Crisi del riciclo della plastica: l’iniziativa privata non basta
La plastica riciclata in Europa non è competitiva rispetto alla plastica vergine, e soffre la concorrenza della plastica importata dalla Cina. I riciclatori della plastica europei, nonostante i loro sforzi di innovazione ed efficientamento, rischiano il collasso. L’articolo offre un punto della situazione, arricchito dai commenti di Giuseppe Piardi di Stena Recycling e Marco Ferracin di SAFE.
“L’Europa vuole riciclare di più per aumentare la propria autonomia strategica, riducendo l’importazione di materie prime e prodotti intermedi dai paesi extracomunitari. Ma per centrare questo obiettivo deve essere in grado di riciclare all’interno dei propri confini, altrimenti le norme che impongono le quote di riciclaggio dei rifiuti e di contenuto riciclato nei nuovi prodotti, anziché generare autonomia, reiterano e riproducono la dipendenza”. Marco Ferracin, di SAFE-Hub delle Economie Circolari, sintetizza con queste parole l’odierna crisi del riciclaggio della plastica.
A mostrare la dimensione del problema sono i dati forniti dall’associazione di categoria Plastic Recyclers Europe. In Europa la quota di polimeri importati è aumentata dal 15% del 2020 al 24% del 2024, mostrando una brutale crescita della dipendenza dalle forniture extracomunitarie. Per i rifiuti di plastica la curva è ancora peggiore: nel 2024 un +15% è stato esportato rispetto al 2023, e un +36% rispetto al 2022. La capacità degli impianti di riciclaggio della plastica europei, che per soddisfare gli obiettivi posti dal Regolamento UE 2025/40 “PPWR” dovrebbe crescere almeno di un 6% annuo, nel 2024 è diminuita di ben 300.000 tonnellate, scendendo sotto le 7 milioni e mezzo di tonnellate. Il crollo più pesante si è verificato in Gran Bretagna e Paesi Bassi, ma nel 2025 la situazione è diventata insostenibile anche in Italia. Assorimap, l’associazione dei riciclatori della plastica italiani, in un comunicato stampa diffuso a novembre dichiara che gli utili di esercizio degli impianti sono crollati dell’87% dal 2021, passando da 150 milioni di euro a soli 7 milioni nel 2023, con una proiezione verso lo zero per il 2025. Il fatturato delle aziende, dal 2022, ha perso il 30%.
Le cause del fenomeno sono molteplici. A fornire il quadro è Giuseppe Piardi, CEO di Stena Recycling, azienda che recupera i RAEE post-consumo ricavandone polimeri PP, PE, PS e ABS impiegati prevalentemente nei settori dell’automotive, delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, dell’imballaggio e dell’arredo. “Negli ultimi anni il prezzo internazionale dei polimeri vergini è sceso, determinando automaticamente una caduta dei prezzi della materia secondaria. Ma in Europa, a fronte dei prezzi di mercato più bassi, i costi di processamento della materia secondaria aumentano. Al costo del lavoro, che già di per sé è sostenuto, si sommano costi di energia sempre più alti. Gli impianti europei che producono la materia secondaria sono quindi costretti ad applicare prezzi che tendenzialmente sono superiori rispetto a quelli della plastica vergine. Oltretutto, una volta acquisita dall’industria compratrice, la plastica riciclata richiede uno sforzo iniziale di ri-settaggio e adattamento del processo produttivo di stampaggio o estrusione. È quindi naturale che le industrie europee continuino a preferire la plastica vergine a quella riciclata. Ed è altrettanto ovvio che queste industrie, nella misura in cui debbono inserire contenuto riciclato nei loro prodotti, preferiscano la plastica riciclata di origine asiatica, che è molto meno costosa”.
“A determinare il minor prezzo della plastica riciclata in Asia non sono solo il minor costo del lavoro, il minore costo dell’energia e gli standard di qualità più bassi, ma anche la diffusione incontrollata delle frodi: spesso si tratta di plastica vergine, importata sotto le false spoglie di plastica riciclata con il solo fine di inserirsi nel segmento di mercato. Oggi per un’industria europea è diventato facilissimo fare green washing, importando plastica vergine con prezzo basso, dichiarando che si tratta di plastica riciclata”.
“Per aumentare la competitività della plastica riciclata rispetto a quella vergine la purezza e lavorabilità del materiale è una questione chiave, e in questo ambito stiamo facendo passi da gigante”, sottolinea Marco Ferracin. “SAFE-Hub delle Economie Circolari sfrutta costantemente la sua dimensione di rete, che coinvolge centinaia di aziende produttrici e impianti di trattamento dei rifiuti, per fare incontrare offerta e domanda creando innovazione sul riciclaggio degli scarti post-consumo. Con Stena Recycling, nel 2023, abbiamo rodato con successo l’utilizzo di polimeri ABS puri derivati dai RAEE nella produzione del climatizzatore Unico di Olimpia Splendid, garantendo performance del tutto simili a quelli del polimero vergine. A gennaio, sempre con Stena Recycling, testeremo un analogo granulo riciclato nelle linee di produzione di Italherm spa, che lo utilizzerà per produrre componentistica di caldaie, pompe di calore e condizionatori”.
“L’iniziativa privata e dei consorzi di produttori non è però sufficiente a invertire la tendenza di mercato”, chiarisce Ferracin. “A intervenire in modo deciso deve essere anche lo Stato, con incentivi al settore del riciclaggio, così come ha fatto la Francia, nonché con sgravi fiscali e controlli doganali per ostacolare le frodi di importazione”.






