Clean Industrial Deal, la Commissione Europea dialoga con le imprese
Dopo il lancio di febbraio 2025, il Clean Industrial Deal è sparito dalla cronaca. Ma il silenzio mediatico non significa inattività: nell'ultimo anno i funzionari della Commissione hanno tenuto oltre 750 incontri con gli stakeholder — più di tre al giorno — soprattutto con il settore industriale. Un cantiere aperto, con implicazioni di livello esistenziale per le imprese europee.
Dopo un lancio pubblico che a febbraio 2025 aveva ottenuto grande scalpore mediatico, il Clean Industrial Deal (“patto per l’industria pulita”) è sostanzialmente sparito dalla cronaca. Il programma di punta dell’Unione Europea, finalizzato a ridisegnare l’economia comunitaria in nome del risparmio energetico e della competitività nei mercati globali, negli ultimi dodici mesi non ha più captato l’interesse dei mass-media e della stampa settoriale. In inglese, così come nelle altre lingue europee, gli articoli ed approfondimenti pubblicati sul web sono più unici che rari. Cosa è successo?
“A volte, quando il dialogo tra gli stakeholder è aperto e le posizioni sono in corso di definizione, nessuno desidera esporsi al dibattito pubblico, né tantomeno lo promuove”, spiega Giuliano Maddalena di SAFE-Hub delle Economie Circolari. “Il silenzio stampa sul Clean Industrial Deal non è sintomo di paralisi del percorso. Al contrario, il dialogo delle imprese con la Commissione è più che mai intenso”.
Tre incontri al giorno
Il Corporate Europe Observatory, poche settimane fa, ha riferito che sull’argomento del Clean Industrial Deal, nell’ultimo anno, i funzionari top level di Bruxelles hanno realizzato ben 750 incontri con gli stakeholder: in gran maggioranza esponenti del mondo delle imprese, e specialmente del settore siderurgico, minerario ed energetico. Considerato il numero di giorni lavorativi degli uffici della Commissione, ci sono stati più di tre incontri al giorno.
L’attività di dialogo più intensa ha riguardato il corpo centrale e strategico del Clean Industrial Deal, con 162 incontri dedicati presso le Direzioni Generali a Bruxelles (la più attiva è stata quella sul Mercato Interno). Gli altri incontri con i funzionari di Bruxelles si sono focalizzati sui percorsi chiave incorporati nella strategia del Clean Industrial Deal. Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), che ponendo barriere all’importazione per i prodotti ad alto impatto ambientale cambia il sistema di prezzi delle filiere industriali europee, è stato oggetto di 145 incontri. A proposito del Circular Economy Act, che una volta adottato reimposterà la legislazione europea su riduzione e recupero dei rifiuti, gli incontri sono stati 45. L’Industrial Accelerator Act, che punta a rilanciare l’industrializzazione europea in un quadro di sostenibilità, è stato l’argomento di 53 incontri; questo specifico percorso è culminato, a marzo 2026, in una proposta formale della Commissione Europea che dovrà essere discussa ed approvata da Parlamento e Consiglio. Sull’Automotive Action Plan, anch’esso inquadrato nel Clean Industrial Deal, sono stati compiuti 45 incontri.
Gli assi strategici
Quale sarà l’impatto del Clean Industrial Deal sulle imprese europee? Giuliano Maddalena risponde delineando il quadro strategico e politico in cui si sviluppa la proposta europea. “Diversamente dal Green Deal, che le industrie hanno criticato per non aver tenuto nel dovuto conto la sostenibilità economica, operativa e commerciale delle filiere, il nuovo programma pone al centro il rilancio della competitività industriale, continuando comunque a perseguire gli obiettivi ambientali strategici. Ma proprio l’incrementata attenzione sugli interessi industriali, con tutti gli ambiti d’intervento che ne conseguono, rende potenzialmente più dirompenti gli effetti di questo programma sul mondo delle industrie. Per le industrie europee il Clean Industrial Deal ha un’importanza di livello esistenziale; è quindi normale che il loro dialogo con la Commissione sia così intenso”.
Nella comunicazione del 26 febbraio 2025 in cui presenta il Clean Industrial Deal, la Commissione afferma che “per realizzare un nuovo ecosistema industriale europeo di crescita e prosperità che sia fiorente, è essenziale smettere di ragionare per compartimenti stagni e guardare invece all’intera catena del valore”.
“I sei fattori trainanti”, secondo la Commissione, sono: 1) energia a prezzi accessibili, 2) mercati guida, 3) finanziamenti, 4) circolarità e accesso ai materiali, 5) mercati globali e partenariati internazionali e 6) competenze.
Questi fattori, dice la Commissione, “dovrebbero essere integrati da interventi orizzontali in grado di rendere competitiva l’economia: ridurre la burocrazia, sfruttare appieno le possibilità offerte dalle dimensioni del mercato unico, anche attraverso la graduale integrazione dei paesi candidati, promuovere la digitalizzazione, accelerare la diffusione dell’innovazione, promuovere posti di lavoro di qualità e migliorare il coordinamento delle politiche a livello nazionale e dell’UE”.
“La Commissione Europea parte da un’importante premessa”, spiega Giuliano Maddalena. “I principali competitor globali dell’Unione Europea godono di costi energetici inferiori, e questo si riflette in un grave svantaggio competitivo per le nostre industrie. Secondo la Commissione investire nella decarbonizzazione contribuirà in modo determinante a ribilanciare questo squilibrio; lo sviluppo delle tecnologie pulite, inoltre, garantirà maggiore autonomia strategica e sarà un forte fattore di posizionamento nel commercio globale”.
“L’International Energy Agency ha stimato che a livello mondiale, entro il 2035, il volume di mercato delle sei principali tecnologie industriali di energia pulita supererà i due trilioni di dollari annui. Le sei tecnologie in questione sono i pannelli fotovoltaici, le turbine eoliche, i veicoli elettrici, le batterie, gli elettrolizzatori e le pompe di calore. L’European Investment Bank riferisce che l’esportazione europea di tecnologie pulite è cresciuta del 65% dal 2017, a fronte del 79% di crescita delle esportazioni cinesi e di uno scarso 22% di quelle statunitensi. Per acquisire la leadership globale di mercato in questo settore, rafforzando allo stesso tempo la sua autonomia strategica, l’Europa vuole implementare una trasformazione industriale a tappe forzate, proiettata sulla domanda di mercato globale ma garantita da una forte domanda interna; perché tale trasformazione sia possibile, le industrie e gli investitori devono avere prospettive sicure ed affidabili. Il Clean Industrial Deal costruisce strategicamente il nuovo scenario, a livello normativo, fiscale e finanziario, rendendo solide le previsioni di mercato su cui si affidano gli investitori. Il risparmio e l’autonomia energetici non sono perseguiti solamente per mezzo di interventi diretti sul settore energetico, ma anche, in modo indiretto, promovendo la circolarità delle risorse e stimolando la domanda dei prodotti con basse emissioni, includendo quelli di seconda mano”.
Le risorse allocate dall’Unione per costruire questo scenario sono maggiori di quelle che si pensa di destinare all’Ucraina. “Da qui al 2029 il Clean Industrial Deal mobiliterà oltre 100 miliardi di euro per supportare la manifattura europea di prodotti puliti”, riporta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari. “Un oceano di denaro che cambierà gli equilibri competitivi del settore industriale comunitario, non solo a livello globale ma anche nel mercato interno. Il regolamento Investeu, che offre una base normativa al programma europeo di supporto agli investimenti, in seguito a specifici emendamenti ha mobilitato 50 miliardi per finanziare lo sviluppo di tecnologie pulite, mobilità sostenibile e riduzione dei rifiuti; il Clean Industrial Deal state aid framework, adottato a giugno 2025, velocizza gli aiuti di Stato per questi settori; altre ingenti risorse arriveranno dall’Innovation Fund e dal programma Horizon Europe. È poi in cantiere l’istituzione della Industrial Decarbonisation Bank, che diventerà un importante volano per la distribuzione delle risorse e il sostegno degli investimenti”.
La società civile
Ad avere gli occhi puntati sul Clean Industrial Deal è anche la società civile. Nell’ultimo anno le associazioni ecologiste, le associazioni dei consumatori e i sindacati hanno avuto almeno 70 incontri sull’argomento con i funzionari della Commissione.
“Non bisogna scordarsi che questa riforma non è di esclusivo interesse industriale, ma anche e soprattutto di interesse collettivo”, puntualizza Giuliano Maddalena. “L’elettrificazione progressiva di tutti gli ambiti avrà precisi impatti sui consumatori, spaziando dalla mobilità pubblica e privata fino ai costi delle bollette delle utenze domestiche. Gli ecologisti, dal canto loro, cercano di entrare nei dettagli delle soluzioni pulite adottate nel programma per promuovere quelle che reputano più sostenibili dal punto di vista ambientale e stigmatizzare quelle che considerano inadeguate. Ad esempio, è stata messa in discussione la validità della cattura e stoccaggio di carbonio, nota come CCS, perché consentirebbe, anche nel nuovo scenario, la sopravvivenza di processi industriali che hanno un’alta intensità di consumo di risorse fossili. È però anche valido il punto di vista della sicurezza economica e strategica, che in Italia, in campo istituzionale, è stato più volte portato dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin. In piena crisi energetica, e con una possibile guerra mondiale alle porte, smantellare o portare in phase out forzato gli asset nazionali o comunitari, qualsiasi essi siano, potrebbe essere pericoloso: meglio usarli come stampella della transizione, calibrando il loro impiego in funzione degli obiettivi di riconversione e puntando nel frattempo alla mitigazione dei danni; in ambito energetico, le centrali più inquinanti possono essere messe in stand-by, ma non distrutte”.
“In Italia, con una certa lungimiranza, gli stakeholder pubblici, industriali ed ecologisti stanno dialogando tra di loro, in occasioni pubbliche ma senza particolare risalto mediatico, con l’intenzione di trovare convergenze che portino il paese a cogliere le opportunità ambientali, economiche e di mercato che derivano dal Clean Industrial Deal, soprattutto in campo energetico”.
La massa critica della circolarità
“L’ambizione del patto per l’industria pulita è fare dell’UE il leader mondiale dell’economia circolare entro il 2030”, scrive la Commissione Europea in premessa alla sua comunicazione del 26 febbraio 2025.
“Per raggiungere questo obiettivo la normativa e le prescrizioni sovraimposte hanno un’importanza fondamentale, ma è difficile che veri passi avanti siano fatti senza un’iniziativa privata convinta e determinata, che andando oltre la logica dell’adempimento sia disposta a incorporare la circolarità nella propria visione strategica e di sviluppo”, avverte Giuliano Maddalena. “Tale atteggiamento non si può pretendere dalla totalità delle imprese, ma, come stiamo facendo con SAFE-Hub delle Economie Circolari, è possibile creare masse critiche proiettate verso il futuro, che esercitino leadership di mercato e che siano motore e non soggetto passivo del cambiamento”.







