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Nell’Unione tante leggi per l’ambiente, ora serve più azione

In Europa le nuove leggi sono tante: ora serve azione, perché senza interventi urgenti l’ecosistema rischia il collasso! Questo è l’appello degli esperti dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Angelika Tamasova e Hans-Martin Füssel, intervistati dalla redazione Sole24ore per Oltreilgreen24.

«Prima la legge sul clima, poi la governance europea e nazionale, infine i piani nazionali degli Stati membri. Oggi l’Europa è ben attrezzata dal punto di vista politico, legislativo e di pianificazione per affrontare i rischi climatici. Adesso è il momento di agire e di misurare come vengono via via implementate le azioni di adattamento, per preparare policy migliori in futuro». Angelika Tamasova, esperta di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici all’Agenzia Europea dell’Ambiente (Eea) spiega che l’implementazione di misure di contrasto dei rischi climatici è in corso ovunque in Europa: «La questione è solo quanto velocemente saremo in grado di farlo». Per direzionare meglio le politiche degli stati membri, a marzo l’Eea ha pubblicato l’«European Climate Risk Assessment» (Eucra), la prima valutazione europea dei rischi climatici mai condotta, che elenca i 36 principali rischi climatici di un’Europa che sta diventando più calda due volte più velocemente del resto del mondo. Dai rischi per l’agricoltura, in particolare nel Sud Europa, alla siccità diffusa in tutto il continente, ad eccezione del Nord. Dalla preoccupante frequenza di inondazioni pluviali e fluviali, fino all’allarme per le ondate di calore, tanto che nell’estate del 2022 sono state attribuite al caldo tra le 60 e le 70mila morti premature in Europa. Nella migliore delle ipotesi, quella in cui si riesca a limitare il riscaldamento globale a + 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, l’Europa dovrà imparare a convivere con un clima più caldo di tre gradi entro il 2100. «Sulla base della nostra analisi, 21 dei 36 rischi identificati richiedono ulteriori azioni e otto richiedono un’azione urgente – aggiunge Hans-Martin Füssel, esperto di rischi climatici e adattamento di Eea – e abbiamo valutato chi ha la responsabilità di gestirlo.

Nella maggior parte dei casi l’Europa fornisce il quadro generale, ed è compito dei Paesi poi implementarlo, cooperando a vari livelli. Questo documento vuole rappresentare un concreto slancio in avanti rispetto al “legalese”, e sottolinea quando è necessario un coordinamento europeo, dove questo può contribuire per essere più efficace e come possiamo responsabilizzare i Paesi, in particolare per quanto riguarda i finanziamenti». In risposta al rapporto dell’Agenzia, la Commissione Ue ha elaborato un piano con i passaggi essenziali per gestire i rischi climatici e aumentare la resilienza europea, incoraggiando gli Stati membri a tenerne conto durante la revisione dei loro piani nazionali per l’energia e il clima (Pniec), che dovranno essere presentati a giugno. Secondo stime prudenti della Commissione europea, i danni dell’inazione o di una prevenzione tiepida potrebbero ridurre il Pil dell’Ue di circa il 7% entro la fine del secolo. Se il riscaldamento globale supererà in modo più permanente la soglia di 1,5 gradi, la riduzione del Pil dell’Unione potrebbe ammontare a 2,4 trilioni di euro tra il 2031 e il 2050. «Dal 2019 ormai tutti i Paesi membri di Eea hanno strategie in materia di adattamento ai cambiamenti climatici – continua Tamasova – e con l’approvazione del Pnacc di fine 2023, l’Italia non è indietro dal punto di vista legislativo». Entrando nel dettaglio, «gli approcci nazionali – spiega l’esperta – sono molto diversi: c’è chi ha iniziato oltre dieci anni fa a pianificare le proprie politiche di adattamento, con strategie nazionali, come Finlandia (nel 2005) o Spagna ( nel 2006); dieci Paesi (Croazia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Islanda e Svizzera) oggi hanno una legge sul clima, quindi un approccio più giuridicamente vincolante; spicca per singolarità il modello della Germania, primo Paese europeo, e per ora l’unico, ad aver approvato nel 2023 un legge sull’adattamento al cambiamento climatico che stabilisce obiettivi e sistemi di monitoraggio». Sugli ultimi mesi di questa legislatura europea, in vista delle prossime elezioni, pesa la Nature Restoration Law: la legge sul ripristino degli ecosistemi sembrava a portata di mano dopo l’approvazione del Parlamento, ma è invece in stallo al

 

Consiglio. «Gli ecosistemi sono già gravemente stressati dal degrado dei suoli, dall’eutrofizzazione, dall’inquinamento e dal cambiamento climatico, che è un moltiplicatore di rischio. Se adottata, farebbe parte delle soluzioni per contribuire a proteggerli e proteggerci», conclude Füssel.

INONDAZIONI COSTIERE, UNA STORIA DI SUCCESSO La gestione del rischio Entro il 2100, i danni annuali causati dalle inondazioni costiere in Europa potrebbero superare il trilione di euro, con 3,9 milioni di persone esposte ogni anno al fenomeno. «Si parla di scenari con innalzamento del livello del mare di un metro, o potenzialmente anche di più, e questo potrebbe avere impatti davvero catastrofici per molte città in Europa, inclusa Copenaghen, dove è basata l’Agenzia Europea dell’Ambiente», spiega Hans-Martin Füssel di Eea. «Fortunatamente questo è uno scenario ormai irrealistico e anzi è uno degli ambiti in cui è importante evidenziare il successo in termini di gestione dei rischi. Negli ultimi sessant’anni, l’Europa non ha avuto inondazioni costiere realmente catastrofiche. Le ultime davvero gravi sono state negli anni Cinquanta, ma poi l’Europa e i paesi costieri hanno investito molto.

Oggi la protezione delle coste è in gran parte una storia di successo». Questo richiede un’azione e una pianificazione nel lungo periodo: «Guardando all’Italia, penso a quanto ha impiegato il Mose a diventare operativo e ad entrare in funzione per proteggere la laguna di Venezia». Ma oggi è sotto gli occhi di tutti la sua utilità.

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