L’Overshoot Day e il ruolo storico dell’Europa
di Giuliano Maddalena
Direttore di Safe – Hub delle Economie Circolari
La riforma europea per l’Economia Circolare è in atto, è ambiziosa, ma i risultati ecologici ancora non si vedono. Le direttive e i regolamenti entrati in vigore o in procinto di esserlo prevedono passi graduali, perché il sistema produttivo abbia il tempo di trasformarsi, e a volte la complessità delle concertazioni ritarda, fisiologicamente, l’applicazione dei provvedimenti. Bisogna infatti conciliare l’ecologia con la prosperità. Di sicuro entro un decennio i miglioramenti si vedranno, perché la circolarità riduce in modo efficace il consumo di risorse: ma per ora, in quanto a performance ecologica, gli europei rimangono il fanalino di coda del mondo (assieme ad Emirati Arabi e Stati Uniti).
A illustrare la situazione, lo scorso 22 aprile, è stato il Global Footprint Network, che ha presentato in via preliminare il suo rapporto sull’overshoot day dei paesi del mondo: ossia la data in cui ciascuno dei paesi esaurirà la propria “biocapacità” annuale, equivalente alla quantità di risorse naturali che l’ecosistema è in grado di rigenerare in dodici mesi. Nel 2025 tutti i paesi europei, includendo l’Italia e con la sola eccezione dell’Albania, raggiungeranno il loro giorno limite entro il mese di maggio, cioè sette mesi prima di quanto spettante loro “di diritto”. I paesi europei a reddito medio e medio-alto, incluso il nostro, continuano a impattare più della Cina. Molto meglio degli europei, in generale, vanno la gran maggioranza dei paesi asiatici, africani e latinoamericani. Paesi dove la legislazione ambientale tende a essere molto più indietro della nostra.
Ciò mette in evidenza una cruda realtà: l’impatto ambientale continua a essere agganciato soprattutto ai livelli di ricchezza e di consumo, e non alla qualità delle politiche ambientali. Andando a osservare i livelli di consumo effettivi (e non gli impatti emersi per una migliore gestione dei dati) paesi come l’Italia, la Francia e la Germania rimangono sostanzialmente stabili rispetto al 2024, mentre i paesi in via di sviluppo, nonostante il loro impatto continui a essere minore del nostro, retrocedono a vista d’occhio nel calendario…e lo fanno, disgraziatamente, nella misura in cui si sviluppano. D’altronde, come impedire loro di aspirare a standard di benessere simili al nostro? L’Europa, che nei secoli passati ha esportato il proprio modello di sviluppo al mondo intero, ora deve affrettarsi ad esportare la propria visione di circolarità. Sperando che la velocità dello sviluppo selvaggio non superi quella delle riforme ambientali.







