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UNEA: verso una governance mondiale dell’ambiente, fondata su circolarità e uso efficiente delle risorse

Nonostante la crisi conclamata del multilateralismo, nel 2025 sono stati fatti importanti passi in avanti verso una governance mondiale dell’ambiente. COP, Trattato Internazionale contro l’inquinamento della plastica e Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente hanno rafforzato l’intesa tra le nazioni su Economia Circolare e tracciabilità globale delle filiere. Si prepara un cambiamento epocale, che porta in sé alcune difficili sfide tecniche e politiche.

Per il multilateralismo ambientale il 2025 è stato un anno particolarmente caldo. A primavera la Conferenza delle Parti (COP), composta da comitati governativi di tutto il mondo, ha ridiscusso a Ginevra gli accordi su import/export dei rifiuti, sostanze pericolose e inquinamenti organici persistenti. Ad agosto, sempre a Ginevra, il Comitato Negoziale Intergovernativo si è incontrato per la sesta volta in poco più di due anni con l’obiettivo di concordare un trattato internazionale legalmente vincolante contro l’inquinamento della plastica. A novembre si è tenuta la COP30 sul cambiamento climatico a Belém in Brasile, e infine, a dicembre, i governi si sono riuniti a Nairobi, in Kenya, per la settima Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA 7).

“L’opinione pubblica, che aveva gli occhi puntati soprattutto su trattato della plastica, conferenza sul cambiamento climatico e assemblea ONU per l’ambiente, sperava fortemente nel raggiungimento di accordi ambiziosi e vincolanti, con un livello di radicalità proporzionato alla gravità dell’emergenza ambientale che sta distruggendo il pianeta”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena.

“Ma le cose non sono andate così. Impegni vincolanti e risolutori non sono stati presi, e i grandi media occidentali, così come le organizzazioni della società civile, hanno parlato di fallimento del multilateralismo ambientale”.

“In realtà, importantissimi passi avanti sono stati fatti nella direzione dell’Economia Circolare. I governi, incapaci di trovare accordo su una riconversione radicale dei modelli produttivi in una congiuntura dove il conflitto geoeconomico e geopolitico è più acuto che mai, hanno trovato un minimo comune denominatore nella circolarità, prendendo atto che il ciclo di vita dei prodotti è internazionale e che i governi debbono collaborare per garantire una piena sostenibilità di tutte le fasi di vita del prodotto, dalla produzione fino alla gestione del rifiuto. Sempre più apertamente si parla di una nuova governance globale, che a partire dall’Economia Circolare, passo passo, potrebbe estendere le proprie competenze ad ambiti più ampi, come ad esempio la riduzione della produzione della plastica in base a un piano dove gli oneri della riconversione siano equamente redistribuiti tra tutti gli attori in campo”.

I PUNTI DI UNANIMITÀ

A Ginevra, lo scorso agosto, i negoziati sulla plastica hanno raggiunto un punto di stallo sulla riduzione della produzione. I negoziatori però hanno trovato importanti punti di convergenza sull’Economia Circolare, ossia su Ecodesign, Riutilizzo, Riciclaggio, Recupero e corretto smaltimento.

Un’unanimità programmatica che è stata ampiamente riconfermata a dicembre da UNEA, l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che è Il principale organo decisionale mondiale in materia ambientale. L’UNEA si riunisce ogni due anni a Nairobi per definire l’agenda ambientale globale e impostare il lavoro del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

“Dall’8 al 12 dicembre, a Nairobi, i governi del mondo hanno adottato 11 risoluzioni e tre decisioni, definendo per l’UNEP una strategia 2026-2029 che dà la massima priorità alla gestione delle crisi ambientali che sono provocate, in modo interconnesso, dal cambiamento climatico, dalla perdita di biodiversità e dall’inquinamento. Le soluzioni chiave poste al centro di questa strategia sono l’economia circolare e l’uso efficiente delle risorse”, riferisce Giuliano Maddalena.

“Una dichiarazione specifica dell’Assemblea intergovernativa riafferma l’impegno degli Stati membri per l’economia circolare, coprendo l’intero ciclo di vita e l’azione contro la criminalità che colpisce l’ambiente”.

“L’Assemblea, tra le altre cose, ha offerto l’opportunità di rinnovare il sostegno politico alla conclusione dei negoziati sull’ accordo globale per porre fine all’inquinamento da plastica, con una serie di eventi di alto livello in cui i ministri di molti paesi hanno sottolineato la necessità di un trattato giuridicamente vincolante, ambizioso ed efficace che copra l’intero ciclo di vita della plastica, migliori la progettazione dei prodotti e affronti il ​​problema dei prodotti in plastica dannosi e inutili”.

“La partecipazione dell’Italia a UNEA-7, alla presenza di ministri e delegati provenienti dagli oltre 190 Paesi, conferma il nostro impegno a contribuire in modo concreto al rafforzamento della governance ambientale globale”, ha dichiarato il viceministro italiano dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava, a margine dei lavori dell’Assemblea. “Abbiamo portato l’esperienza italiana nell’economia circolare e nel settore tessile, settori in cui il Paese rappresenta una realtà avanzata e competitiva, e abbiamo ribadito la necessità di una transizione ecologica improntata a pragmatismo e risultati misurabili”.

Il viceministro ha posto enfasi sulla madre di tutte le questioni. “Serve un accordo ambizioso e attuabile, capace di assicurare regole comuni. Solo un’azione davvero globale può prevenire squilibri competitivi e distorsioni di mercato che penalizzerebbero i Paesi più virtuosi”.

“L’Italia”, ha annunciato Vannia Gava, “continuerà a sostenere una cooperazione internazionale basata su responsabilità condivise e soluzioni efficaci”.

ARMONIZZAZIONE E INTEROPERABILITÀ

Come si gestiscono obiettivi di circolarità globali? Lo scorso novembre sul sito web istituzionale del World Economic Forum è apparsa un’efficace sintesi della situazione attuale. “Senza identificatori condivisi, una balla di PET riciclato prodotta in Indonesia non può facilmente dimostrare la sua provenienza a un acquirente in Germania. Le dichiarazioni non possono essere verificate, i materiali non si muovono efficientemente e i controlli finanziari non producono evidenze”.

Secondo Giuliano Maddalena “l’armonizzazione di politiche e dati deve andare di pari passo. Nell’agenda dei decisori globali le questioni tecniche della circolarità sono destinate a moltiplicarsi. I governi sono coscienti che, quando si tratta di arrivare ad accordi internazionali, i meccanismi decisionali vigenti sono troppo laboriosi: vanno trovate forme di governance più snelle. Innanzitutto, va evitata la sovrapposizione disfunzionale dei criteri di classificazione e codificazione, degli strumenti di tracciabilità, dei sistemi di controllo ed audit, così come delle compliance dell’EPR, della Due Diligence e dell’Ecodesign. Se ogni governo impone i propri standard, la circolarità internazionale diventa infattibile. Gli standard e gli obiettivi specifici devono essere compatibili, e i sistemi di gestione dati interoperabili. La governance globale dovrà garantire con tempistiche adeguata una costante emanazione di norme tecniche, e ciò implica l’adozione di iter di concertazione con gli stakeholder che siano agili ed efficaci. Altrimenti la circolarità globale rischia di entrare subito in corto circuito”.

LA ROTTURA DEI PARADIGMI

L’affermazione globale dell’Economia Circolare richiede la rottura di consolidati paradigmi gestionali e la ricerca di soluzioni completamente nuove. “Come prima cosa va preso atto che nel mondo non esiste un’unica economia circolare: ne esistono almeno due”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari. “Nel cosiddetto Global North, dove viviamo, il consumismo produce enormi volumi di rifiuti che, sempre di più, anche se non ancora del tutto, sono gestiti in modo formalizzato e trasparente, e questo è possibile grazie a una legislazione ambientale avanzata e sistemi di controllo che seppur imperfetti hanno un certo grado di efficacia. Nel Global South, invece, il recupero dei rifiuti è in prevalenza gestito da operatori informali e waste pickers, con grandi vuoti normativi e sostanziale assenza di controllo; un contesto che gradualmente sta evolvendo, ma difficilmente seguirà la stessa linea di modernizzazione del Global North”.

Negli incontri multilaterali, sta prendendo piede, sempre di più, il concetto di transizione giusta. “Non si tratta solo di prevenire gli effetti sociali più gravi delle inevitabili disruption associate a ogni riforma industriale di rilievo”, puntualizza Maddalena. “La COP30, a novembre, ha rimarcato con forza che la transizione ecologica dovrà avvenire includendo, e non escludendo, le decine di milioni di lavoratori informali che oggi vivono del recupero dei rifiuti. Su questo aspetto UNEA ha sposato la stessa linea della COP30, quindi la direzione sembra ormai tracciata. Al di là della questione di principio, il Global South sta chiedendo, e ottenendo, strade di modernizzazione che tengano conto della peculiarità dei loro contesti locali, dove la scarsità di risorse centralizzate è sopperita dall’intraprendenza delle microimprese popolari”.

“Nel nuovo scenario gli standard di qualità ambientale dovranno essere applicati in modo rigoroso in contesti specifici che sono completamente diversi dal nostro, non solo nell’attualità ma anche nella prospettiva. Gli strumenti di tracciabilità e controllo dovranno essere progettati per coinvolgere e far emergere le microimprese, spesso individuali, che oggi lavorano nell’informalità, rendendo il loro comportamento pienamente funzionale. Ciò significa confrontarsi con settori vulnerabili, socialmente emarginati, che vanno assistiti passo passo ad integrarsi al sistema”.

SAFE-Hub delle Economie Circolari si sta preparando attivamente a questo scenario, partendo dal presupposto che, in alcune specifiche filiere della Responsabilità Estesa del Produttore, solo la sinergia con i paesi del Global South rende possibile il raggiungimento degli obiettivi ambientali più ambiziosi. È sicuramente il caso dei rifiuti tessili, la cui frazione riutilizzabile trova mercato soprattutto nei canali della seconda mano dell’Africa Subsahariana. Nel 2025, in collaborazione con Envalue Consulting, abbiamo realizzato missioni esplorative in tre paesi africani, oltre che nei Balcani e in Turchia, per verificare le possibilità di miglioramento dei contesti locali. Sulla base di queste analisi, stiamo sviluppando strumenti di avanguardia per garantire, anche in questi contesti, tracciabilità, controllo ed eccellenza gestionale”.