affrontare insieme queste sfide”, ha aggiunto Roberto Tognoli, direttore del consorzio Re.Crea, nato da un paio d’anni per volontà di imprenditori aderenti a Camera Nazionale della Moda Italiana. “Seguendo la normativa europea che sta per essere finalizzata, occorre che le imprese del Made in Italy continuino ad utilizzare materie prime di alta qualità che garantiscano la durabilità dei capi”, ha puntualizzato Tognoli.

Guardando al futuro, il settore è in attesa dell’imminente introduzione di un regime di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Gli imprenditori si sono posti l’obiettivo di preservare i tessili post-consumo e la materia prima tessile, minimizzandone lo smaltimento e favorendone la circolarità. Tutto questo si traduce in forti investimenti che gli imprenditori sono pronti a sostenere.

In attesa delle nuove norme, il settore si sta già muovendo. “Abbiamo messo sotto controllo la filiera creando una rete di trasportatori, punti di stoccaggio e impianti di trattamento capaci di gestire le operazioni di raccolta e recupero in tutta Italia”, ha concluso il CEO di SAFE Giuliano Maddalena di fronte alla sala strapiena. “Ma per fare il salto di qualità serve un quadro normativo adeguato”.

La palla passa ora al legislatore: il decreto nazionale sull’EPR, atteso da tempo, potrebbe finalmente sbloccare gli investimenti e trasformare una sfida ambientale in un’opportunità di innovazione per il Made in Italy, aprendo nuove prospettive per aumentare i tassi di recupero complessivi del settore tessile nei prossimi anni.

CONSORZI AI BLOCCHI DI PARTENZA

I produttori hanno approfondito i loro punti di vista nel pomeriggio del 5 novembre, sempre nel Distretto Tessile, in un convegno organizzato da economiacircolare.com titolato “EPR tessile: consorzi ai blocchi di partenza in attesa di un quadro normativo certo”. Ad aprire il convegno è stato l’intervento di Karolina D’Cunha, Vice capo unità del Distretto Generale Ambiente della Commissione europea, che ha spiegato che la direttiva quadro europea sui rifiuti è al punto di essere modificata per introdurre un regime EPR europeo armonizzato sul tessile, che imporrà requisiti minimi che tutti gli Stati Membri dovranno rispettare. A partire da questi requisiti, ogni Stato istituirà il proprio regime. L’allegato che indicherà i prodotti tessili soggetti all’EPR includerà non solo l’abbigliamento ma anche le calzature; saranno invece esclusi i materassi. A essere coinvolte nell’EPR saranno anche vendite online ed esportazioni extraeuropee, il tutto nel quadro di un sistema di eco-modulazione, dove i produttori saranno chiamati a pagare contributi ambientali inversamente proporzionali al livello di riutilizzabilità e riciclabilità dei prodotti che immettono sul mercato. I produttori saranno anche vincolati ad organizzare raccolte differenziate di rifiuti tessili e a fornire dati su questo lavoro, nel contesto dell’obbligo, già stabilito dalla norma europea, di implementare raccolte differenziate del tessile in tutti gli Stati Membri. Contestualmente, verranno introdotte limitazioni alle esportazioni di abiti usati in Africa. Queste innovazioni normative dovrebbero entrare in vigore già dall’inizio del 2025, e si rifletteranno operativamente nel settore nei 2-3 anni successivi.

Dopo l’esponente europeo, hanno parlato gli esponenti dei principali consorzi di produttori che si sono costituiti in Italia. Luca Campadello, di Erion Textile, ha detto che il settore soffre dell’incertezza normativa, sottolineando che l’Europa lascerà ampi spazi di libertà ai governi nazionali nell’applicare i propri regimi EPR. Secondo Campadello, le norme nazionali dovranno soddisfare anche le esigenze degli operatori che già lavorano nel recupero tessile. Secondo Michele Zilla di Cobat Tessile “uno degli obiettivi principali dell’introduzione della Responsabilità Estesa del Produttore è quella di creare le condizioni affinché la materia prima contenuta nei prodotti tessili giunti a fine vita torni ad essere utilizzata nelle nuove produzioni, garantendo circolarità all’interno della filiera. Vanno individuate raccolte il più idonee possibili per far sì che la fibra da riciclare sia della più alta qualità possibile, senza trascurare il riutilizzo che, come richiede l’Europa, deve essere il primo anello delle filiere circolari”. Mauro Chezzi di Retex.green, ha ribadito che i produttori made in italy , in virtù del nuovo regolamento ecodesign, non saranno più chiamati solo a fare prodotti “belli e ben fatti”, come richiede il loro target di mercato, ma anche “prodotti durevoli, riciclabili e con contenuto di fibre riciclate, e il tutto dovrà essere corredato da set informativi che ne rendicontino la performance ambientale; tali rendicontazioni, in virtù della direttiva green claim, dovranno essere numerici ed oggettivi”. In merito all’EPR Chezzi sottolinea che “i produttori sono pronti a partire”, e in attesa del decreto che porrà obblighi e vincoli sul post-consumo, si sono già attivati costruendo filiere di circolarità degli scarti di produzione. L’obiettivo finale è il decoupling, ossia lo sganciamento della crescita delle aziende dall’utilizzo di risorse vergini, dalla produzione di rifiuti e dall’emissione di gas climalteranti. Questo è possibile solo grazie alle nuove tecnologie, e ad investimenti che hanno bisogno di una scala di milioni di tonnellate; una scala che potrà essere garantita solo dall’obbligatorietà del regime EPR in tutta Europa.

Giancarlo Dezio, di Ecotessili, ha espresso preoccupazione sulla molteplicità di merceologie che saranno coinvolte dall’EPR europeo, sottolineando che l’applicazione della norma non sarà affatto facile. “Nessuno è ancora in grado di dire a quanto ammonterà il contributo ambientale a carico delle aziende produttrici, a quali procedure e modi di produzione dovranno adeguarsi, e a quali controlli dovranno essere sottoposte”.

Roberto Tognoli di Re.Crea, riferendosi ai nuovi scenari circolari, ha affermato che i grandi brand italiani “sono abituati alle sfide, e vedono le nuove prescrizioni ambientali non come un problema ma come uno stimolo”. Tognoli ha ringraziato SAFE-hub delle economie circolari per aver accompagnato Re.Crea a costruire una filiera “tracciata, certificata, ma soprattutto caratterizzata da una grande chiarezza sulle informazioni riguardanti il percorso degli scarti industriali e post-consumo”; un approccio che tutela pienamente i brand aderenti al consorzio. Per questi brand la circolarità non è vista come un’opportunità di business, dato che la materia secondaria finisce per costare più di quella vergine, ma questo non inibisce grandi investimenti di innovazione e sviluppo in questa direzione. Si tratta di un impegno di carattere etico, finalizzato a proteggere l’ecosistema e migliorare le condizioni di vita delle persone. Le imprese produttrici dell’abbigliamento stanno lavorando molto sulla durabilità dei capi, ed è importante che in questo ambito a sforzarsi non siano solo le imprese che lavorano sulla fascia medio-alta ma anche quelle che si posizionano sulle fasce basse.

LE SFIDE DELLA PRODUZIONE SOSTENIBILE E DELL’ECODESIGN

Nel convegno “Tessile: Produzione Sostenibile & Ecodesign: le sfide”, curato da AISEC (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare), Mauro Chezzi ha portato il punto di vista di Sistema Moda Italia. L’associazione di categoria dei produttori made in Italy sta aiutando le aziende a “ridurre la complessità nell’affrontare le nuove normative europee. Bisogna imparare a cavalcare lo tsunami normativo”, in primo luogo dotandosi di strumenti di misurazione adeguati.

“La complessità è inevitabile. È riconducibile a un’azione legale che non ha precedenti “ha commentato l’avvocato Guido Belitti .“Negli ultimi anni è stato varato il Green Deal e poi di seguito abbiamo recepito nuove norme in un lasso di tempo molto ristretto”. Una delle sfide principali è il Regolamento sull’Ecodesign. “Lo tsunami è alla sua prima ondata“, ha aggiunto Belitti, “ora ci sono le norme nel dettaglio, che saranno più sensibili e complesse nell’implementazione nelle aziende. Qui si apre il tema del recepimento delle norme nei singoli Paesi”.

“Capisco che il quadro sia complesso. Ma se non ci fosse una legislazione a livello europeo, lo tsunami normativo si sarebbe magari moltiplicato a livello nazionale per i diversi Paesi” ha concluso Alberto Parenti della Commissione Europea. “Questa è un’armonizzazione legislativa che serve a facilitare lo sviluppo di aziende che vogliano abbracciare politiche verdi. E crediamo che permetterà alle imprese di essere più competitive sul mercato internazionale”.

Safe – Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari