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OCSE: il riciclo tessile ha bisogno di uno specifico approccio di Due Diligence

Le formule di Due Diligence tipiche dell'economia lineare non bastano per il riciclaggio tessile. L'OCSE lo afferma in un paper pubblicato a febbraio 2026, descrivendo filiere dominate da circuiti aperti, illegalità diffusa, manodopera minorile e in alcuni casi controllo criminale degli scarti. La risposta non è solo repressione: è costruzione di capacità lungo tutta la catena, fino ai waste pickers. Leggi il commento di Massimiliano Marin di SAFE-Hub.

Al riciclaggio tessile possono essere applicate le formule di Due Diligence tipiche dell’economia lineare? L’OCSE non è di questo parere. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che riunisce i paesi sviluppati accomunati dall’economia di mercato, trasferire a questo settore i criteri di Due Diligence tradizionali creerebbe importanti lacune. A febbraio 2026 l’istituzione internazionale ha pubblicato Due Diligence on recycling processes in the garment and footwear sector : un paper di orientamento destinato ad esercitare grande influenza. L’OCSE, che ha un’importante funzione guida sulle politiche dell’intero mondo occidentale, nonché di potenze asiatiche come il Giappone e la Corea del Sud, è uno dei principali promotori globali della Responsabilità Estesa del Produttore.

“Garantire la sostenibilità ambientale e sociale delle filiere downstream non è uguale che garantirla per le operazioni gestite in house o nelle filiere upstream”, sottolinea Massimiliano Marin, Responsabile Sviluppo e Strategia Tessile di SAFE-Hub delle Economie Circolari. “Nel settore tessile le grandi imprese hanno acquisito familiarità con i criteri della Due Diligence, e applicano un crescente controllo sui loro fornitori. Un percorso ultradecennale che, seppur non privo di intoppi, si trova a un importante stato di avanzamento. Sul riciclaggio, in comparazione, siamo agli albori”.

Abbiamo chiesto a Marin di ripercorrere e commentare i punti salienti del paper pubblicato dall’OCSE. “Prima di tutto”, riferisce il manager, “l’OCSE chiede ai produttori del tessile-moda-calzature di reimpostare i loro metodi di valutazione del rischio. Per colmare il gap con le formule di Due Diligence già consolidate, è indispensabile una conoscenza accurata di ciò che accade con i rifiuti”.

L’illegalità diffusa

“Come riportato nel paper, oggi il riciclaggio tessile continua a fondarsi in modo preponderante su filiere open loop, ossia a circuito aperto; l’open loop non è un male, ma se privo di controlli si presta a dinamiche di mercato selvagge. La principale destinazione delle materie secondarie tessili sono i distretti tessili indiani e pakistani, dove l’abbondante residuo generato dalle operazioni di classificazione è smaltito al di fuori di ogni standard ambientale e dove viene fatto ampio ricorso alla manodopera minorile”.

“In generale il settore del riciclaggio tessile è piagato da un’illegalità diffusa, che include fenomeni di corruzione alle dogane, lavaggio di denaro e delitti ambientali di ogni genere. In alcuni distretti tessili, in Asia e non solo, i fabbricanti tessili sono messi sotto pressione da gruppi criminali, che in cambio della loro protezione esigono la consegna degli scarti tessili, che poi valorizzano economicamente senza rispettare nessuna regola ambientale; una dinamica che, ovviamente, ha maggiore frequenza nelle giurisdizioni caratterizzate da alti livelli di corruzione, regole deboli o non applicate e pratiche di appalto opache.  A essere problematici sono anche i flussi transfrontalieri europei. Nel suo paper l’OCSE pone come esempio un’inchiesta del 2024 che ha svelato ingenti traffici di rifiuti post-consumo provenienti da paesi europei ad alto reddito ed esportati alla Romania come se fossero stati selezionati. Per rendersi conto della gravità della situazione è sufficiente seguire la cronaca: l’ultimo caso finito sotto i riflettori dei media, a fine febbraio, è quello delle mille tonnellate di scarti tessili sequestrate nell’ambito dell’operazione Jco Demeter XI della Guardia di Finanza, portata avanti in collaborazione con le dogane di diversi paesi”.

Tracciabilità, ma non fine a sé stessa

“Un rapporto diffuso dall’Interpol nel 2020 e citato nel paper dell’OCSE, afferma che la mancanza di trasparenza nella gestione dei tessili dopo la raccolta è un fattore chiave per la criminalità legata ai rifiuti, poiché raramente le organizzazioni sono tenute a tracciare la destinazione finale dei rifiuti. La tracciabilità però, secondo l’OCSE, non va considerato un fine ma un punto di partenza. La conoscenza del percorso dei flussi, di fatti, per essere utile deve consentire una piena conoscenza delle modalità di gestione, altrimenti non è possibile raggiungere la sostenibilità ambientale e sociale. La visibilità delle filiere del rifiuto post-consumo, afferma l’OCSE, implica il coinvolgimento funzionale di tutti i player, includendo quelli che funzionano in micro-scala, come le cooperative incaricate delle operazioni di raccolta, che lavorano nel primo anello della filiera, e i waste pickers che operano a valle. I waste pickers sono gli operatori vulnerabili ed informali che raccolgono e valorizzano i rifiuti come mezzo di sopravvivenza”.

“Con i waste pickers, insiste l’OCSE in vari punti del paper, va fatto uno specifico sforzo di coinvolgimento, mettendo in luce il loro ruolo di filiera e la natura dei loro rapporti con i player più forti, al fine di coinvolgerli pienamente nel sistema di tracciabilità e trasparenza e per garantire loro migliori condizioni di lavoro e prezzi giusti, nel rispetto delle linee guida ONU sul rispetto dei diritti umani nelle attività di business”.

Costruire capacità

“Non si tratta di sostituire gli operatori che fanno questo lavoro con nuovi operatori”, chiarisce Massimiliano Marin. “L’approccio dell’OCSE punta, piuttosto, su un incremento delle capacità e competenze esistenti. I risultati dell’analisi del rischio e la valutazione approfondita dei metodi di lavoro, così come il dialogo con i player chiave e con le rappresentanze dei lavoratori, sono elementi fondamentali per identificare le esigenze formative di filiera e garantire che tale formazione sia adeguatamente mirata alle necessità del contesto. OCSE invita i produttori e i loro sistemi collettivi a dedicarsi direttamente a queste attività di formazione, enfatizzando la necessità di migliorare le condizioni sanitarie e di sicurezza dei lavoratori coinvolti. I player di filiera vanno prequalificati dai produttori ed accompagnati, passo passo, a migliorare i loro standard e i loro metodi di lavoro”.

“Le iniziative di formazione ed accompagnamento dovrebbero essere allineate con l’impegno dei produttori ad approvvigionarsi costantemente di fibre e materiali riciclati, in volumi maggiori rispetto a quelli attuali, ed esercitando tutto il loro potere di influenza sulla filiera. Un’influenza che deriva non solo dalla loro responsabilità sul recupero dei rifiuti sancita dai regimi EPR, ma anche dal loro ruolo di clienti finali delle materie da riciclare.  In questo ambito il margine di crescita è molto alto: di fatti, l’attuale share delle fibre riciclate sulla produzione globale di fibre è di appena un 7,6%”.

“Poiché le economie locali dei rifiuti possono essere controllate da reti criminali, l’OCSE chiede ai produttori/acquirenti finali di materie secondarie di collaborare sia con i fornitori che a livello settoriale o governativo, con il fine di identificare soluzioni reciprocamente accettabili e mitigare i rischi”.

Il manager di SAFE-Hub delle Economie Circolari non nasconde la soddisfazione per il contenuto del paper dell’OCSE. “La linea sul riciclaggio del tessile sancita dall’OCSE, che avrà una grande influenza sulle politiche governative di buona parte del mondo, includendo Europa e Stati Uniti, è esattamente la stessa linea che SAFE-Hub delle Economie Circolari porta avanti dal 2021, non solo con le parole ma soprattutto con i fatti. Una linea che è stata sposata dai consorzi dei produttori made in Italy e che abbiamo scelto non in funzione di prescrizioni sovraimposte, che a quel tempo non c’erano, ma basandoci esclusivamente sulla nostra autonoma analisi e valutazione delle filiere”.

“Nel 2021, inaugurando la nostra area tessile, abbiamo cercato innanzitutto di ottenere una percezione diretta di tutti gli aspetti della filiera, con particolare attenzione sulle criticità; prendendo atto dei risultati del nostro lavoro di analisi abbiamo deciso, così come nelle altre filiere da noi coordinate, di andare oltre la norma, puntando dritti alla trasparenza e alla sostenibilità. Per noi le linee dell’OCSE sono già materiale vivo, con il quale ci confrontiamo quotidianamente ed operativamente, facendo match assieme ai produttori tra offerta e domanda di materie secondarie riciclate, e pre-qualificando ed accompagnando per mano in percorsi di miglioramento i player di filiera, sia a livello nazionale che internazionale”.