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Operatori del recupero tessile al collasso: Assorecuperi chiede interventi emergenziali

I raccoglitori e selezionatori di rifiuti tessili italiani non riescono più a sostenere economicamente la loro attività e si trovano sull’orlo del collasso. La maggior parte di loro rischia di interrompere l’attività già a luglio o agosto. Assorecuperi ha lanciato l’allarme a ha discusso possibili soluzioni con gli altri stakeholder del settore.

“Porto il grido di dolore dei raccoglitori e selezionatori di rifiuti tessili italiani, che non riescono più a sostenere economicamente la loro attività e si trovano sull’orlo del collasso. La maggior parte degli operatori rischia di interrompere l’attività già a luglio o agosto”, ha detto Pietro Luppi di Assorecuperi-Confcommercio durante il suo intervento al convegno organizzato dall’associazione lo scorso 24 giugno.

Il convegno, intitolato “Le nuove sfide del settore dei rifiuti tessili: la responsabilità estesa del produttore (EPR) e la disciplina end of waste”, si è tenuto a Roma presso la sede di Confcommercio a Piazza Belli. Ad esprimere i loro punti di vista sono stati i principali stakeholder italiani del settore rifiuti tessili-abiti usati.

I lavori sono stati aperti dal Presidente di Assorecuperi Tiziano Brembilla e dall’On. Erica Mazzetti, membro di maggioranza della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha sottolineato l’importanza di preservare il ruolo delle microimprese e la competitività dell’industria nei nuovi scenari EPR.

A differenza di altre filiere del recupero di rifiuti urbani, dove i raccoglitori sono pagati per prestare il servizio, i raccoglitori di rifiuti tessili operano in modo gratuito, o addirittura riconoscono contributi economici alle aziende igiene d’urbana o Comuni del territorio. “Uno schema di servizio reso possibile dal valore economico della frazione riutilizzabile, che viene separata durante le operazioni di trattamento e poi rivenduta a canali di distribuzione della seconda mano che si trovano soprattutto all’estero”, ha spiegato Luppi. “Ma oggi questo valore economico non c’è più, e a meno che le condizioni del servizio non cambino non ci sono più i presupposti per proseguire”, ha dichiarato l’esponente degli operatori”.

“I selezionatori di abiti usati non riescono più a riconoscere agli operatori della raccolta prezzi sufficienti a coprire i loro costi operativi, e in molti casi hanno interrotto i ritiri perché i magazzini sono saturi. Il prezzo internazionale degli abiti riutilizzabili è crollato a causa della concorrenza cinese, e i canali tradizionali della frazione riciclabile sono chiusi. Come se non bastasse, la frazione che va smaltita a pagamento è cresciuta a dismisura a causa dello tsunami di fast-fashion che ha travolto il mercato italiano: abiti che durano due o tre lavatrici e poi finiscono nei contenitori della differenziata tessile”.

“Ad aggravare oltre ogni misura la situazione degli operatori della raccolta italiani, sono i contributi EPR o degli enti locali riconosciuti agli operatori di altri paesi europei, che hanno la possibilità di piazzare sul mercato i loro abiti usati a prezzi molto più bassi di quelli raccolti in Italia”.

È urgente che la Responsabilità Estesa del Produttore entri in vigore anche in Italia, e che i produttori si facciano carico di sostenere la filiera così come accade con altre frazioni di rifiuti urbani. Nel frattempo, vanno stanziati contributi transitori per far sì che la raccolta differenziata del tessile sopravviva fino all’introduzione del regime di Responsabilità Estesa del Produttore”, ha concluso Luppi.

“In presenza di un regime di Responsabilità Estesa del Produttore noi avremmo potuto contribuire, sia finanziariamente che organizzativamente, per sostenere gli operatori della raccolta e della selezione in questo momento difficile”, ha sottolineato il Vicedirettore di Confindustria moda e referente associativo del consorzio di produttori Retex.green Mauro Chezzi.

Bernardo Piccioli Fioroni, esponente dell’associazione di categoria delle aziende di igiene urbana Utilitalia, ha chiarito che in alcuni casi le aziende di igiene urbana hanno già rinegoziato gli accordi con gli operatori della raccolta del rifiuto tessile urbano, ad esempio accettando di farsi carico economicamente della frazione non recuperabile presente nel flusso differenziato.

Massimo Torti di Federmoda, rappresentante dei distributori del tessile-abbigliamento, ha riportato che in Europa, nel solo 2024, e come evidenziato dalla Commissione, sono entrate 4,6 miliardi di spedizioni di basso valore che corrispondono a circa 12 milioni di pacchi al giorno: una situazione che sta togliendo importanti fette di mercato a chi commercializza il made in Italy e che comporta “un concreto rischio di deindustrializzazione e di desertificazione commerciale” sovraccaricando al contempo le filiere del recupero tessile con enormi volumi di rifiuti impossibili da riutilizzare o riciclare.

Lo scenario futuro

Nel convegno è stato dato ampio spazio alla discussione dello scenario EPR futuro.

Mara Chilosi, Coordinatrice del Comitato Scientifico di Assorecuperi, ha evidenziato che “le posizioni di tutti gli stakeholder, influenzate dal mercato e dall’introduzione dei regimi EPR in altri paesi europei, sono lentamente confluite attorno allo scenario EPR”.   Ripercorrendo la genesi della riforma europea verso l’EPR tessile, la Chilosi ha ricordato come tutto sia partito dalla necessità di migliorare la performance ambientale del settore tessile nel suo complesso, a partire dalla produzione. “È a partire dalla comprensione di questa dimensione globale che va fatta ogni considerazione. Per aumentare quantità e qualità della raccolta e volumi di recupero, l’Europa ha identificato l’EPR come strumento chiave. Ci sono scadenze entro le quali l’EPR dovrà essere adottato da ogni nazione, ma ogni Stato Membro è libero di anticiparle”.

A sottolineare la dimensione di filiera dell’EPR è stato anche Mauro Chezzi di Confindustria Moda e Retex.green: “A essere coinvolti dovrebbero essere tutti gli operatori della produzione tessile, nessuno escluso. L’ottica a cui deve guardare l’EPR è sistemica. La Direttiva Ecodesign chiede prodotti più durevoli, che devono contenere materiale riciclato. Questo implica, tra le altre cose, la necessità di educare i consumatori ad accettare prodotti che potrebbero avere caratteristiche diverse”.

“Il rispetto delle prescrizioni sull’Ecodesign rende indispensabile l’accesso alle materie secondarie tessili, e in questo ambito l’EPR ha un’importanza strategica. Noi chiediamo un EPR di ultima generazione, dove i produttori, pur mantenendo la priorità del riutilizzo, aiutino il settore del recupero ad attrezzarsi ed innovarsi per raccogliere e selezionare la maggior quantità possibile di frazioni riciclabili“.

“L’industria tradizionalmente cerca l’efficienza attraverso l’abbattimento dei costi. Noi siamo entrati in una logica diversa, di sostenibilità, dove la competitività è ricercata attraverso l’introduzione di nuovi costi che hanno a che fare con l’utilità collettiva; per sostenere questo percorso virtuoso è importante ragionare a fondo sull’introduzione di specifiche agevolazioni fiscali. Per preservare la nostra competitività nel nuovo scenario, sono urgenti controlli ferrei che garantiscano il rispetto delle regole ambientali non solo a chi produce in Europa ma anche a chi produce fuori e immette i propri prodotti sul mercato comunitario”.

Interpellati dagli operatori della selezione presenti in sala, preoccupati della chiusura degli sbocchi di riciclo in India e Pakistan, sia Chezzi che Francesco Marini, di Confindustria Toscana Nord, hanno sottolineato la grande importanza di aprirsi al riciclaggio chimico, che massimizza il potenziale di riciclabilità delle frazioni tessili post-consumo, e alle simbiosi industriali, che permettono di riciclare il tessile in altri settori industriali. Marini, in particolare, ha rimarcato l’enorme eterogeneità delle fibre tessili, che richiede una proporzionale articolazione dei rispettivi canali di riciclo.  “Gli articoli mono-fibra ormai sono molto rari, e questo genera una serie di complessità nelle operazioni di recupero. Perché le aziende investano nel riciclo, occorre un mercato, ossia compratori. La strada da fare in questo ambito è molta, perché finora il settore del recupero post-consumo ha puntato solo sul riutilizzo. Occorre poi lavorare su passaporto digitale, eco-modulazione dei contributi e revisione delle metodiche di analisi del ciclo di vita dei prodotti”.

Il giurista Leonardo Salvemini ha sottolineato che “senza coinvolgere il mondo dell’imprenditoria raggiungere gli obiettivi ambientali è molto difficile”, e che le sfide del nuovo scenario sono molte e variegate. Tra queste “l’attenzionamento del settore da parte di organizzazioni malavitose, che a volte contano sulla collaborazione di enti non profit”, o la gestione degli acquisti online. Il giurista reputa che le premialità fiscali sui comportamenti sostenibili debbano avere un ruolo chiave, e che la codicistica sugli organismi collettivi debba aggiornarsi includendo non solo le forme consortili ma anche le reti d’impresa.

Gli stakeholder intervenuti nel convegno hanno concordato sulla necessità di dotare il regime EPR di un Centro di Coordinamento, così come accade nel settore RAEE. Secondo Piccioli Fioroni di Utilitalia “per evitare contrapposizioni controproducenti sarà importante avere una cabina di  regia unitaria dove ognuno degli stakeholder abbia la possibilità di definire il proprio ruolo nel sistema”.

Il Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto in video, ha riferito che la bozza di decreto ministeriale sull’EPR tessile è stata riaggiornata, che le fasi di consultazione con gli stakeholder si reputano concluse, e che il percorso è in dirittura d’arrivo.

Un’emergenza di livello europeo

Negli ultimi mesi alcune tra le più grandi compagnie europee di raccolta e recupero di rifiuti tessili post-consumo sono entrate in fase di liquidazione. In Germania a presentare istanza di fallimento sono stati i leader di mercato della raccolta e della selezione SOEX e Texaid, mentre in Francia ha chiuso i battenti WMH, una delle principali imprese sociali dedite alla raccolta di abiti usati.

Dell’emergenza di mercato del settore del recupero tessile si sta occupando anche la Segreteria Generale del Consiglio Europeo, che lo scorso 10 giugno, con una circolare ufficiale, ha invitato tutti gli Stati Membri a farsi carico della situazione.

Prendendo atto di una congiuntura negativa generata da una molteplicità di fattori di mercato, la Segreteria Generale del Consiglio ha chiesto agli Stati Membri di valutare aiuti di Stato  e di “sfruttare la flessibilità insita nella legislazione dell’UE in materia di rifiuti per accelerare l’istituzione di sistemi nazionali di responsabilità estesa del produttore (EPR) o, laddove esistano, per migliorarne rapidamente il funzionamento, in particolare per quanto riguarda i sistemi di raccolta differenziata, le misure volte ad aumentare i tassi di riutilizzo e riciclaggio e per ridurre i rischi derivanti dalla gestione operativa dei rifiuti pericolosi”.