La guerra, non solo armata, delle terre rare
Lo scottante tema delle Terre Rare è affrontato da Raffaele Lupoli, che sviscera questioni geoeconomiche e geopolitiche mettendole in relazione con le politiche ambientali europee. La carenza di materie prime e in particolare di quelle più necessarie alla cosiddetta doppia transizione, ecologica e digitale, minaccia l’autonomia strategica dell’Europa: il riciclo può essere parte della soluzione.
di Raffaele Lupoli
Il nuovo corso dell’Unione Europea, quello del piano di riarmo e della retromarcia su una parte significativa della legislazione ambientale che ha caratterizzato la passata legislatura europea, deve continuare a fare i conti con una delle questioni che più risentono dei conflitti globali, armati e non, proliferati negli ultimi mesi: la carenza di materie prime e in particolare di quelle più necessarie alla cosiddetta doppia transizione, ecologica e digitale.
Terre rare mai così “mainstream”
Con l’arrivo della seconda presidenza Trump e il suo netto cambio di atteggiamento nei confronti della guerra scaturita dall’attacco russo all’Ucraina, il termine “terre rare” è uscito dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori ed è diventato di uso comune anche se non a tutti è chiaro di cosa si tratti (vedi box). Forse nemmeno al tycoon statunitense, che ha preteso da Volodymir Zelensky un accordo di cessione delle terre rare ucraine agli Stati Uniti, annunciando la firma di un accordo in tal senso, ma probabilmente il suo interesse era più genericamente rivolto a tutte le cosiddette “materie prime critiche” (mpc).
Gli USA sono il secondo produttore globale di terre rare ma a lunga distanza dalla Cina, che lo scorso anno ne ha prodotto il 69.77% contro il 16,4% statunitense. D’altro canto le riserve cinesi ammontano a circa 44 milioni di tonnellate e il Paese fornisce il 98% delle terre rare utilizzate in Europa.
E non finisce qui, perché nella “caccia al tesoro” planetaria innescata tra Cina, Usa e in parte anche UE, Pechino gioca un ruolo di primaria importanza, complice la crescente domanda interna di minerali critici per la produzione di microchip ed energia verde: ad esempio, controlla quasi tutte le concessioni per estrarre terre rare in Kirghizistan e Tagikistan.
Distribuzione della produzione globale di terre rare per Paese nel 2024
La nuova scoperta che rafforza il primato Cinese
Nel mese di marzo è stato peraltro scoperto, nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, quello che è stato valutato come il più grande giacimento di terre rare medie e pesanti della Cina: secondo il China Geological Survey del Ministero delle risorse naturali, il deposito potrebbe ospitare fino a 1,15 milioni di tonnellate di risorse contenenti terre rare come praseodimio, neodimio, disprosio e terbio. Una volta sfruttato, questo giacimento produrrebbe circa 470.000 tonnellate di questi minerali strategici.
Non è soltanto l’attività estrattiva però il business che interessa autorità e imprese cinesi: la gestione del trattamento, il riciclo, così come la logistica e le varie attività di supporto alle aziende del settore sono tutt’altro che irrilevanti. Il recente studio “Innovation in rare earths recycling: A quantitative and qualitative analysis of patent data”, pubblicato su Resources Policy e condotto da Area Science Park e Università Milano-Bicocca, rileva che la Cina è il mercato più dinamico nel settore del riciclo delle terre rare e le università cinesi sono i principali attori dell’innovazione, dimostrando un forte impegno nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie per il recupero di questi materiali.
Negli Usa un tesoro estratto dalle ceneri
Dal canto loro, dallo studio italiano Stati Uniti e Giappone “emergono come leader tecnologici, con brevetti più citati e con una maggiore protezione internazionale delle loro invenzioni, segno di un’innovazione tecnologica più avanzata e rilevante a livello globale”.
Negli Usa, per giunta, un giacimento neanche troppo nascosto di terre rare potrebbe arrivare dalle ceneri della combustione di carbone accumulate per decenni. Una recente ricerca dell’Università del Texas ad Austin, pubblicata sull’International Journal of Coal Science & Technology, ha reso noto che nelle ceneri di carbone accessibili negli Stati Uniti potrebbero esserci fino a 11 milioni di tonnellate di terre rare, ovvero quasi 8 volte la quantità che il Paese ha attualmente nelle proprie riserve interne. I ricercatori hanno scoperto che circa il 70% delle ceneri di carbone prodotte dal 1985 al 2021, ovvero circa 1.873 milioni di tonnellate in totale, è potenzialmente recuperabile dal materiale immagazzinato in discariche, stagni e aree di stoccaggio. Il valore stimato dei materiali ricavabili in questo modo è di 8,4 miliardi di dollari.
Questa novità non distoglie però gli Usa dalla loro politica di espansione, con la ricerca incessante di materie prime critiche non soltanto in Ucraina ma anche in Asia. D’altro canto, secondo un’analisi del Lowy Institute australiano di fine 2024 “una combinazione di fattori rende l’Asia centrale, in particolare il Kazakistan dotato di risorse, ma anche l’Uzbekistan e il Tagikistan, l’alternativa più praticabile ai fornitori tradizionali” come la Cina. Complice la buona disposizione dei governi locali a intraprendere partenariati che consentano loro di finanziare lo sfruttamento di queste materie prime, anche l’Europa – a dire il vero un po’ in ordine sparso – spinge in questa direzione, per provare a colmare l’enorme gap accumulato, come evidenziato dallo studio di Area Science Park e Università Milano-Bicocca, che parla di “segnali di stagnazione sia nel numero di brevetti che nella loro qualità”.
Unione europea e terre rare in cifre
Stando ai dati Eurostat pubblicati a novembre 2024, nel 2023 l’UE ha importato complessivamente 18.300 tonnellate di terre rare per un valore di 123,6 milioni di euro, con un calo dello 0,5% in volume e del 15,2% in valore rispetto al 2022. L’export di terre rare invece ammonta a 5.600 tonnellate per un valore di 102,3 milioni di euro, il 18,7% in volume e il 27,8% in valore in meno rispetto al 2022. Il prezzo medio delle importazioni di terre rare è stato di 6,8 euro al chilogrammo, il 14,8% in meno rispetto al 2022, mentre il prezzo delle esportazioni è stato di 18,4 euro per ogni chilogrammo di terre rare, con un calo dell’11,2%. La Cina è stata il partner più grande per l’import di terre rare: il 39% del peso totale delle importazioni, ovvero 7.100 tonnellate, arriva dai territori della Repubblica popolare. Segue la Malesia, che contribuisce con il 33,1% delle importazioni, ovvero 6.100 tonnellate, e poi la Russia, con il 22%, ovvero 4.000 tonnellate.
Nel 2020 la Commissione europea ha lanciato l’Alleanza europea per le materie prime (ERMA) per affrontare le sfide nell’approvvigionamento proprio a partire dalle terre rare. Il lavoro di ERMA ha portato a quattro raccomandazioni e azioni chiave finalizzate a mobilitare gli investimenti in un’industria delle terre rare dell’UE. Nella pubblicazione Rare Earth Magnets and Motors: A European Call for Action, ERMA richiama tra l’altro l’attenzione sul fatto che il territorio europeo ospita riserve di terre rare inutilizzate per mancanza di attività estrattive. ERMA ha individuato 14 progetti “dalla miniera al magnete”, per un volume di investimento di 1,7 miliardi di euro, che consentirebbero all’UE di acquisire una quota di produzione globale del 20%, innescando un mercato a valle con una leva finanziaria di 400 miliardi di euro solo in ambito mobilità e nel settore automobilistico, che interessa 6 milioni di posti di lavoro.
Il report si ESMA segnalava anche che meno dell’1% dei rifiuti contenenti terre rare viene sottoposto in Europa a operazioni di riciclo finalizzati a recuperare questi preziosi elementi. Eppure, nel rapporto “Recycling of critical minerals” del novembre 2024, l’Agenzia internazionale dell’energia evidenzia che accanto alle miniere saranno sempre più necessari impianti per il riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche e batterie dismesse, le cosiddette “miniere urbane”. Questo, spiega l’IES, “crea una preziosa fonte di approvvigionamento secondario che riduce la dipendenza da nuove miniere e migliora la sicurezza dell’approvvigionamento per i paesi che importano minerali”. E poi aggiunge: “L’espansione dell’infrastruttura di riciclo può anche aiutare a creare riserve per tamponare future interruzioni dell’approvvigionamento. Inoltre, l’aumento del riciclo mitiga gli impatti ambientali e sociali correlati all’estrazione e alla raffinazione, impedendo al contempo che i rifiuti delle tecnologie di utilizzo finale finiscano nelle discariche”.
Il Critical raw materials Act, un segnale debole?
Presentando il nuovo piano d’azione europeo su acciaio e metalli, a metà marzo, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné, responsabile della prosperità e della strategia industriale, ha anche annunciato l’arrivo di un primo gruppo di progetti strategici scaturiti dal Critical Raw Materials Act, il regolamento sulle materie prime critiche entrato in vigore il 23 maggio del 2024 per far fronte al gap di approvvigionamento e alla eccessiva dipendenza dell’UE da Paesi extraeuropei. Tre gli obiettivi chiave: il 10% delle materie prime critiche deve provenire da estrazione locale, il 40% deve essere lavorato in territorio UE e il 25% deve provenire da materiali riciclati. Inoltre, non più del 65% di un dato minerale può essere reperito da un singolo paese extra-UE.
Un piano decisamente ambizioso che si scontra, peraltro con la crescente domanda di materie prime critiche e che, quando è stato congegnato, non contemplava l’ulteriore fabbisogno che potrebbe scaturire dal recente piano Rearm EU. Uno degli ostacoli principali è legato alle conseguenze ambientali e all’opposizione delle comunità locali all’apertura delle attività minerarie finalizzate ad estrarre questi materiali. Nella valle agricola del fiume Jadar, in Serbia, abbiamo avuto un primo assaggio lo scorso anno delle proteste contro l’avvio dei lavori per realizzare la più grande miniera di litio d’Europa. L’altro grande tema riguarda la capacità di moltiplicare sul territorio europeo la presenza di impianti in grado di recuperare materie prime critiche e terre rare attraverso il riciclo.
Come (e quanto) si muove l’Italia
E l’Italia? Il nostro Paese ha iniziato ad affrontare la sfida delle materie prime critiche a valle del Critical raw material act europeo, con un decreto sulle materie prime critiche convertito in legge l’estate scorsa. Priorità: rilanciare il settore minerario praticamente in dismissione da almeno trent’anni, con procedure semplificate per gli iter autorizzativi dei progetti considerati strategici. Sono 76, secondo ISPRA, le miniere ancora attive nel Belpaese, 22 relative a materiali che rientrano nell’elenco delle 34 mpc dell’UE. Ad oggi l’Italia estrae da queste miniere soltanto feldspato e fluorite tra le 34 mpc, mentre sono 16 o 17 quelle potenzialmente estraibili nei siti minerari individuati da ISPRA. Tutte le altre materie prime critiche dovremo continuare ad acquistarle da altri Paesi, a meno che non si acceleri sul fronte dell’urban mining, ma sul riciclo dei RAEE il decreto convertito in legge non ha introdotto previsioni specifiche. Intanto il Centro di Coordinamento RAEE ha reso noto che nel 2024 sono state raccolte 356.672 tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici, con un incremento del +2,5% rispetto all’anno precedente. Oltre l’80% di questi materiali viene correttamente trattato per recuperare la gran parte delle sue componenti. Il punto però è che ancora troppo materiali sfuggono alla raccolta e dunque alla possibilità di riciclo, al punto che a luglio 2024 la Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese (ma anche di altri Paesi europei) per i risultanti ancora troppo deludenti della raccolta. E finché non si potenzia quest’ultima, le quantità troppo ridotte di materiali da trattare rendono impossibile l’ulteriore sviluppo di un’impiantistica adeguata a recuperare grandi quantità materiali.
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Che cosa sono le terre rare e perché si chiamano così
Le terre rare (in inglese REE, acronimo di Rare Earth Metals), sono un gruppo di 17 elementi facenti parte della famiglia dei metalli, suddivisi a loro volta in base al peso atomico in: LREE, le cosiddette terre rare leggere, MREE o terre rare medie e HREE, vale a dire le terre rare pesanti. Più nello specifico si tratta di 17 elementi chimici: Scandio, Ittrio e i 15 lantanoidi ovvero, nell’ordine della tavola periodica, Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Promezio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio e Lutezio.
Il termine “terre rare” non indica la loro scarsa presenza sul Pianeta, ma la loro difficile identificazione e la complessità del processo di estrazione e lavorazione del minerale puro. Sono presenti in diversi oggetti di uso quotidiano e in molto beni legati alla transizione ecologica, tra cui smartphone, turbine eoliche, risonanze magnetiche, hard disk drive, LED, motori elettrici.









