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Elezioni europee: qual è il futuro della circolarità?

Quale sarà il futuro del Green Deal e dell’Economia Circolare, dopo le ultime elezioni europee? La transizione verde ha una regia europea, e il suo destino dipende dalle norme e politiche portate avanti dal Parlamento Europeo, dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo. Leggi l’approfondimento di SAFE.

Quale sarà il futuro del Green Deal e dell’Economia Circolare, dopo le ultime elezioni europee? La transizione verde ha una regia europea, e il suo destino dipende dalle norme e politiche portate avanti dal Parlamento Europeo, dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo. Il Parlamento è stato appena rinnovato, e sarà presto chiamato a nominare il nuovo Presidente della Commissione Europea. Il Consiglio Europeo è invece composto dai Governi degli Stati Membri. Ogni nuova norma per essere approvata deve passare per il cosiddetto Trilogo, ossia per l’approvazione di questi tre enti. Nel momento in cui scriviamo non è ancora chiaro quale sarà la nuova maggioranza nel Parlamento Europeo, è però sicuro che essa ruoterà attorno al Partito Popolare Europeo (PPE), che ha ottenuto il più alto numero di seggi (190) e che nella scorsa legislatura europea aveva espresso la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Essendo 720 i seggi totali del Parlamento UE, il PPE per governare dovrà allearsi con altre forze politiche. Potrebbe quindi venire confermata la “maggioranza Ursula”, con i Socialisti & Democratici (di cui fa parte l’italiano PD) e con i liberali di Renew (dove la principale forza nazionale ad aderire è La Republique en Marche del Presidente francese Macron), la quale potrebbe essere estesa ai Verdi oppure, in alternativa ai Verdi, al gruppo europeo dei Conservatori & Liberali (del quale fa parte il partito Fratelli d’Italia della premier italiana Meloni); sono possibili anche scenari in cui, in alternativa a qualsiasi ipotesi di coalizione con i Socialisti & Democratici e con i Verdi, la maggioranza sia ottenuta a destra con il coinvolgimento dei Conservatori & Liberali e della destra di Identità & Democrazia (che ha tra i suoi membri la nostrana Lega e il Rassemblement National di Marine Le Pen). Al momento di vedere questo nostro articolo i nostri lettori probabilmente ne sapranno di più, considerata la velocità con cui procedono le negoziazioni. Quello che è certo è che il numero di seggi dei Socialisti & Democratici, e soprattutto dei Verdi, ossia delle forze che avevano fatto del Green Deal la loro bandiera, è sensibilmente diminuito. Sono invece aumentati i seggi del PPE e delle destre dei Conservatori & Liberali e di ID, ossia di forze politiche che a livello programmatico danno maggiore priorità al risollevamento economico dell’Europa che al tema ecologico.

 

Green Deal addio?

Il noto analista Federico Rampini, in suo approfondimento sul Corriere titolato “Green Europe addio: l’analisi sul voto dagli USA”, afferma che certe politiche ambientaliste sono impopolari, e a renderlo particolarmente evidente è la gigantesca perdita di voti dei Verdi tedeschi. A differenza del 2019, quando ci sono state le scorse elezioni europee, il tema ambientalista non è più al centro delle preoccupazioni degli elettori. Nel 2019 a dominare la scena erano le proteste giovanili guidate da Greta Thunberg. Ma negli anni seguenti pandemia e guerra in Ucraina hanno colpito duramente l’economia, producendo grandi impatti soprattutto sui ceti medio-bassi e sulle piccole imprese. In questo quadro di difficoltà alcuni provvedimenti del Green Deal hanno suscitato vivaci proteste, in particolare del settore agricolo. Rampini cita l’ex ministro di Obama Steven Koonin, che prevede che sia in Europa che negli USA l’”agitazione sull’emergenza climatica sia destinata a calare”; Koonin, basandosi su una teoria del politologo Anthony Downs, afferma che “la storia dimostra che su molti temi la sensibilità collettiva e la mobilitazione politica segue cinque fasi d’ascesa, culmine, declino. Il picco dell’attenzione verso la questione climatica secondo Koonin ha coinciso con l’insuccesso nel realizzare i suoi obiettivi più ambiziosi”.

L’opinione pubblica europea, evidenzia Rampini, si pone anche domande sull’effettiva rilevanza di riforme ambientali che riguardino solo l’Unione Europea, laddove a colpire l’ecosistema saranno soprattutto le economie dei paesi emergenti dove vive il 90% della popolazione del mondo.

“A partire dall’osservazione di Rampini” commenta il Direttore di SAFE Giuliano Maddalena “sarebbe opportuna una riflessione profonda: come mai l’opinione pubblica non ha colto i grandi effetti internazionali che avranno misure del Green Deal come il regolamento Ecodesign, il regolamento Batterie, la direttiva sulla Due Diligence e il regolamento sul Waste Shipment? L’Europa ha un grande peso sull’economia globale, sia come investitore diretto in attività produttive, sia come compratore dei prodotti dei paesi emergenti, sia come esportatore di rifiuti; un ruolo guida su mercato che, in funzione delle nuove norme, stimolerà le filiere produttive e i sistemi di gestione ambientali di tutto il mondo a posizionarsi su standard ambientali e di qualità più alti, con effetti sull’ecosistema globale che potrebbero essere decisivi. E’ evidente che esiste un gap tra l’informazione di tipo divulgativo, che spesso è esageramente approssimativa, e l’informazione tecnica, che è letta quasi solo dagli addetti dei settori coinvolti. Occorre trovare il modo di arrivare all’opinione pubblica generalista con contenuti più specifici, alzando il livello della comprensione collettiva”.

L’Institute for Environmental European Policy (IEEP) pubblica periodicamente, da 4 anni, il “Barometro del Green Deal europeo”, ospitando le opinioni di 300 esperti di sostenibilità ambientale e riportando i risultati di sondaggi su larga scala che analizzano il progresso della transizione verde nell’Unione. Nell’edizione dello scorso maggio IEEP ha presentato le opinioni di 276 esperti europei intervistati in merito al futuro della transizione verde dopo le elezioni europee dell’8 e 9 giugno. Il 67% degli esperti intervistati reputa che le elezioni del 2024 avranno un effetto negativo sull’implementazione del Green Deal. Il 20% crede che le elezioni avranno un impatto molto negativo. IEEP reputa che queste risposte siano state influenzate da sondaggi elettorali che mostravano (come poi effettivamente avvenuto) una crescita delle forze conservatrici, che sono tipicamente meno impegnate sulla questione climatica. Tuttavia, è importante considerare che meno un terzo degli esperti intervistati (27%) ha incluso il rinnovo del Parlamento Europeo tra le quattro barriere principali all’implementazione del Green Deal. La principale barriera, secondo gli esperti, è piuttosto l’ “insufficiente impegno dei Governi nazionali” seguita, in ordine di importanza, dall’”impatto dell’inflazione”, dalla mancanza di “titolarità politica degli Stati membri” e dall’”approccio top-down nel disegno delle politiche e degli obiettivi del Green Deal”. L’impatto delle nuove elezioni è quindi reputato negativo dalla maggioranza degli esperti, ma con importanza relativa e non realmente determinante. Il Green Deal non entra in crisi per la nuova conformazione del Parlamento Europeo, ma rischia piuttosto di entrare in crisi a causa delle recenti disruption economiche. In merito al livello di resilienza del Green Deal dopo le elezioni europee, il 52% degli esperti reputa che il Green Deal sarà resiliente (moderatamente o completamente); il 38% dichiara che non sarà resiliente; il 9% non ha voluto esprimere opinioni.

 

Green Deal ed Economia Circolare andranno avanti

Sul futuro della transizione verde Giuliano Maddalena è fiducioso: “la strada del Green Deal è già segnata ed è molto difficile, se non impossibile, che ci siano retromarcie. Non si tratta solo della questione ambientale, che è quella che a noi sta più a cuore; il Green Deal obbedisce anche a un’esigenza geoconomica. La maggioranza delle imprese leader dell’Unione incorpora nella propria visione strategica Green Deal ed Economia Circolare sia per i suoi effetti ecologici che per ragioni produttive, di mercato e di posizionamento globale. E noi lo sappiamo bene, essendo un hub che rappresenta centinaia di produttori di alto livello”. Secondo il Direttore di SAFE “qualunque sia la scala di priorità delle istituzioni europee, e indipendentemente da quali sarà il peso delle singole forze politiche e la loro attenzione al tema ecologico, la transizione andrà avanti”.

L’agenzia di stampa Reuters, dopo aver sentito legislatori, analisti e funzionari, reputa che “un Parlamento europeo più orientato a destra renderà più difficile l’approvazione delle politiche climatiche più ambiziose, ma la maggior parte delle attuali politiche ambientali europee rimarrà in piedi, specialmente quelle in cui è leader a livello globale”. “Non penso che ci sarà una marcia indietro sulle politiche climatiche. Penso piuttosto che sarà più complicato introdurre politiche nuove”, ha detto a Reuters Bas Eickout, capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo. “Sarà difficile far passare le nuove proposte, ma è improbabile che si retroceda su quelle che sono già state introdotte” ha confermato il Ministro all’Ambiente polacco Krzysztof Bolesta.

Indipentemente dalla volontà politica, commenta Reuters nel suo approfondimento pubblicato il 10 giugno, un’ ”inversione a u” sulle dozzine di norme ambientali entrate in vigore negli ultimi 5 anni sarebbe molto complicata a livello legale. A essere messi in discussione saranno singoli provvedimenti che impattano su settori specifici, ha detto Mats Engström, senior fellow del think tank sulle relazioni estere del Consiglio Europeo.

Ad esempio nel settore agricolo, dove ci sono state accesissime proteste da parte degli agricoltori, o sulle energie rinnovabili, che dipendono significativamente da incentivi economici europei, oppure il bando delle nuove automobili che funzionano a petrolio e a diesel, previsto per il 2035, che la premier italiana Giorgia Meloni ha definito “una follia ideologica che va assolutamente corretta”.

“Ma di sicuro a essere messa in discussione non sarà l’Economia Circolare” dice Giuliano Maddalena. “Ossia quella parte del Green Deal che introduce obiettivi, vincoli, responsabilità e sistemi di governance per aumentare il tasso di recupero dei rifiuti e la durevolezza dei prodotti”.

Il nuovo Parlamento avrà un focus minore sull’ecologia ma porrà al centro il rafforzamento dell’industria europea, e questo in gran parte potrà succedere proprio per mezzo delle politiche del Green Deal, valuta a Reuters a conclusione del suo approfondimento. Alcuni analisti prevedono che i fondi e le politiche per supportare progetti “climate-friendly” aumenteranno, ma saranno giustificati dalla necessità di aiutare l’industria, senza enfasi sulle loro caratteristiche “green” e “clean”. “Se si tratta di aumentare la produzione di tecnologie verdi qui in Europa, allora ciò può essere fatto in nome della competitività industriale e non per il clima”, ha affermato Linda Kalcher, direttore esecutivo del think tank Strategic Perspectives. “Probabilmente a cambiare saranno gli aspetti retorici, ma l’azione sul campo rimarrà la stessa”.

Safe – Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari