Lavoro e circolarità, una chimera in attesa di diritti
Il report “Employment in the Circular Economy” stima per la prima volta la forza lavoro globale dipendente da attività circolari: tra i 121 e 142 milioni di persone che riparano, commerciano usato, gestiscono rifiuti e riciclano. Oltre la metà, a partire dai waste pickers, in condizioni di vulnerabilità. E in attesa di una “transizione giusta”.
di Raffaele Lupoli
Di numeri ne girano tanti quando si parla di lavori legati alla transizione ecologica. Accompagnati da una narrazione tendenzialmente ottimista sulla possibilità che questi numeri crescano e compensino almeno in parte la perdita di posti di lavoro legata all’altra transizione, quella digitale dell’intelligenza artificiale e dei robot.
Al dicembre 2025 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, ILO), in partnership con Circle Economy e World Bank Group e supportata dall’iniziativa UN-PAGE, ha pubblicato un rapporto che ambisce ad essere la prima stima globale e comparabile dell’occupazione nel settore dell’economia circolare. Coprendo 177 paesi e integrando economie formali e informali, il report non si limita a mettere in fila numeri ma si pone come un incentivo informato a politiche pubbliche più consapevoli e orientate alla “just transition”, con un terzo aggettivo spesso ignorato e che invece richiama alla necessità di far andare di passo sostenibilità ambiente, innovazione tecnologica e lavoro dignitoso.
Il rapporto “Employment in the Circular Economy” stima che a dipendere da attività “circolari” sono tra 121 e 142 milioni di lavoratori e lavoratrici concentrati in pochi segmenti produttivi. La riparazione e manutenzione rappresentano circa il 46% di tutti i posti di lavoro circolari, seguite da manifattura (24,5%) e gestione dei rifiuti (8%).
Questa concentrazione evidenzia una tensione chiave: settori “storici” della circolarità come riparazione e riciclo sono largamente labour-intensive, offrendo molti posti di lavoro, ma spesso a basso valore aggiunto e con scarsa protezione. Al contrario, settori strategici per la sostenibilità ambientale come la costruzione ed estrazione mineraria mostrano quote estremamente basse di occupazione circolare, indicando un potenziale non sfruttato per generare green jobs con valore aggiunto industriale.
Informalità, vulnerabilità e disuguaglianze
Più della metà di questa forza lavoro circolare, oltre 74 milioni di persone, opera in condizioni informali: manodopera priva di contratti stabili e protezione sociale, rappresentanza sindacale inesistente, ambienti pericolosi o non regolati, in particolare nei paesi a reddito a basso e medio.
Un peso così rilevante dell’informalità ribalta una narrativa comune: come ha evidenziato commentando il rapporto la federazione sindacale IndustriALL Global Union, che aggrega 50 milioni di lavoratori del settore minerario, energetico e manifatturiero, siamo davanti a una scelta di sopravvivenza più che basata sulla consapevolezza di dover ridurre gli impatti ambientali. E sicuramente non si tratta di un’opportunità di emancipazione economica.
Il rapporto segnala che poi circa il 26% dei lavoratori circolari sono donne, una quota inferiore alla media dell’occupazione globale. Questo indica che, mentre la circolarità può offrire opportunità di lavoro localizzate, rimangono persistenti gap di genere che richiedono policy mirate per evitare l’esclusione sistemica di fasce già svantaggiate della forza lavoro.
La specificità dei circular jobs
Il valore del report “Employment in the Circular Economy “non sta solo nella pur rilevante dimensione numerica, ma nella sua ambizione di definire un perimetro occupazionale distinto, non sovrapponibile né riducibile alla più ampia categoria dei green jobs. Fin dalla metà degli anni 2010, la narrazione dominante sul lavoro “verde” è stata guidata principalmente da International Labour Organization (ILO-OIL), International Renewable Energy Agency (IRENA) e Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD-OCSE), con un focus fortemente orientato alla transizione energetica: rinnovabili, efficienza energetica, reti, mobilità elettrica. In questo quadro, l’economia circolare è rimasta a lungo un oggetto laterale, spesso trattato come estensione della gestione dei rifiuti o come sottocategoria della green economy.
Il nuovo report rompe questa impostazione per una ragione strutturale: mentre i green jobs sono definiti in base all’impatto ambientale dell’attività, i circular jobs vengono identificati in base alla funzione economica svolta nei cicli di materiali, beni e valore. È una distinzione sottile ma cruciale. Un impianto fotovoltaico, ad esempio, è inequivocabilmente “verde”, ma genera occupazione concentrata nelle fasi di costruzione e installazione. La riparazione di beni durevoli, la rigenerazione industriale o il commercio dell’usato, al contrario, producono meno benefici ambientali misurabili nell’immediato ma occupazione diffusa, locale e persistente nel tempo, così come persistente nel tempo è la riduzione degli impatti legata alla attività svolta.
La difficile promessa dei green jobs
Secondo le più recenti valutazioni dell’IRENA, il settore delle energie rinnovabili impiegava nel 2023 circa 13,7 milioni di persone a livello globale, in crescita rispetto agli anni precedenti ma con un rallentamento evidente rispetto alle traiettorie previste prima della pandemia. Le stime IRENA dei primi anni 2020 ipotizzavano una crescita molto più rapida, sostenuta da investimenti massicci e continui. L’aumento dei costi delle materie prime, le tensioni sulle catene di fornitura e il rialzo dei tassi di interesse, insieme al ritorno in grande stile delle trivelle e di chi le sostiene a spada tratta, hanno inciso sulla capacità di molti paesi, soprattutto emergenti, di sostenere nuovi progetti su larga scala.
Parallelamente, l’OCSE ha più volte sottolineato come la categoria dei green jobs tenda a includere occupazioni altamente cicliche (costruzione, retrofit, installazione), esposte alle fluttuazioni degli investimenti pubblici e privati. In altre parole, la promessa quantitativa dei green jobs non è svanita, ma appare oggi più condizionata, meno lineare, e fortemente dipendente dalle nuove scelte di policy industriale e fiscale.
Il contributo specifico dell’economia circolare
È in questo contesto che la stima ILO sui 121-142 milioni di lavoratori circolari assume un significato particolare. Anche tenendo conto delle differenze metodologiche, il confronto con le cifre sui green jobs rivela un dato strutturale: l’economia circolare occupa già oggi molte più persone della transizione energetica, ma lo fa in modo meno visibile, meno formalizzato e spesso meno valorizzato. Nei suoi studi su rifiuti solidi urbani e gestione dei materiali, la Banca Mondiale ha stimato che l’intera filiera globale dei rifiuti – inclusa l’informalità – potrebbe impiegare tra 50 e 60 milioni di persone: una cifra coerente con il peso attribuito dal nuovo report sui “circular jobs” alla gestione dei rifiuti e al recupero di materiali. Tuttavia, mentre la World Bank tende a leggere questi lavori prevalentemente in chiave di service delivery urbano, l’ILO li colloca all’interno di una trasformazione sistemica dei modelli produttivi. Un cambio di prospettiva politicamente fondamentale: se la circolarità non è un segmento marginale ma una infrastruttura occupazionale già esistente, allora le politiche pubbliche non dovrebbero limitarsi a “creare nuovi lavori verdi”, ma a trasformare lavori esistenti, migliorandone qualità, sicurezza e riconoscimento. Non tutte le istituzioni convergono, però, su questa lettura: alcuni studi UNEP e OCSE continuano a trattare l’economia circolare soprattutto come leva di efficienza delle risorse, stimandone gli effetti occupazionali in modo indiretto e spesso prudente. In questi casi, l’occupazione circolare viene vista più come effetto collaterale positivo che come obiettivo di policy autonomo.
Il report ILO, al contrario, assume una posizione più netta: senza un riconoscimento esplicito del lavoro circolare, soprattutto quello informale, la transizione rischia di produrre nuove disuguaglianze, rafforzando settori ad alta intensità di capitale e lasciando ai margini milioni di persone che già oggi sostengono, di fatto, la circolarità dei sistemi economici globali.
È una divergenza che non è solo teorica, ma profondamente politica. E prepara il terreno alla domanda cruciale che attraversa il dibattito attuale: le previsioni di crescita occupazionale formulate negli anni passati stanno davvero reggendo alla prova della realtà geopolitica ed economica attuale?
Dopo l’era della corsa inarrestabile
Per comprendere la portata e i limiti delle stime contenute nel report “Employment in the Circular Economy” è necessario tornare indietro di almeno un decennio, quando l’idea di una “grande convergenza” tra transizione ecologica e crescita occupazionale iniziava a imporsi come asse portante delle politiche climatiche internazionali.
Tra il 2014 e il 2019, numerosi report evocavano che la transizione verso un’economia a basse emissioni avrebbe prodotto un saldo netto positivo di posti di lavoro, compensando, e in alcuni casi superando, le perdite nei settori fossili e ad alta intensità di carbonio. La sequenza di shock che ha colpito l’economia globale a partire dal 2020 ha modificato radicalmente il contesto in cui quelle stime erano state formulate. Molti degli assunti impliciti – stabilità macroeconomica, flussi di investimento crescenti, cooperazione internazionale relativamente fluida – sono venuti meno o si sono indeboliti.
Secondo le analisi più recenti dell’ILO e della World Bank, la crescita dell’occupazione verde non si è arrestata, ma ha assunto una geografia molto più diseguale. I paesi ad alto reddito, dotati di capacità fiscali e industriali maggiori, hanno continuato a investire in transizione energetica, infrastrutture circolari e politiche industriali verdi. Al contrario, molti paesi a medio e basso reddito hanno visto rallentare o congelare programmi di investimento, con effetti diretti sull’occupazione potenziale.
In questo scenario, l’economia circolare mostra una doppia faccia. Da un lato, le attività circolari a bassa intensità di capitale (raccolta, selezione, riparazione, riuso) hanno dimostrato una resilienza sorprendente, continuando ad assorbire manodopera anche in contesti di crisi. Dall’altro, le componenti più avanzate e tecnologiche della circolarità (eco-design, riciclo chimico, simbiosi industriale) risultano fortemente dipendenti da investimenti pubblici e privati che oggi appaiono più volatili.
Il confronto tra promesse e realtà
Se si mettono in relazione le stime ex ante con i dati oggi disponibili, emerge un quadro meno trionfalistico ma più realistico. Le previsioni di crescita non sono state smentite in termini assoluti, ma rimodulate nella loro composizione.
Il lavoro circolare cresce, ma non sempre dove e come previsto. In molte economie emergenti, l’aumento dell’occupazione circolare è avvenuto soprattutto nel settore informale, come risposta adattiva alla crisi economica più che come risultato di politiche industriali strutturate. In Europa e in alcune economie dell’Asia orientale, invece, la crescita si è concentrata in segmenti più formalizzati, spesso legati a normative stringenti su rifiuti, estensione della responsabilità del produttore e diritto alla riparazione.
Questo scarto geografico e qualitativo è uno degli elementi più rilevanti messi in luce dal report ILO. La circolarità, lungi dall’essere un percorso uniforme, tende a riprodurre e talvolta amplificare le asimmetrie esistenti tra economie e tra segmenti della forza lavoro.
Il quadro geopolitico e le nuove prospettive
Un altro elemento che ha inciso sulle traiettorie occupazionali è il crescente intreccio tra transizione verde e sicurezza economica. La competizione globale per materie prime critiche, la spinta al reshoring industriale e la ridefinizione delle politiche commerciali hanno riportato al centro il tema della sovranità delle risorse.
In questo contesto, l’economia circolare viene sempre più interpretata – soprattutto nei paesi industrializzati, UE e Italia in primis – come strumento per ridurre la dipendenza da importazioni strategiche. Questa rilettura ha riacceso l’interesse per il riciclo avanzato, la rigenerazione dei materiali e l’allungamento della vita dei prodotti. Tuttavia, come sottolineano diversi analisti OCSE, il rischio è che tali strategie privilegino segmenti ad alta intensità tecnologica e capitale, lasciando irrisolto il nodo dell’occupazione a bassa qualifica e ad alta intensità di lavoro.
Il report ILO si inserisce criticamente in questo dibattito, mostrando che la maggior parte dei lavoratori circolari globali non opera nei settori “strategici” della nuova politica industriale, ma in attività spesso invisibili, scarsamente regolamentate e poco integrate nelle catene del valore formali. Un dato che non si può ignorare quando si pianificano politiche come, ad esempio, il futuro Circular Economy Act europeo.
Insomma, se la transizione ecologica si limita a spostare il baricentro produttivo senza intervenire sulle condizioni di lavoro, il rischio non è solo quello di mancare gli obiettivi sociali, ma di erodere il consenso politico necessario a sostenerla nel lungo periodo.
Ed è precisamente in questo spazio – tra crescita quantitativa e deficit qualitativo – che si colloca la questione dei waste pickers e del lavoro informale nella gestione dei materiali, forse il banco di prova più concreto e controverso della giustizia nella transizione circolare.
La transizione giusta come nodo strutturale
Nel lessico delle istituzioni internazionali, la just transition è ormai una formula consolidata. Tuttavia, la sua applicazione concreta rimane fragile, disomogenea e spesso subordinata ad altre priorità – industriali, fiscali, geopolitiche. Il report “Employment in the Circular Economy” costringe a un cambio di prospettiva: non pone la giustizia della transizione come obiettivo normativo ex post, ma come condizione necessaria di sostenibilità sistemica.
Gli oltre 74 milioni di persone che lavorano oggi in attività circolari al di fuori di qualsiasi quadro formale di protezione, con una concentrazione marcata in Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina, sono rappresentano una marginalità residua destinata a scomparire con la crescita, ma un pilastro funzionale dei sistemi di gestione dei materiali globali. In altri termini: una parte significativa dell’economia circolare mondiale funziona perché esiste lavoro informale. Ed è proprio questo il paradosso che mette in crisi molte narrazioni politiche sulla transizione verde.
Informalità come infrastruttura
Nel dibattito economico tradizionale, l’informalità è spesso trattata come una distorsione: un problema di arretratezza, un fallimento regolatorio, o una fase transitoria verso la formalizzazione. Il report ILO, in linea con una crescente letteratura sul lavoro nei paesi a medio e basso reddito, suggerisce una lettura più scomoda: in molti contesti, l’informalità è una infrastruttura socio-economica adattiva, che consente la sopravvivenza di milioni di persone e garantisce servizi essenziali a costi bassissimi per le città e le industrie.
Nel settore dei rifiuti e del recupero di materiali, questa dinamica è particolarmente evidente. Senza il lavoro informale di raccolta, selezione e pre-trattamento, gran parte delle filiere del riciclo – anche nei paesi industrializzati – non sarebbe economicamente sostenibile. Eppure, questo lavoro resta in larga misura invisibile nei conti economici, nelle statistiche ufficiali e, soprattutto, nelle politiche di transizione.
La just transition, in questo quadro, non può limitarsi a “creare nuovi posti di lavoro verdi”. Deve confrontarsi con un fatto più complesso: esistono già milioni di lavori che rendono possibile la circolarità, ma che non soddisfano criteri minimi di dignità, sicurezza e riconoscimento.
L’esigenza primaria di politiche attive
Il rischio, evidenziato da diversi studi OCSE e ILO, è quello di una transizione “dualizzata”: da un lato, lavori verdi formalizzati, ben retribuiti e concentrati in specifiche aree geografiche; dall’altro, una massa di lavoratori che continuano a operare in condizioni precarie, pur svolgendo attività essenziali alla sostenibilità ambientale.
In questo senso, la just transition non è solo una questione di redistribuzione dei benefici futuri, ma di riconfigurazione delle filiere esistenti. Significa dare un riconoscimento legale a quelle attività informali che fanno da architrave alla circolarità, garantire l’accesso alla protezione sociale e ovviamente salute e sicurezza sul lavoro, integrando queste lavoratrici e questi lavoratori nelle catene del valore formali.
Il report è esplicito su questo punto: senza politiche attive per migliorare la qualità del lavoro circolare esistente, la transizione rischia di consolidare le disuguaglianze anziché ridurle. E non si tratta di intervenire solo dopo che i danni sociali si sono manifestati con sussidi, programmi di riqualificazione o reti di sicurezza temporanee, ma di progettare la transizione tenendo conto fin dall’inizio delle condizioni di lavoro.
Questo approccio è particolarmente pertinente per l’economia circolare, dove molte attività non sono nuove, ma preesistenti e strutturalmente marginalizzate. La domanda chiave non è se includerle o meno nella transizione, ma a quali condizioni.
È su questo crinale che il tema dei waste pickers assume una rilevanza paradigmatica. Essi rappresentano il punto di intersezione tra informalità, lavoro essenziale, sostenibilità ambientale ed esclusione sociale. E costituiscono, di fatto, il test più concreto per valutare se la transizione circolare globale sia davvero “giusta”, o solo efficiente dal punto di vista ambientale.






