Riciclaggio plastica: il MASE prova a risolvere la crisi incrementando l’EPR
Il Ministero dell'Ambiente risponde alla crisi del riciclaggio della plastica con uno schema di Responsabilità Estesa del Produttore per i prodotti plastici non da imballaggio: spazzolini, giocattoli, articoli per l'edilizia e decine di altre categorie. Enrico Chialchia di SAFE Consulting spiega genesi, obiettivi e criticità di un decreto che vuole fare da booster al rilancio del settore.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) risponde alla crisi del riciclaggio della plastica proponendo un nuovo schema di Responsabilità Estesa del Produttore specificatamente dedicato ai “prodotti plastici non da imballaggio”.
Lo schema abbraccia nel suo ambito un’ampissima gamma di prodotti. Le categorie merceologiche spaziano dagli articoli per l’edilizia a quelli per l’arredamento, dai giochi e giocattoli agli articoli sportivi e per il giardinaggio, passando per il vasellame, i rivestimenti dei fili elettrici, gli articoli nautici, le tubazioni, i bigodini e gli spazzolini.
Il primo round di consultazione pubblica conclude l’11 maggio. Dopodiché, il MASE deciderà come e se portare avanti l’iter di preparazione del Decreto.
Genesi ed obiettivi dello schema EPR
Enrico Chialchia, Direttore di SAFE Consulting, sta seguendo in prima persona questo dossier. Safe Consulting è uno specifico ramo di SAFE-Hub delle Economie Circolari che si occupa di ESG, report di sostenibilità e analisi del ciclo di vita dei prodotti. “L’iniziativa ministeriale va interpretata nel contesto della crisi nazionale ed europea del settore del riciclaggio della plastica”, spiega Chialchia. “Una crisi dovuta a una molteplicità di fattori strutturali, tra i quali la concorrenza delle plastiche vergini, che continuano a essere più economiche di quelle riciclate. Gli impianti di trattamento comunitari, che non trovano facilmente mercato per le loro materie secondarie, sono sull’orlo del collasso e dialogano da quasi un anno con il MASE in cerca di soluzioni. La Francia, che si trova in una situazione addirittura peggiore della nostra, ha risposto obbligando i sistemi di gestione EPR esistenti a elargire incentivi che vanno dai 450 ai 1000 euro a tonnellata per gli utilizzatori di materie secondarie plastiche, e a lato ha erogato mezzo miliardo di euro di aiuti di Stato per sostenere gli investimenti dei riciclatori plastici. L’Italia ha invece scelto di puntare sull’istituzione di un nuovo regime EPR onnicomprensivo, che faccia da booster ai riciclatori coinvolti nel sistema aumentando i loro input di plastica da riciclare, in un sistema dove saranno i produttori a farsi carico delle eventuali perdite economiche risultanti dalla differenza tra costi e ricavi. Il contributo ambientale versato dai produttori per sostenere il sistema sarà eco-modulato, premiando chi produce articoli riciclabili e con contenuto riciclato”.
Gli obiettivi proposti dal MASE sono ambiziosi: raccolta differenziata pari al 70% dei rifiuti plastici non da imballaggio, entro il 2030, e 75% entro il 2035, a fronte di obiettivi di recupero rispettivamente del 55% e del 60%. Al di là del desiderato effetto risolutorio sulla crisi settoriale, il raggiungimento di questi obiettivi avrebbe una grande importanza ambientale: ISPRA ha stimato che i rifiuti plastici non da imballaggio costituiscono il 16% del rifiuto indifferenziato italiano, equivalente a circa 2 milioni di tonnellate annue (un volume che supera quello dei rifiuti plastici da imballaggio).
Dubbi sulla fattibilità
L’operazione messa in piedi dal MASE andrà in porto? “È arduo prevederlo, perché le criticità non sono poche”, risponde il Direttore di Safe Consulting.
“Il primo punto di difficoltà è l’eterogeneità dei produttori e dei settori coinvolti. Chi fabbrica giocattoli non ha niente in comune con chi produce profilati per l’edilizia o vasche da bagno. Filiere diverse, logiche e questioni diverse sul piano operativo, tecnico e commerciale, che faticheranno ad arrivare a punti di convergenza già nella fase di concertazione del Decreto. Per la fase di esecuzione lo schema prevede un centro di coordinamento unico dei produttori, ma la sua attività sarà estremamente laboriosa e probabilmente ci sarà bisogno di ulteriori articolazioni organizzative”.
“C’è poi un ostacolo squisitamente tecnico: riciclare la plastica non è facile, soprattutto quando si tratta di plastica post-consumo. Dividere i polimeri è un processo costoso, ed è raro che le materie secondarie uguaglino le performance garantite dalle plastiche vergini; la plastica riciclata tende quindi a costare più di quella vergine a fronte di qualità tecniche minori. In questo contesto, raggiungere gli obiettivi di recupero pensati dal MASE nello schema di Decreto è una sfida estremamente ambiziosa, e implica un livello di innovazione difficile da conseguire in tempi così brevi”.
“Bisogna poi pensare al funzionamento delle raccolte differenziate. La costruzione parallela di filiere omogenee richiede l’esistenza di gruppi merceologici omogenei fin dall’origine: e questa origine, in molti casi, è la casa del cittadino. Per una famiglia normale dividere in quattro, cinque o sei frazioni il rifiuto è già di per sé uno sforzo, e richiede spazi dedicati: arrivare a una trentina di frazioni è fantascienza. D’altro canto, creare un’unica frazione differenziata riguardante tutta la plastica non da imballaggio genererebbe ulteriori problematiche: quale contenitore andrebbe usato per gestire prodotti con caratteristiche volumetriche così diverse? E che tipo di impianto di selezione sarebbe necessario, a valle, per separare le distinte sotto frazioni e avviarle alle corrette filiere di recupero? L’uso dei venditori retail come piattaforme logistiche per intercettare i prodotti corrispondenti alle merceologie trattate potrebbe contribuire alla soluzione, ma nello schema di Decreto i retailer non sono soggetti ad alcun obbligo di ritiro.






