EPR tessile nel mondo: lo stato dell’arte
L’EPR tessile è al centro delle politiche ambientali non solo in Italia, ma anche nel resto dell’Europa e molto oltre. OIG24 vi offre la panoramica più completa sullo stato internazionale dell’EPR tessile, riportando le linee principali del dibattito internazionale e un resoconto di quanto accade in Francia, Olanda, Ungheria, Lettonia, Stati Uniti, Australia, Colombia, Cile, Ghana e Kenya.
La Fondazione Ellen McArthur, che è uno dei think tank più influenti del mondo sul tema dell’Economia Circolare, non usa mezzi termini: “se non vengono messe in campo politiche obbligatorie di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), è improbabile che i sistemi di raccolta e selezione del rifiuto tessile raggiungano le scale di cui c’è bisogno per gestire i volumi di tessile attualmente immessi nel sistema”. Su questo specifico argomento la Fondazione ha pubblicato, nell’estate del 2024, uno studio intitolato Pushing the boundaries of EPR policy for textiles.
Perché l’EPR sia veramente decisivo per l’economia circolare del tessile, deve avere caratteristiche precise. Il think tank sottolinea che “i sistemi EPR obbligatori sono generalmente più efficaci di quelli volontari perché implicano migliori livelli di monitoraggio ed applicazione. In comparazione con gli schemi di EPR volontari, gli schemi di EPR obbligatori hanno il vantaggio di rivolgersi equamente all’intero settore”. Inoltre, “le ricerche indicano che i sistemi EPR organizzativi sono più efficaci di quelli finanziari, perché obbligano i produttori a rendere operative le loro responsabilità, e di conseguenza è più probabile che venga coperta l’intera gamma dei costi necessari per il raggiungimento degli obiettivi”.
Una tendenza globale
L’EPR del tessile comincia a proliferare in tutto il mondo. La Francia ne è pioniere, con un sistema in vigore già dal 2007, e la Commissione Europea ha presentato nel 2023 una proposta di modifica della direttiva quadro sui rifiuti (98/2008 CE) che potrebbe presto renderlo obbligatorio in tutti e 27 gli Stati membri; la proposta è attualmente in fase di “trilogo” (negoziazione interistituzionale informale tra Parlamento, Commissione e Consiglio Europei). Sempre nel 2023, Olanda e Ungheria, dando mostra di lungimiranza, hanno anticipato l’obbligatorietà europea istituendo i propri regimi obbligatori. La Lettonia ha seguito il loro esempio nel 2024.
In Francia le regole dell’EPR sono applicate a qualsiasi impresa che immetta prodotti sul mercato nazionale; alcune imprese adempiono ai loro obblighi mediante sistemi di raccolta take back presso i punti retail, ma la maggioranza fa riferimento al sistema collettivo Refashion (inizialmente chiamato ECO-TLC), che ha una rete di raccolta e selezione diffusa in tutto il paese e che chiede ai propri affiliati un contributo commisurato non solo al volume di tessile immesso sul mercato ma anche alle caratteristiche ambientali dei prodotti; questo sistema di quote differenziate, chiamato eco-modulazione, premia i prodotti che sono durevoli, riciclabili, contenenti materiale riciclato e dotati di certificazioni ambientali. Anche in Olanda, dove l’EPR tessile inizia la sua fase operativa a gennaio 2025, le imprese sono tenute a pagare contributi ambientali; il principale sistema collettivo di produttori, chiamato Stichting UPV Textiel, ha 850 iscritti e ha già stabilito accordi di programma con le Associazioni di categoria dei recuperatori e con i Municipi. In Ungheria esiste un unico sistema collettivo, chiamato Mohu, che ha vinto l’appalto governativo nazionale per la gestione unitaria dei regimi di responsabilità estesa del produttore; i produttori pagano un contributo ambientale, riportano a Mohu le quantità da loro immesse sul mercato, e hanno il diritto di delegare a Mohu gli adempimenti organizzativi del recupero dei rifiuti tessili. In Lettonia le imprese che immettono sul mercato i prodotti tessili possono scegliere tra il pagamento di una tassa governativa e l’adesione a un sistema collettivo di produttori, al quale devono corrispondere un contributo ambientale; il principale sistema collettivo lettone è Latvijas Zalais Punkts (LZP), che gestisce da vent’anni sistemi collettivi EPR per gli imballaggi, i RAEE e i rifiuti pericolosi.
Cosa accade fuori dall’Europa?
Negli Stati Uniti la legislazione EPR è applicata autonomamente dai singoli Stati.
La California, prima fra tutti gli Stati della federazione, ha istituito il suo regime di EPR tessile il 28 settembre 2024; sono obbligati a partecipare al sistema tutti i produttori che immettono beni tessili sul mercato californiano con esenzioni limitate per gli operatori della seconda mano e le imprese con turnover inferiore al milione di dollari. La legge avrà effetto sui produttori a partire dal 2026, in seguito alla presentazione di piani di circolarità e di gestione dei PFAS e delle altre sostanze chimiche pericolose; a presentare i piani dovranno essere sia i sistemi collettivi di produttori che i produttori che intendono adempiere individualmente. L’esempio californiano potrebbe essere presto seguito dallo Stato di New York, dove l’iter della proposta di legge sull’EPR tessile è in fase avanzata; la legge attualmente discussa è molto simile a quella entrata in vigore in California.
In Australia dal primo luglio 2024 è in vigore un programma di EPR tessile volontario, chiamato Seamless Clothing Stewardship Scheme (“schema di gestione degli indumenti senza soluzione di continuità” o “senza interruzione”, utilizzando un gioco di parole dove il termine seamless, che letteralmente significa “senza cuciture” è usato nella sua accezione metaforica di “ininterrotto”, alludendo al ciclo continuo dell’economia circolare). L’obiettivo è ridurre significativamente, entro il 2030, il flusso di rifiuti tessili destinato a discarica (attualmente 200.000 tonnellate annue), e il governo ha già annunciato che l’EPR tessile diventerà obbligatorio se allo schema volontario non aderisce un numero sufficiente di produttori.
Le iniziative di EPR tessile non riguardano solo i paesi del global north, ossia i cosiddetti “paesi sviluppati”, ma anche quelli del global south, anche definiti “paesi emergenti”. La Fondazione Ellen McArthur riferisce che in Colombia è stato recentemente introdotto un regime volontario di EPR tessile, che si trova nella sua fase pilota, e che specifiche proposte di legge sono in corso di dibattimento in Cile, Ghana e Kenya. Questi ultimi tre paesi sono noti per essere grandi importatori di abiti di seconda mano dall’Europa e dagli Stati Uniti, e l’inadeguato smaltimento degli abiti usati invendibili è finito ripetutamente sotto i riflettori della cronaca internazionale.
“In Cile abbiamo l’ambizione di estendere al tessile la nostra legislazione EPR; un processo che ci piacerebbe avviare nel 2025 (…)”, ha dichiarato alla Fondazione il dirigente del Ministero dell’Ambiente cileno Tomás Saieg. “In Cile l’EPR tessile non migliorerà solo la raccolta differenziata e lo smistamento, ma sosterrà anche un maggiore riutilizzo locale, includendo tra i destinatari dei fondi EPR anche le sartorie e le piccole imprese di upcycling. Inoltre, l’EPR può avere impatti sociali positivi formando, coinvolgendo e integrando i lavoratori informali, come dimostra la nostra esperienza con il sistema EPR per gli imballaggi (…)”. Oliver Boachie, consulente del Ministero dell’Ambiente ghanese, ha invece sottolineato che il Ghana “ha una fiorente economia del riutilizzo, in cui i ghanesi acquistano regolarmente abiti usati e si avvalgono dei servizi delle aziende di riparazione locali”. “Tuttavia”, avverte Boachie, “la nostra economia del riutilizzo genera anche rifiuti, poiché gli articoli alla fine diventano non riutilizzabili e vengono scartati. Stiamo sviluppando una politica EPR per la plastica, che nel tempo verrà estesa ai tessili e ad altri flussi di materiali (…). Per eliminare i rifiuti tessili, i paesi che si trovano agli estremi opposti della filiera, ossia quelli che esportano e quelli importano, devono collaborare più strettamente”.
Da EPR a UPR
Che gran parte dei rifiuti tessili raccolti in Europa finisca al di fuori dei confini comunitari non è certo un mistero, e per questa ragione il dibattito sulla Ultimate Producer Responsibility (UPR) è sempre più intenso. A discutere di questa opzione sono l’OCSE, la Commissione Europea e i principali think tank internazionali della circolarità. Il concetto di UPR è apparso per la prima volta nel 2022 nel brief finale di un progetto di ricerca Horizon 2020, proposto dagli accademici Thapa, Vermeulen, Olayide e Deutz, ed implica che i produttori debbano garantire la tracciabilità integrale delle filiere di recupero sia nei paesi che raccolgono ed esportano rifiuti tessili ed abiti usati che nei paesi che li importano, facendosi responsabili dell’intera filiera indipendentemente dalla zona geografica in cui avvengono le operazioni. In questi ambiti SAFE-Hub delle Economie Circolari ha compiuto e continua a compiere azioni pioneristiche. “Già nel 2011”, riferisce il Direttore di SAFE Giuliano Maddalena, “nonostante alcuni ci accusassero di andare oltre le nostre prerogative, abbiamo sviluppato e iniziato ad applicare con estremo rigore uno strumento chiamato ECOGUARD®, predisposto in collaborazione con la società di certificazioni TUV. Ecoguard nasce per sorvegliare le filiere di recupero degli apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE) gestite dal nostro consorzio ECOPED, ma è stato messo a gratuita disposizione di tutti gli organismi collettivi EPR. Lo strumento prevede minuziosi e sistematici controlli su ogni singolo ritiro di RAEE, compiuti sommando l’accuratezza del lavoro umano alla potenza dei sistemi informativi di tracciabilità, e assicura il tracciamento e la certificazione di ogni fase delle filiere RAEE, dal ritiro iniziale fino al trattamento finale, garantendo la salvaguardia e l’efficiente riutilizzo delle risorse naturali nei nuovi cicli produttivi. Nel 2021 l’adozione di ECOGUARD® è stata raccomandata dal Ministero per la Transizione Ecologica al Centro di Coordinamento RAEE, che è l’organo di coordinamento al quale fanno riferimento i dodici sistemi collettivi di produttori di apparecchi elettrici ed elettronici. Secondo il Ministero i disciplinari di ECOGUARD® «rappresentano l’evoluzione della gestione verso standard operativi che rendono virtuosa l’azione del sistema collettivo»”.
“A spingerci su questa linea” prosegue Maddalena “è stata la visione, quindici anni fa, delle raccapriccianti immagini della discarica a cielo aperto di Agbogbloshie in Ghana, dove finivano migliaia di tonnellate di RAEE provenienti dalle raccolte differenziate europee e ipocritamente inserite nel computo ufficiale dei risultati di riciclo. Per il settore tessile il nostro percorso è stato simile. Conoscendo gli scempi ambientali provocati da filiere del recupero fuori da ogni controllo, in Africa, in India e nella nostrana Terra dei Fuochi, e avendo seguito passo passo i lavori della Commissione Ecomafie nel filone d’inchiesta rifiuti tessili e abiti usati, ci siamo proposti di sviluppare proposte di filiera a rischio zero. E già dal 2021, coinvolgendo i migliori esperti del settore abbiamo iniziato ad adattare i criteri ECOGUARD® all’ambito tessile, mettendo a punto i sistemi di selezione, monitoraggio, audit e controllo merceologico degli stock che oggi sono applicati dai consorzi Retex.green e Recrea e dalla società TWM mediante il nostro lavoro di coordinamento operativo delle filiere”.









