Plastica riutilizzabile, Italia senza linee guida: prodotti non certificati
Si definiscono come riutilizzabili, ma nei fatti vengono considerati usa e getta. È il pasticcio dei nuovi prodotti (piatti, bicchieri, posate) di plastica riutilizzabile presenti oggi in commercio per effetto della direttiva europea sulla plastica monouso, mai attuata però nei dettagli tecnici. Un paradosso che alimenta l’emergenza.
di Michela Finizio
Si definiscono come riutilizzabili, ma nei fatti vengono considerati usa e getta. È il pasticcio dei nuovi prodotti (piatti, bicchieri, posate) di plastica riutilizzabile presenti oggi in commercio per effetto della direttiva europea sulla plastica monouso, mai attuata però nei dettagli tecnici. Un paradosso che alimenta l’emergenza: il 56% del totale dei rifiuti monitorati nel 2024 sulle nostre spiagge secondo i dati dell’indagine «Beach litter» è rappresentato da plastiche monouso; contro l’Italia è già stata aperta una procedura d’infrazione europea per il mancato rispetto della direttiva 2019/904 sulla plastica monouso.
A fare un punto è Legambiente che, a tre anni dall’entrata in vigore della direttiva Single plastic use (Sup) e del suo decreto legislativo di recepimento 196/2021, presenta l’indagine del cliente misterioso «Usa & getta o riutilizzabile? Facciamo chiarezza» condotta nei primi sei mesi del 2024 e che ha preso in esame un campione di 317 prodotti (57% piatti, 27% bicchieri, 12% posate e 4% coppette, vaschette e vassoi), appartenenti a 70 marchi diversi di produttori in oltre 60 di punti vendita, per verificare le informazioni presenti sulle confezioni.
Nessuna informazione
Spesso a mancare sulle confezioni sono proprio quelle informazioni più basilari sul riutilizzo, come il numero di lavaggi massimi, la modalità di lavaggio (se a mano o in lavastoviglie), le temperature massime consentite per il lavaggio, se i materiali sono idonei all’uso in microonde o al forno e relative temperature di utilizzo, eventuali certificazioni. «Abbiamo voluto accendere un faro su un paradosso tutto italiano, che mette a rischio l’obiettivo di ridurre l’uso della plastica usa e getta e minaccia seriamente la leadership della filiera nazionale della chimica verde e delle bioplastiche, fino a oggi leader a livello globale», dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, chiedendo al Governo di colmare il vuoto normativo per evitare che «i vecchi prodotti monouso rientrino dalla finestra, cambiando solo il nome, da “usa e getta” a “usa e getta riutilizzabile”».
Su 317 i prodotti esaminati, il 38% non specifica il numero di lavaggi massimi o consigliati; le certificazioni sono presenti solo nel 35% dei prodotti (110 su 317) e nel 70% dei casi non riguardano la riutilizzabilità ma altri aspetti (come la gestione ambientale, la sicurezza sul lavoro, o l’Haccp); in meno di un caso su tre i certificati (55 su 183) riguardano la «resistenza meccanica al lavaggio in lavastoviglie degli utensili per uso domestico».
Nel caso del lavaggio, nel 25% dei casi non è specificato se i prodotti possono andare in lavastoviglie e, laddove specificato, nel 60% dei casi non viene indicata la temperatura e la modalità di lavaggio. Rispetto all’utilizzo nel microonde, è riportato solo nel 30%dei casi (circa un prodotto su tre), ma nel 43% dei casi senza informazioni sulla temperatura. Poco precise anche le indicazioni sull’origine dei prodotti, sebbene l’83% risulti di origine europea. Rispetto alla tipologia del materiale, sono composti per il 56% da Polistirene o Polistirolo (PS06) e 32% da Polipropilene (PP05). Il 19% non offre indicazioni sulle modalità di raccolta differenziata.
Vuoto normativo
I risultati dell’indagine non stupiscono Assobioplastiche. «Si tratta di stoviglie realizzate in plastica tradizionale, non di rado di importazione extra Ue. In assenza di una chiara definizione dei prodotti riutilizzabili, sono tornati ad essere diffusissimi e sfuggono ai divieti, semplicemente perché autodichiarate come “riutilizzabili” o peggio ancora come “lavabili”», spiega il presidente Luca Bianconi. La situazione si sta riscontrando anche per altri prodotti vietati dalla direttiva Sup, come cannucce e mescolatori per bevande. Tutto è reso possibile da una lacuna nella norma italiana: la legge di delegazione europea 2019-2020 (n.52/2021) prevedeva che venissero individuati specifici parametri tecnici per poter definire riutilizzabile un prodotto, ma il decreto legislativo 196/2021 non li ha indicati.
In questi anni, mentre alcuni sfruttano la poca chiarezza, altre aziende hanno investito nella riconversione industriale da plastica a bioplastica. L’associazione ricorda che questa concorrenza sleale degli “pseudo-riutilizzabili” «ha contribuito a un calo del 21% nel comparto del monouso compostabile nel 2023» (fonte: Plastic Consult) e «per il 2024 si prevede un’ulteriore riduzione del 10-15%. La politica – conclude Bianconi – ha colto la gravità della situazione e siamo in attesa che venga adottata il prima possibile una definizione che porti finalmente certezza nel settore».







