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Esportazioni di abiti usati in Africa: ISWA apre il dibattito tecnico

L’International Solid Waste Association (ISWA), il prestigioso think tank che riunisce centinaia di accademici e di esperti del settore rifiuti , ha deciso di prendere di petto la difficile questione dell’export di abiti usati nei paesi africani. Il primo workshop sull’argomento si è tenuto ad Helsinki il 6 e 7 maggio.

L’International Solid Waste Association (ISWA), il prestigioso think tank che riunisce centinaia di accademici e di esperti del settore rifiuti, ha deciso di prendere di petto la difficile questione dell’export di abiti usati nei paesi africani. Questo era il tema centrale della conferenza internazionale organizzata dal gruppo di lavoro “recycling and waste minimisation” di ISWA, tenutasi gli scorsi 6 e 7 maggio a Vantaa, pochi chilometri a nord della capitale finlandese Helsinki.

Anne Scheinberg

La chairman del gruppo di lavoro, l’americana naturalizzata olandese Anne Scheinberg, è nota per la sua esperienza quarantennale nell’analisi delle economie popolari che recuperano i rifiuti in Africa, Asia, America Latina ed Europa orientale. “I reportage giornalistici che mostrano cumuli di rifiuti tessili di origine europea e statunitense smaltiti impropriamente nei paesi dell’Africa subsahariana si moltiplicano”, ha esordito la Scheinberg il 6 maggio mattina spiegando le ragioni della conferenza. “Ma ancora non esiste un’analisi chiara ed esaustiva del fenomeno, né un consenso in relazione alle sue cause e dimensioni”.   Alla conferenza è stata data voce a importanti player della raccolta di abiti usati in Europa (Esercito della Salvezza, Oxfam, British Heart Foundation e Humana People to People), la cui principale fonte di entrate deriva dalla vendita degli abiti ai paesi africani. Tra di essi non esisteva un accordo sull’interpretazione del fenomeno.

Virve Groning

Secondo Virve Groning, di Humana People to People, “è difficile comprendere la controversia sorta sull’opportunità di promuovere il riutilizzo dei vestiti. Sarebbe pensabile un dibattito simile su altri materiali, prodotti o risorse? Nell’epoca attuale quasi tutte le attività umane generano rifiuti, ed è una situazione con la quale dobbiamo confrontarci. Sicuramente ci sono molti flussi di rifiuti che potrebbero essere gestiti meglio. I vestiti e i tessuti, rispetto ad altri prodotti, possono essere più facilmente riutilizzati, e alcuni di essi, dopo la fase di consumo, sono recuperabili come pezze industriali”.

Durante la conferenza, la Groning ha negato che la filiera degli abiti usati esportati in Africa produca importanti quantità di rifiuti perché “tutto, in un modo o nell’altro, viene recuperato”; la Groning ha mostrato ai presenti la registrazione di una sua intervista a Teresiah Wairimu, presidente della Mitumba Association of Kenya, che rappresenta gli interessi degli importatori di abiti usati del paese africano. “L’opportunità di esportare abiti usati in Africa non dovrebbe essere oggetto di dibattito” ha detto la Wairimu “perché per gli africani vestire abiti usati è un fatto di sopravvivenza: molte persone vivono sotto la soglia di povertà e non possono permettersi il prezzo degli abiti nuovi. Nulla di quanto viene importato in Africa  finisce tra i rifiuti”. C’è poi la questione dell’impiego diretto del settore, che è molto alto. “Nel solo Kenya” ha dichiarato l’esponente della categoria degli importatori “ci sono due milioni di persone che lavorano nella rivendita degli abiti usati, dando da mangiare alle loro famiglie”.

David Roman

David Roman di British Heart Foundation ha portato posizioni più sfumate. La sua organizzazione raccoglie circa 17.000 tonnellate annue di abiti usati nel Regno Unito, che vengono piazzate sia sul mercato nazionale che su quello africano per finanziare la ricerca contro il cancro. Nelle slides della sua presentazione c’erano le foto di grandi accumuli di rifiuti tessili posti a lato dei mercati popolari di Nairobi. “Abbiamo compiuto una rapida missione in Kenya per cercare di capire quanto ci fosse di vero nei reportage che attaccano l’esportazione di abiti usati, ed effettivamente abbiamo potuto osservare grandi quantità di scarti che non vengono gestiti appropriatamente. Non siamo riusciti ancora a capire le ragioni del fenomeno, ma quello di cui siamo certi è che le nostre selezioni sono efficaci: in Africa mandiamo solo abiti usati in buono stato. D’altronde, come farebbe un importatore africano a pagarci 30.000 euro per un container se questo fosse pieno di spazzatura?”.

Bernie Thomas

Secondo Bernie Thomas, Responsabile delle esportazioni per l’Esercito della Salvezza, che nel Regno Unito raccoglie ben 70.000 tonnellate di abiti usati, “è fondamentale che gli impianti di selezione che preparano le balle di abiti da esportare in Africa ricevano un’adeguata educazione, per fare in modo che il contenuto delle balle sia realmente rispondente alle esigenze dei rivenditori locali”.

Pietro Luppi

Pietro Luppi, Direttore dell’Osservatorio del Riutilizzo, ha presentato i risultati di un’analisi sul campo compiuta in più sessioni tra mercati e discariche di Congo Brazzaville e Mali; uno studio compiuto grazie alla collaborazione con le imprese africane del circuito S-Afriq, che si occupano di importare e distribuire abiti usati di origine europea. “Le balle di abiti usati confezionate negli impianti di selezione europei nella maggior parte dei casi pesano tra i 40 e i 45 kg e non vengono aperte dagli importatori e dai rivenditori all’ingrosso” ha spiegato Luppi. “Ad aprirle sono direttamente i venditori ambulanti, che dipendendo dal livello di qualità della balla si trovano a dover gestire tra un 20% e un 40% di invenduto”. Secondo Luppi, il flusso di abiti usati invenduto è generato da:

  • Errori umani e imperfezioni nel processo di selezione negli impianti R3 (impianti autorizzati al trattamento dei rifiuti tessili); ad esempio, un operatore ambulante che compra una balla di abiti maschili perché gestisce un banco specializzato in questo tipo di prodotto, si disfa degli eventuali abiti femminili finiti per errore all’interno della balla; ma a generare rifiuto possono anche essere errori meno evidenti, per esempio proporre abiti che non corrispondono al gusto o al clima del paese di destinazione;

  • Presenza impropria e fraudolenta di rifiuti tessili nelle balle esportate, dovuta all’esistenza di operatori poco onesti nel settore dell’impiantistica R3 che hanno l’obiettivo di risparmiare i costi di smaltimento delle frazioni non recuperabili, che in Europa sono molto alti.

  • Invenduto strutturale, tipico di tutte le attività della seconda mano.

Gli abiti usati invenduti sono destinati a:

  • Donazioni ai poveri (abiti riutilizzabili, derivati dall’invenduto strutturale o dalla presenza di frazioni di qualità buona o accettabile ma di merceologia diversa rispetto a quella trattata dal venditore); le donazioni raramente sono intermediate da organizzazioni solidali e caritatevoli, i beneficiari sono tipicamente persone bisognose che frequentano i mercati;

  • Recupero come pezzame, da utilizzare in officine meccaniche e garages (pezzi non riutilizzabili di cotone);

  • Conferimento nelle discariche municipali autorizzate (che sono però al di sotto di qualsiasi standard ambientale accettabile);

  • Conferimento non controllato (accumulazioni spontanee in luoghi impropri, con impatti ambientali e sanitari devastanti).

L’esponente dell’Osservatorio del Riutilizzo ha affermato che “occorre innanzitutto agire a monte, per fare in modo che la qualità ricevuta dagli africani sia il più possibile conforme alle esigenze della domanda locale. Gli errori umani possono essere risolti, o significativamente ridotti, grazie a specifiche procedure di qualità che mettano in diretto feedback gli ambulanti con i grossisti, e i grossisti con i selezionatori. L’eventuale contenuto fraudolento delle balle può invece essere aggredito solo sottoponendo gli impianti R3 a rigorosi controlli merceologici, compiuti da auditor indipendenti che siano pagati da soggetti terzi; in questo senso, a essere dirimente sarebbe l’intervento di regimi di responsabilità estesa del produttore dove i produttori assumano non solo la responsabilità finanziaria delle filiere, ma anche quella organizzativa”. Per l’invenduto strutturale, che riguarda abiti usati in buono stato che sono comunque, e inevitabilmente, scartati dagli ambulanti, occorre invece agire a valle, formalizzando e massimizzando le opzioni di donazione e recupero già esistenti e, soprattutto, facendo in modo che i paesi africani possano dotarsi di soluzioni di smaltimento adeguate; lo sforzo per migliorare la gestione dei rifiuti nei contesti locali va ben oltre la possibilità di intervento dei singoli player di filiera e deve essere sostenuto dai governi locali, i quali a loro volta hanno bisogno di essere coadiuvati dalla cooperazione internazionale e da sistemi di responsabilità estesa del produttore che siano in grado di monitorare e organizzare le filiere del recupero nella loro totalità”.

Ultima parte

Nell’ultima parte dell’incontro Anne Scheinberg ha animato uno scambio di opinioni altamente interattivo, invitando tutti i partecipanti a distribuirsi nella sala esprimendo spontaneamente e a voce alta brevi opinioni in merito alla governance della filiera del recupero tessile, e a raggrupparsi attorno a coloro che avessero enunciato posizioni condivisibili. Per quasi un’ora player di filiera, accademici, esperti ed esponenti dell’Unione Europea hanno composto, rotto e ricomposto, gruppi e gruppetti di consenso, convergendo tendenzialmente (ma non all’unanimità) su un minimo comune denominatore: la necessità di introdurre regimi di responsabilità estesa del produttore che monitorino, sostengano e coordinino le filiere. I ragionamenti su questo tema del gruppo di lavoro “recycling and waste minimisation” di ISWA proseguiranno tra il 15 e il 18 settembre a Città del Capo, in Sudafrica, in occasione del congresso mondiale dell’associazione.

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