Nel mondo riciclo ed impatti ambientali crescono in parallelo. Come risolvere il paradosso?
Sebbene in termini assoluti le quantità di materiale riciclato nel mondo continuino ad aumentare, la percentuale di riciclaggio rispetto all’utilizzo complessivo di risorse è in calo. Leggi i commenti del Direttore di SAFE-hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena a proposito del circularity gap.
Giuliano Maddalena
Direttore di Safe – Hub delle Economie Circolari
Il Circularity Gap Report 2025 lancia un segnale d’allarme difficile da ignorare: sebbene in termini assoluti le quantità di materiale riciclato continuino ad aumentare, la percentuale di riciclaggio rispetto all’utilizzo complessivo di risorse è in calo. Nel 2023, i materiali riciclati rappresentavano il 7,2% delle risorse impiegate a livello globale: nel 2024 questa quota è scesa al 6,9%.
La ragione di questo trend negativo è drammaticamente semplice: il volume dei beni prodotti e consumati continua a crescere impetuosamente, e a maggior ritmo dell’incremento della capacità operativa e commerciale del riciclaggio. Negli ultimi cinquant’anni l’estrazione di materie prime è triplicata, raggiungendo i 100 miliardi di tonnellate l’anno. La curva è esponenziale e, se non si cambia rotta, si prevede un ulteriore incremento del 60% entro il 2060. Una buona parte dei beni immessi sul mercato diventano rapidamente rifiuti, che nella maggior parte dei paesi del mondo provocano impatti devastanti perché i sistemi locali non sono in grado di gestirli adeguatamente. La gravità della situazione è ben illustrata dai dati diffusi da UNEP a proposito dei rifiuti di plastica: 220 milioni di tonnellate nel 2024, con un tasso di riciclaggio inferiore al 10%; oltre il 50% finisce in discarica o negli inceneritori e circa un terzo viene direttamente disperso nell’ambiente.
L’ecosistema mondiale è unico, quindi per salvarci non basta fare le cose bene in Europa. Per invertire il trend occorrono politiche globali di prevenzione e vincoli sulla durabilità degli oggetti. Gli obiettivi di recupero dei rifiuti in loro stessi non sono sufficienti, perché rappresentano una percentuale dei rifiuti prodotti; ciò vuol dire che, se il consumo e i conseguenti rifiuti aumentano in modo forsennato, gli impatti ambientali possono crescere nonostante l’aumento delle quote recuperate. In Europa, come nel resto del mondo, continuiamo a essere inondati da prodotti low cost di origine soprattutto asiatica che diventano quasi immediatamente rifiuti, impossibili da riutilizzare e difficili da riciclare. Nel caso europeo, nonostante i passi verso la circolarità siano tangibili e concreti, sono ancora diffusissimi i conteggi ingannevoli, di flussi che entrano nel registro del recupero pur essendo avviati a filiere non controllate, dove ad essere sconosciuta non è solo la quota di scarto finale ma anche la modalità con cui tale scarto viene gestito.
Per salvare il pianeta da questo immane tsunami di rifiuti sono indispensabili accordi internazionali legalmente vincolanti, che includano chiari obiettivi di prevenzione e circolarità, piani condivisi di riconversione economica, e rigorosi strumenti di tracciabilità, anche transfrontalieri, applicati sull’intero ciclo di vita dei prodotti. Inoltre, i paesi più sviluppati e sensibili sull’ecologia hanno l’opportunità storica di stimolare la transizione ecologica utilizzando il peso della loro domanda sul mercato globale.
Cosa possiamo fare nel frattempo noi privati, produttori, organizzatori di filiere circolari e gestori del recupero? Il nostro ruolo di player dell’economia reale non va sottovalutato. Possiamo essere motore del cambiamento, nella misura in cui adottiamo nelle nostre visioni strategiche e di sviluppo gli schemi di Economia Circolare di cui il mondo ha bisogno, anticipando la legge e andando oltre ciò che essa impone, lasciando poi ai Governi il compito di riconoscere, promuovere e far funzionare alla giusta scala ciò che già esiste.






