What a Waste 3.0: i rifiuti del mondo corrono più veloci di chi li gestisce
Il rapporto della Banca Mondiale certifica che l'umanità ha già raggiunto, con 8 anni di anticipo, la soglia di rifiuti stimata per il 2030, e corre verso 3,86 miliardi di tonnellate nel 2050. Quasi 800 milioni di tonnellate l'anno restano disperse o non raccolte, mentre la responsabilità estesa del produttore resta finora efficace soprattutto nei paesi ad alto reddito. Leggi l’articolo di SAFE-Hub delle Economie Circolari.
Il mondo produce rifiuti più in fretta di quanto previsto. Molto più in fretta. Ad affermarlo è “What a Waste 3.0”, la terza edizione del monumentale rapporto periodicamente elaborato dalla Banca Mondiale per descrivere la gestione dei rifiuti nel mondo. Le precedenti edizioni sono state pubblicate nel 2012 e nel 2018.
Le 384 pagine del rapporto uscito nel 2026, fitte di numeri, grafici e schede, fotografano la gestione dei rifiuti urbani in 217 paesi e 262 città campione. L’edizione anteriore, quella del 2018, stimava che per il 2030 l’umanità avrebbe prodotto 2,59 miliardi di tonnellate di rifiuti annue. Ma l’abnorme record è stato sostanzialmente raggiunto già nel 2022, con 2,56 miliardi di tonnellate prodotte: 8 anni di anticipo sulle previsioni! E nello scenario business-as-usual la corsa proseguirà fino a 3,86 miliardi di tonnellate nel 2050: un aumento del 50%, con volumi più che raddoppiati nei paesi a basso reddito e crescita record in Africa Subsahariana e Asia Meridionale.
In media ogni abitante del pianeta genera 0,88 chilogrammi di rifiuti al giorno, in crescita rispetto agli 0,74 della rilevazione 2016, e a questo fattore va aggiunto quello dell’incremento demografico.
Il dato pro-capite mondiale fa la media di comportamenti profondamente disuguali: il Nord America viaggia a 2,25 chilogrammi pro-capite, mentre Africa Subsahariana e Asia Meridionale si fermano a 0,52 e 0,49. I paesi ad alto reddito, con il 16% della popolazione mondiale, generano il 29% dei rifiuti; quelli a basso reddito, con il 9% della popolazione, appena il 4%. È dove si produce meno che il rifiuto sfugge maggiormente al controllo: nei paesi a più basso reddito la raccolta copre il 28% dei volumi e solo il 3% finisce in impianti controllati, mentre nei paesi ad alto reddito la quasi totalità è raccolta regolarmente. Dall’analisi delle macroregioni, all’interno delle quali coesistono paesi con diversa fascia di reddito, Asia Meridionale e Africa Subsahariana risultano avere i tassi di raccolta più bassi del mondo: rispettivamente al 67% e al 31%. A livello globale, quasi ottocento milioni di tonnellate l’anno finiscono disperse o non raccolte.
La produzione di rifiuti, osserva il rapporto, cresce di pari passo con lo sviluppo economico e con l’urbanizzazione, soprattutto nel passaggio dai livelli di reddito bassi a quelli intermedi. “Il trend non è sostenibile. Il Global South, quello che un tempo veniva chiamato terzo mondo, sta uscendo gradualmente dalla povertà, ma il pianeta non può reggere l’impatto di questo sviluppo”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena. “Ovviamente non possiamo chiedere ai paesi di basso e medio reddito di non aspirare ai nostri standard di consumo. Il modello di sviluppo però deve cambiare, e questo è più facile a dirsi che a farsi, perché l’economia è globale ma i decisori politici sono molti e spesso in conflitto tra di loro”.
Il quadro globale dei trattamenti conferma l’emergenza. La discarica resta la destinazione principale (29% dei rifiuti mondiali), seguita dal recupero di materia tramite riciclo, compostaggio e digestione anaerobica (21%) e dall’incenerimento (20%); il restante 30% viene disperso in siti non controllati o non viene raccolto affatto.
Tra le frazioni di rifiuto più impattanti sull’ambiente c’è la plastica, che costituisce circa il 12,5% dei rifiuti urbani globali e che per il 65% è monouso. Quasi il 29% di tutti i rifiuti plastici – 93 milioni di tonnellate l’anno – è gestito scorrettamente: il 13% finisce in siti non controllati come le discariche abusive, e il 16% non viene raccolto. L’87% della plastica non raccolta si trova nei paesi a medio reddito.
Il divario tra norma e realtà
Eppure, gli strumenti normativi non mancano. In merito alla plastica, che è l’emergenza più grave, il rapporto riferisce che l’88% dei paesi dispone di politiche nazionali dedicate, e a livello legislativo la responsabilità estesa del produttore è diventata fattor comune; la sua attuazione pratica, però, resta finora largamente limitata ai paesi ad alto reddito. Negli altri paesi, dove abita gran parte dell’umanità, i meccanismi di enforcement sono troppo deboli.
«L’EPR funziona dove esiste un sistema-paese che lo fa funzionare: regole chiare, tracciabilità e controlli», osserva Giuliano Maddalena. «Per far sì che la circolarità diventi un approccio globale, non basta proporre ai paesi del Global South l’imitazione dei nostri modelli EPR e di gestione dei rifiuti. È l’intero contesto a dover evolvere. Dove la corruzione è endemica le imprese vendono al nero perché non hanno soldi per pagare sia tasse che tangenti, e questo si concilia male con le dichiarazioni di immesso sul mercato a partire dalle quali è calcolato il contributo ambientale dei produttori. Dove c’è corruzione è anche complicato rendere efficaci tracciabilità e controlli sulla destinazione dei rifiuti. Allo stesso tempo, dove la povertà e lo scarso enforcement delle regole rendono inesigibile la tariffa dei rifiuti, i municipi non riescono a garantire i servizi minimi con i quali l’EPR deve integrarsi”.
I punti ciechi: recupero informale e flussi criminali
Il rapporto della Banca Mondiale dichiara con trasparenza il proprio limite: i dati sono stati raccolti privilegiando le fonti governative ufficiali e le statistiche pubbliche, integrate – dove mancanti – con documenti di organizzazioni internazionali e letteratura accademica. Gli autori spiegano di applicare, nei loro aggregati, aggiustamenti conservativi per i flussi che tipicamente sfuggono alla misurazione, come il non raccolto e i quantitativi intercettati dal settore informale. Ma è proprio qui che la fotografia si fa sfocata.
Durante la presentazione del rapporto alla University of St Andrews, avvenuta lo scorso 13 giugno nell’omonima cittadina scozzese, alcuni amministratori pubblici latinoamericani hanno contestato apertamente i relatori: a loro detta, i volumi recuperati informalmente dai waste pickers nelle loro città sono stati nettamente sottostimati.
Un altro aspetto che rimane opaco è quello dei flussi criminali. Il capitolo del rapporto dedicato alle spedizioni transfrontaliere riporta che gran parte dell’export (quasi il 90% nel caso della plastica) proviene dai paesi OCSE, che sono quelli a più alto reddito. Ma senza quantificare ciò che viaggia sotto mentite spoglie: rifiuti che quando lasciano i paesi più ricchi sono classificati come avviati a recupero ma quando arrivano nei paesi più poveri, dove i controlli sono minori, sono smaltiti illecitamente. Cresce la casistica dei container pieni di tessili o apparecchi elettrici ed elettronici falsamente dichiarati come riutilizzabili, funzionanti e in buone condizioni, ma che lo sono solo in minima parte. Secondo le stime UNODC, richiamate nei mesi scorsi su queste pagine, tra il 15% e il 30% delle spedizioni di rifiuti potrebbe essere illegale.
«Una quota di irregolarità che, se presa in considerazione, andrebbe a ribilanciare significativamente il gap tra paesi “virtuosi” e paesi “non virtuosi”», sottolinea il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari.
Un conto da 556 miliardi di dollari
Uno dei capitoli più importanti del rapporto della Banca Mondiale è quello economico. La gestione dei rifiuti urbani costa già oltre 250 miliardi di dollari l’anno e arriverà a 426 miliardi nel 2050 se le pratiche attuali non cambieranno; in media assorbe il 6% dei bilanci municipali, con tariffe che vanno dai 10 dollari l’anno per famiglia nei paesi a basso reddito agli oltre 500 di quelli ad alto reddito. Per costruire sistemi basici di raccolta e gestione ambientalmente corretta servirebbe circa lo 0,3% del PIL nei paesi a medio reddito e fino allo 0,8% in quelli a basso reddito. Per i paesi a basso e medio-basso reddito il fabbisogno di investimenti tra il 2022 e il 2050 è stimato in 556 miliardi di dollari: una cifra che stride con i 14,5 miliardi di finanza pubblica destinati allo sviluppo settore in quasi vent’anni.
Il comparto, intanto, impiega circa 18 milioni di lavoratori urbani del rifiuto, con un ruolo critico del settore informale, che raccoglie e recupera quote sostanziali dei rifiuti prodotti nei paesi a medio e basso reddito senza ricevere alcun sostegno economico ed operativo dal settore pubblico (con l’eccezione di alcuni paesi latinoamericani, e di specifiche realtà locali in altre regioni del mondo dove questa categoria di operatori è attivamente coinvolta nelle politiche pubbliche di gestione dei rifiuti). Anche su questo dato, nella presentazione a St Andrews, il rapporto è stato contestato: secondo le associazioni di categoria dei waste pickers, gli informali nel mondo non sono meno di 20 milioni; il rapporto della Banca mondiale, invece, li inserisce in un conteggio di 18 milioni che include anche i lavoratori regolarmente impiegati.
Come prevenire il disastro?
What a Waste 3.0, nel capitolo delle raccomandazioni, reitera le classiche prescrizioni della circolarità: riduzione dei rifiuti al primo posto, e poi, seguendo la gerarchia ambientale-sanitaria, riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero. Il tutto nel quadro di raccolte regolari e smaltimenti controllati di ciò che non può essere riutilizzato o recuperato. Ma al di là dell’impostazione tecnica generale, il vero nodo rimane quello delle risorse da investire per mettere in piedi il sistema. Secondo gli autori del rapporto serve un mix di risorse fiscali domestiche, assistenza allo sviluppo e capitale privato; e la condizione abilitante perché il privato investa nella gestione dei rifiuti è la prevedibilità dei flussi di ricavo: politiche tariffarie, sistemi di riscossione, quadri regolatori attrattivi, regimi EPR efficaci. A ciò si aggiunge la finanza climatica: forte dell’esperienza maturata con il Clean Development Mechanism, il settore dei rifiuti può cogliere le nuove opportunità dei mercati del carbonio previsti dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, attraendo capitali per cattura del biogas, compostaggio e recupero energetico (ma il vincolo per accedere a questi fondi è vengano garantiti governance solida e monitoraggio trasparente).
Giuliano Maddalena enfatizza l’importante ruolo che potrebbe avere l’Europa. “In questa partita decisiva, dove la posta in gioco è il futuro del pianeta, l’Europa, e in particolare i suoi sistemi di gestione EPR, possono contribuire in modo sostanziale alla vittoria. Parlare di esportazione della democrazia ha poco senso, se non cominciamo imponendo a chi vuole lavorare con noi le stesse regole ambientali che reputiamo normale rispettare a casa nostra. L’interazione economica e di gestione ambientale che esiste tra l’Unione e i paesi a medio e basso reddito può essere trasformata in positivo, mediante la due diligence delle filiere internazionali e l’adattamento agli standard europei di tutti i contesti extracomunitari che ricevano frazioni da riutilizzare e riciclare. L’adempimento ambientale europeo, che dispone di strumenti di controllo sempre più rigorosi, può diventare leva per la trasformazione globale. I decisori e le autorità di controllo europee però devono essere rigorosi e determinati: le zone grigie e i meccanismi scaricabarile non devono essere più tollerati. Nemmeno un singolo rifiuto di provenienza europea deve più poter finire in un fiume africano».






