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Fiscalità e ambiente

Maurizio Nadalutti, Dottore Commercialista, fa il punto della situazione sull’applicazione di strumenti fiscali per ottenere risultati ecologici. La fiscalità ambientale ha mostrato di essere efficace; ma il vero cambiamento, secondo Nadalutti, arriverà solo quando i Governi riusciranno a coordinare mondialmente le loro politiche fiscali.

Il nostro Pianeta è in sofferenza. Gli effetti del surriscaldamento globale sono ormai tangibili, con evidenti conseguenze sull’ambiente e sulla biodiversità. Così come sono in progressivo aumento l’inquinamento dei mari, dell’aria, del suolo e del sottosuolo, con conseguenze negative anche per la salute degli stessi esseri umani, che ne sono la causa.

Per questo motivo gli Stati, chi più chi meno, stanno sempre più prendendo coscienza dell’importanza della salvaguardia dell’ambiente.

A questo fine, anche lo strumento delle fiscalità può giocare un ruolo di rilievo, prevedendo dei tributi aggiuntivi che disincentivano pratiche che danneggiano le risorse ambientali, nella logica di “chi inquina paga”.

In sostanza, l’obiettivo è quello di attribuire la spesa funzionale alla tutela e al ripristino delle risorse ambientali all’autore della condotta lesiva dell’ambiente, mediante l’istituzione di apposite prestazioni patrimoniali, quali tributi, tariffe, canoni o contributi.

In questo modo viene promossa – in modo tutto sommato persuasivo, data la spesa “extra” che viene imposta agli operatori economici – l’adozione di comportamenti o processi produttivi attenti all’ambiente, disincentivando l’utilizzo di prodotti inquinanti o il consumo irresponsabile di risorse scarse.

Ne è un esempio, nel nostro ordinamento, l’imposta sul consumo dei manufatti in plastica con singolo impiego, c.d “Plasic Tax”, introdotta con la legge di Bilancio 2020 (articolo 1, commi 634- 658, della legge 160/2019), in recepimento della direttiva del 5 giugno 2019, n. 2019/904/UE.

Tale imposta, la cui entrata in vigore è stata oggetto di numerose proroghe, l’ultima al 1° luglio 2024, colpisce il consumo di manufatti con singolo impiego, denominati “MACSI”, che hanno o sono destinati ad avere funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari, realizzati con l’impiego, anche parziale, di materie plastiche e che non sono stati ideati, progettati o immessi sul mercato per compiere più trasferimenti durante il loro ciclo di vita o per essere riutilizzati per lo stesso scopo per il quale sono stati ideati.

La misura dell’imposta è di 0,45 euro per chilogrammo di materia plastica contenuta nei summenzionati manufatti (MACSI).

In ambito domestico, si può citare anche l’imposta sul consumo delle bevande analcoliche edulcorate, la c.d. “Sugar Tax”, anch’essa introdotta con la legge di Bilancio 2020 (articolo 1, commi 661-676, della legge 160/2019) e anch’essa, per ora, rimasta solo sulla carta, posto che la sua operatività è stata oggetto di diversi differimenti, da ultimo, al 1° luglio 2024. Ad ogni modo, tale imposta ha un duplice fine: quello della tutela della salute e del benessere delle persone (uno degli obiettivi fissati dal programma d’azione Agenda 2030, si veda più sopra), ma anche quello di utilizzo responsabile delle risorse ambientali, in particolare in un’ottica di riconversione, posto che lo zucchero può essere impiegato, in luogo al consumo ai fini alimentari, per la produzione di biocarburanti, i quali sono decisamente meno impattanti sull’ambiente rispetto ai combustibili fossili.

Il problema sottostante alle misure fiscali come quelle a cui si è fatto sopra cenno, è che in molti casi l’efficacia è limitata a determinati territori (Stato o gruppo di Stati). Cosicché, si possono configurare fenomeni di delocalizzazione, ossia l’impresa che produce inquinanti potrebbe decidere di spostare la propria sede in territori in cui le norme ambientali sono meno restrittive.

Ai fini di limitare questo tipo di fenomeno, senz’altro d’interesse è la disciplina approvata dalla Commissione europea con Regolamento UE 2023/956 denominato “Carbon Border Adjustment Mechanism” (CBAM) adottato il 10 maggio 2023. Tale misura, che ha introdotto un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, ossia, di fatto, un nuovo “dazio ambientale”, è finalizzata a garantire che gli importatori di determinate categorie di prodotti riconducibili all’industria che utilizza alta intensità di carbonio e di elettricità – i settori interessati sono molteplici, ad esempio, l’industria del cemento, dell’energia elettrica, dei concimi, della ghisa, del ferro, dell’acciaio, dell’alluminio e dell’idrogeno -paghino un prezzo commisurato alle emissioni di carbonio in esse incorporate, paragonabile a quello sostenuto dai produttori UE nell’ambito del sistema di scambio delle quote di emissione (EU ETS). In buona sostanza, gli importatori di determinati beni la cui produzione comporta elevate emissioni di gas inquinanti, saranno tenuti ad acquistare dei certificati ad un prezzo corrispondente a quello delle quote del sistema ETS.

L’obiettivo di fondo è appunto quello di disincentivare la delocalizzazione delle unità produttive delle imprese residenti nell’Unione Europea in Paesi nei quali le norme a tutela dell’ambiente sono meno restrittive. Fenomeno che, oltre a rilocalizzare le emissioni di carbonio, rendendo meno efficaci le misure di contrasto all’inquinamento dell’aria introdotte dall’Unione Europea, sta altresì penalizzando il mercato del lavoro unionale.

Non deve però essere intesa come una misura con una finalità protezionistica, ma che ha l’intento di contribuire ad una riduzione significativa delle emissioni inquinanti, non solo all’interno dell’Unione Europea, ma anche al di fuori dei confini unionali (d’altronde il Pianeta è sempre lo stesso!), posto che potrà risultare un incentivo per gli Stati extra-UE ad adottare politiche finalizzate alla salvaguardia dell’ambiente, per non penalizzare le esportazioni nell’Unione Europea delle proprie aziende.

Entrando nello specifico della misura in parola, nella prospettiva di entrata a regime della relativa disciplina, si rileva la regolamentazione di due fasi, in modo da garantire una graduale introduzione dei nuovi adempimenti.

La prima è decorsa dal 1° ottobre 2023 e termina il 31 dicembre 2025 e rappresenta un periodo di transizione durante il quale gli importatori UE non devono acquistare i summenzionati certificati ambientali, ma sono tenuti a rispettare degli obblighi di “compliance”, consistenti nella presentazione di talune comunicazioni in cui devono essere indicati i quantitativi di carbonio presenti nei prodotti importati. Così come previsto dal Regolamento attuativo relativo alle norme di rendicontazione, pubblicato il 17 agosto 2023, all’interno di tali dichiarazioni, gli importatori – durante la fase transitoria – devono, tra l’altro, riportare: il tipo di merci identificato dal relativo codice di Nomenclatura Combinata; la quantità di beni importati, le emissioni dirette e indirette in essi contenute, calcolate secondo specifiche modalità; qualsiasi “prezzo del carbonio” già pagato all’estero per le emissioni; qualsiasi materiale precursore incorporato nel prodotto finale; lo Stato in cui è dovuto il prezzo del carbonio; lo Stato di origine delle merci importate; l’identità e l’ubicazione degli impianti in cui i beni sono stati prodotti e i percorsi di produzione utilizzati per la fabbricazione dei beni (e parametri di produzione associati). La citata dichiarazione ha cadenza trimestrale: la prima, riferita all’ultimo trimestre 2023, doveva essere presentata all’Agenzia delle Dogane entro il 31 gennaio 2024, ma per problemi tecnici, l’adempimento è stato prorogato di 30 giorni. La prossima scadenza è ora il 30 aprile 2024, in relazione alle importazioni effettuate nel primo trimestre 2024.

I dati e gli elementi comunicati alla Commissione saranno raccolti in un apposito registro CBAM, ovvero in una banca dati elettronica standardizzata, che sarà funzionale alla definizione della disciplina definitiva.

L’importanza dei dati che si intende raccogliere è avvalorata dal fatto che, in caso di irregolarità, l’importatore potrà incorrere in sanzioni per un importo fino a 50 euro per ogni tonnellata di emissioni non dichiarata. Le penalità sono maggiorate qualora siano state presentate consecutivamente più di due relazioni incomplete o inesatte oppure se le relazioni non sono state presentate per più di sei mesi.

La seconda fase avrà inizio il 1° gennaio 2026. Da tale data gli stessi importatori saranno tenuti ad acquistare i certificati CBAM, corrispondenti alle emissioni incorporate dei beni importati.

Sempre con l’obiettivo di tutelare l’ambiente, oltre alle misure disincentivanti come quelle che sono sopra state descritte, risultano molto efficaci anche le iniziative legislative che invece promuovono le buone condotte, ossia benefici o incentivi fiscali. Un esempio noto nel nostro ordinamento sono le detrazioni fiscali previste per gli interventi edilizi di riqualificazione energetica, introdotte con la legge Finanziaria 2007 (legge n. 296 del 27 dicembre 2006) e successivamente riproposte nel corso degli anni.

Più numerosi sono gli interventi sotto forma di contributi, come gli ecoincentivi nel settore automobilistico o i diversi contributi previsti sia a livello statale, sia a livello regionale, per favore interventi di efficienza energetica, quali installazione di impianti fotovoltaici, o per l’adozione di modelli di economia circolare, come i progetti di c.d. “transizione green”.

Nonostante ciò, c’è ancora molto da fare: occorre, in particolare, un coordinamento tra tutti gli attori in campo (i diversi governi mondiali, nello specifico), anche perché quanto di buono fatto da taluni non può essere vanificato da condotte irresponsabili e dannose di altri. Però, se non altro, sembra che la problematica della salvaguardia dell’ambiente stia cominciando ad essere presa seriamente in considerazione, sperando che le misure davvero incisive non siano poste in essere quando ormai è già troppo tardi. Anche se c’è la sensazione che sia già troppo tardi.

di Maurizio Nadalutti | Sole24ore Professionale