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L’autunno caldo del Pacchetto Omnibus UE

Raffaele Lupoli racconta i dettagli del braccio di ferro delle istituzioni europee sul Pacchetto Omnibus, proposto all’inizio dell’attuale legislatura europea dalla presidente von der Leyen per “semplificare” una parte rilevante dell’impalcatura normativa del Green Deal, frutto della passata legislatura.

di Raffaele Lupoli

È un braccio di ferro più duro del previsto quello in corso dentro le istituzioni europee su cosiddetto Pacchetto Omnibus, proposto all’inizio dell’attuale legislatura europea dalla presidente Ursula von der Leyen per “semplificare” una parte rilevante dell’impalcatura normativa del Green Deal, frutto della passata legislatura. Il 22 ottobre 2025 il Parlamento europeo ha annunciato che gli eurodeputati voteranno a novembre sulla proposta di semplificazione delle norme in materia di sostenibilità e due diligence. Il mandato adottato dalla Commissione giuridica (JURI) il 13 ottobre è stato respinto in Aula: 309 voti favorevoli, 318 contrari e 34 astensioni. Ora la discussione sarà riaperta alla plenaria di Bruxelles del 13 novembre, con l’obiettivo di «finalizzare la legislazione entro la fine del 2025».

Dietro questo voto si nasconde una tensione di fondo che attraversa tutto il dibattito europeo: come conciliare la semplificazione amministrativa e la competitività industriale con gli obiettivi ambiziosi del Green Deal e in particolare di due direttive, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD, o CS3D) sulla tutela dei diritti umani e ambientali lungo la filiera delle grandi imprese e la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) sull’obbligo di rendicontazione della sostenibilità.

Lo “stop-the-clock”: rinviare per semplificare?

Il pacchetto di revisione, noto come Omnibus I, è parte di un insieme più ampio di iniziative legislative di “snellimento” proposte dalla Commissione europea nel febbraio 2025. Il suo obiettivo dichiarato è ridurre la complessità e gli oneri burocratici per le imprese, ma senza – almeno in teoria – compromettere la sostanza delle politiche ambientali e sociali. Parallelamente al dibattito parlamentare, il Consiglio dell’UE ha avviato un meccanismo di “stop-the-clock”, che consiste nel rinviare l’entrata in vigore di alcune norme particolarmente onerose in materia di sostenibilità.

Un caso emblematico riguarda il Regolamento sulle batterie sostenibili, approvato nel 2023, che prevedeva per i produttori obblighi stringenti di due diligence lungo la filiera. Il 18 luglio 2025 il Consiglio ha adottato un atto che sospende per due anni l’applicazione di tali obblighi – spostandoli dal 2025 al 18 agosto 2027 – e ha previsto la pubblicazione di linee guida operative almeno un anno prima dell’entrata in vigore.

Le motivazioni ufficiali del Consiglio si concentrano su problemi pratici: «Sono stati identificati diversi ostacoli nel processo di autorizzazione degli organismi di verifica indipendenti», si legge nella nota. In sostanza, le imprese non sono ancora pronte ad applicare i nuovi standard, e la sospensione consentirà di evitare “colli di bottiglia” normativi e “incertezze giuridiche”.

L’iniziativa rientra, come accennato, nel quadro più ampio della revisione delle direttive CSRD e della CS3D, con l’obiettivo – secondo il Consiglio – di «rafforzare la competitività europea semplificando gli obblighi di rendicontazione e limitando l’effetto a cascata sulle PMI»

Cosa prevede il pacchetto Omnibus

Il pacchetto Omnibus – che interviene su CSRD, CS3D e Tassonomia UE – riduce significativamente il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione e di due diligence, fino a escludere circa l’80% delle aziende inizialmente coinvolte dalla CSRD, passando da 50.000 a circa 10.000 aziende europee.

Tra le modifiche principali:

  • Innalzamento delle soglie di applicazione della CS3D: la due diligence verrebbe applicata solo a imprese con più di 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato annuo.
  • Un punto nodale è che la versione del testo approvata dalla commissione JURI all’Europarlamento non prevede una responsabilità civile a livello europeo: i danni dovuti al mancato rispetto degli obblighi di due diligence dovranno essere perseguiti secondo le leggi nazionali, senza una normativa unitaria e armonizzata.
  • Innalzamento delle soglie di applicazione della CSRD: le imprese obbligate alla rendicontazione di sostenibilità dovrebbero essere solo quelle con almeno 1.000 dipendenti in media e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro.
  • Riduzione dei data points nel reporting di sostenibilità, semplificando la compilazione dei bilanci ESG;
  • Rinvio dell’audit di conformità (“reasonable assurance”) per i bilanci di sostenibilità;
  • Facoltatività della Tassonomia UE per molte imprese: PMI quotate aziende non finanziarie di medie dimensioni non saranno più tenute a dichiarare il grado di allineamento delle loro attività ai criteri della Tassonomia. Potranno farlo su base volontaria, se lo riterranno utile per la trasparenza verso investitori o clienti.

Queste modifiche vengono presentate dalla Commissione come parte della strategia “Beyond Growth” e del nuovo Industrial Deal europeo, volto a «ridurre gli oneri amministrativi del 25% entro il 2030». Tuttavia, il rischio – sottolineano esperti e ONG – è che sotto il nome di “semplificazione” si nasconda un deregulation drift, una deriva verso l’allentamento sostanziale delle politiche di sostenibilità.

Le ragioni delle istituzioni e le critiche di scienza e Ong

Dal punto di vista delle istituzioni europee, la semplificazione ha una logica precisa. In un contesto geopolitico segnato dalla concorrenza industriale di Stati Uniti, Cina e altri attori globali, l’UE teme che una regolamentazione troppo rigida possa penalizzare la sua industria. L’obiettivo, spiega il Consiglio, è quindi “smooth implementation” e “legal certainty”: permettere alle imprese di adeguarsi senza essere schiacciate da scadenze irrealistiche. Ma questo spostamento temporale, evidenziato dal meccanismo “stop-the-clock”, è anche un segnale politico. L’Unione europea sembra voler guadagnare tempo, in attesa di allineare meglio le proprie strategie industriali, ambientali e digitali.

Dall’altra parte del dibattito, ONG, attivisti e parte del Parlamento europeo denunciano un arretramento delle ambizioni ecologiche. “Sotto le spoglie della semplificazione, assistiamo allo sviluppo di un programma di deregolamentazione»”, ha dichiarato senza mezzi termini l’European Environmental Bureau. E molti esperti evidenziano che la riduzione del numero di aziende soggette agli obblighi ESG potrebbe avere effetti sistemici negativi: “Si rischia di svuotare di contenuto la logica della doppia materialità, uno dei pilastri della CSRD, e di rallentare la transizione verso modelli di business davvero sostenibili”. In un’editoriale apparso su Le Monde il 20 ottobre, un gruppo di accademici europei ha definito “un errore storico” la prospettiva di abbandonare o diluire la direttiva sulla due diligence.

Il WWF ha fatto notare che il “compromesso” raggiunto il 13 ottobre in commissione sia stato raggiunto con una sorta di doppio gioco da parte del Partito Popolare Europeo, che avrebbe imposto una semplificazione eccessiva minacciando un risultato ancora più regressivo in conseguenza del possibile appoggio alle posizione espresse negli emendamenti dell’estrema destra. Su questo punto si è espresso anche uno dei maggiori esperti internazionali della materia, il professor Andreas Rasche, direttore del Centro per la Sostenibilità alla Copenhagen Business School. A suo avviso il compromesso raggiunto “questo tipo di politica del rischio calcolato mina la fiducia e avvelena la cooperazione in Parlamento. Flirtare con l’estrema destra per fare pressione sui partner democratici non è una leadership responsabile. È una politica di potere a breve termine che rischia di erodere i valori democratici che il Parlamento europeo dovrebbe sostenere”.

Economia circolare e transizione industriale

Dal punto di vista dell’economia circolare, il pacchetto Omnibus rappresenta un passaggio controverso. Il rischio – spiegano le associazioni ambientaliste e molti esponenti del mondo scientifico – è che “l’alleggerimento normativo sposti il focus dall’innovazione e dalla circolarità verso una logica di mera compliance ridotta”. E si aprono diversi scenari, legati anche a quanto ogni singole impresa creda nell’utilità di una maggiore spinta verso la sostenibilità e la tracciabilità di questi sforzi. Le imprese più avanzate, che hanno già integrato pratiche ESG e circolari, potrebbero beneficiare di un quadro più chiaro e di un rallentamento nei tempi di compliance, ma quelle meno preparate rischiano di interpretare la semplificazione come un “liberi tutti” e rinviare ulteriormente l’allineamento ai nuovi standard ambientali.

Quello che è certo è che la spinta alla decarbonizzazione e verso una sempre maggiore circolarità  non può permettersi pause. Perché tutti i dati convergono nell’evidenziare che piuttosto servono strumenti più certi e ambiziosi per tracciare la strada della transizione ecologica. Il voto di novembre sarà quindi più di una formalità legislativa: sarà una prova politica per l’Europa del Green Deal, chiamata a decidere se la sostenibilità è ancora il cuore del progetto europeo o solo un capitolo da accantonare.