Rapporto "L'Italia che ricicla 2024": stato dell'industria del riciclo e prospettive future
Antonio Pergolizzi, uno degli esperti che ha curato la stesura de “L’Italia che ricicla 2024”, offre ai lettori di OIG24 un interessante riassunto dei contenuti di questo rapporto. Tra le altre cose, lo studio approfondisce il grado di maturità e di avanzamento dell’economia circolare in Italia, raffrontandolo con quello dei principali Stati dell’Unione Europea.
L’annuale rapporto “L’Italia che Ricicla 2024”, scritto a quattro mani dal Laboratorio REF Ricerche insieme ad Assoambiente, fornisce l’istantanea più fedele sullo stato di salute delle industrie del riciclo nostrane, il vero hardware dell’economia circolare, nel loro titanico sforzo di dare gambe alla transizione ecologica. Una conversione su logiche circolari, in un contesto sempre più internazionalizzato e pieno di insidie, tutt’altro che facile e indolore. Come mostrano le più recenti performance su questo fronte, dove le ombre sembrano prevalere sulle luci, nonostante il nostro rimanga un paese a forte vocazione di riciclo, non foss’altro perché può ancora vantare una forte connotazione manifatturiera, nonostante la scarsa disponibilità di materie prime.
Nel merito, spiegano i curatori, il Report analizza “i punti di forza e le criticità del riciclo nel nostro Paese, con un approccio innovativo e orizzontale, all’interno del quadro definito dalle direttive europee”. In particolare, “mutuando l’impostazione quali-quantitativa già adottata nelle due precedenti edizioni, lo studio approfondisce il grado di maturità e di avanzamento dell’economia circolare in Italia, raffrontandolo con quello dei principali Stati dell’Unione Europea (UE), alla luce dello sviluppo atteso delle politiche europee e nazionali per sostenere il riciclaggio dei rifiuti”. L’orizzonte rimane, dunque, comprendere come il settore produttivo del nostro paese si sta adoperando, e con quali risultati, per raggiungere i target di riciclo sempre più stringenti posti dalla Commissione UE. Con un’attenzione dettagliata alla valutazione dello stato di salute del “mercato dei prodotti riciclati” e delle peculiarità delle diverse filiere che compongono il tessuto di recupero di materia italiano. Un settore, questo, che sta orientando la propria missione sempre più convintamente, sebbene con molteplici ostacoli e una selva di contraddizioni, dalla mera “gestione dei rifiuti” alla “produzione dei beni”.
Valga come premessa che l’industria del riciclo è un terreno battuto da tempo dalle aziende italiane, rappresentando, con discreto vanto, un fiore all’occhiello al cospetto degli altri paesi UE. Secondo i dati più recenti (anno 2022), il tasso di circolarità dei materiali in Italia (18,7%) si attesta su valori superiori a quelli di Germania e Spagna, seppur inferiore a quello della Francia, con punte del 47% nel caso dei minerali metalliferi, registrando un aumento di 2,7 punti percentuali rispetto al 2013 (sebbene dal 2020 si osservi una riduzione del tasso di utilizzo circolare dei materiali). Anche se, è bene sottolineare, dal 2021 tale tendenza si è invertita, registrando un netto peggioramento, sia in termini di “aumento di consumo di materiale nelle attività produttive” a fronte di una “riduzione dell’uso circolare di materia”.
Parimenti, il peso dell’economia circolare sul PIL complessivo è più elevato di quello degli altri grandi Paesi UE e della media europea stessa, con il valore aggiunto settoriale che incide per il 2,5% (2021). Anche da un punto di vista dell’occupazione, l’Italia mostra un dato più elevato rispetto ai corrispettivi europei: secondo gli ultimi dati disponibili (2021), in Italia lavorano circa 613 mila persone a tempo indeterminato nel settore dell’economia circolare, il 2,4% degli occupati a tempo indeterminato: un dato che manifesta quanto le attività di riciclo, riparazione e riutilizzo dei materiali siano presenti, diffuse e radicate nel territorio nazionale.
Anche se non mancano le note stonate, registraste soprattutto negli ultimi due anni. Gli indicatori aggiornati al 2023, infatti, evidenziano che “l’economia circolare italiana ha compiuto qualche passo indietro negli anni più recenti. Considerato che gli ultimi dati disponibili mostrano che la crescita economica italiana è stata sostenuta principalmente dall’edilizia, dall’industria e dal commercio, mentre il valore aggiunto del settore dell’economia circolare è risultato stagnante. Si registra, infatti, una netta inversione di tendenza, in peggioramento, registrato, in primis, dal fatto che dopo anni di “costante crescita del consumo di materiale circolare utilizzato nei processi produttivi, la crescita del PIL degli ultimi anni ha attivato nuovo consumo interno di materie prime vergini (MPV), estratte in Italia o all’Estero, a discapito della materia circolare, con un conseguente aumento dell’impatto ambientale dei processi produttivi italiani”.
Lo testimonia anche l’andamento dell’indicatore di impronta di materia, che misura tutta la materia utilizzata per soddisfare il consumo e gli investimenti nel nostro Paese, in crescita negli anni recenti: nel 2023, per ogni italiano, sono state impiegate 11,1 tonnellate di materia. Rispetto al 2019, l’impronta materiale dell’economia italiana è aumentata del 5,5%, in un contesto europeo nel quale è diminuita del 6,3%, con riduzioni in Francia (-8,4%), in Germania (-14,2%) e in Spagna (-20,9%). Dati che spiegano in maniera incontrovertibile i motivi del mancato disaccoppiamento tra andamento dell’attività economica e gli impatti ambientali.
Altra nota dolente riguarda il calo degli investimenti dedicati alla transizione ecologica, che sembra aver imboccato un “percorso di decrescita proprio negli anni in cui il livello di circolarità del nostro Paese è diminuito. Gli investimenti in economia circolare per addetto nel settore sono cresciuti costantemente dal 2015 al 2019, arrestandosi poi nel 2020 e nel 2021, ultimo anno di disponibilità dei dati”. Inoltre, il livello degli investimenti nell’economia circolare in Italia “è più basso della media europea e soprattutto è più basso rispetto a due grandi economie europee come Francia e Germania, che quindi sembrano disporre di un vantaggio competitivo rispetto al nostro Paese in termini di maggiore innovazione tecnologia e produttività conseguente”. L’Italia investe infatti lo 0,7% del PIL pari nell’economia circolare, meno della media europea e meno soprattutto dei maggiori Paesi, Francia (0,8%) e Germania (0,9%).
L’accesso ai mercati internazionali delle materie prime seconde rimane un tema cruciale nello sviluppo delle strategie industriali, non solo europee. Il flusso commerciale delle materie prime seconde all’interno dell’Unione europea nel 2023 ha retto un mercato di circa 93,6 miliardi di euro, associato ad un flusso commerciale pari a 161,5 milioni di tonnellate scambiate. E se nello stesso anno i flussi commerciali all’interno dell’UE e l’import dai Paesi extra-EU sono pressoché identici a quelli osservati negli ultimi 10 anni, ad aumentare sono state principalmente le materie prime seconde esportate al di fuori dei confini dell’Unione Europea: rispetto al 2014 l’incremento è pari al +15,9%, mentre se estendiamo il periodo di analisi agli ultimi 20 anni, l’aumento è pari al +74,2% (sic!). Attenzione, però, a facili letture, poiché nonostante il volume dell’export extra-UE abbia praticamente raggiunto quello dell’import da Paesi extra-UE, i valori di mercato dei due flussi differiscono di 5,2 miliardi di euro a favore dell’import, indicando che il valore medio delle MPS importate è nettamente superiore a quelle esportate.
Quali le ragioni di questo gap? Il Report si concentra su due aspetti: il primo ha a che fare con la carenza di capacità impiantistica di riciclo adeguata nel Vecchio Continente, che ha condotto alla scelta “obbligata”, cioè quella di esportare verso Paesi terzi dei semilavorati a prezzi non sempre convenienti, generando quindi una doppia perdita di valore legata sia al mancato trattamento del rifiuto in Europa che alla mancata produzione e immissione sul mercato di nuovi prodotti derivanti dal riciclo effettuato in Europa da operatori europei. Il secondo aspetto afferisce, invece, al minor valore delle MPS esportate rispetto a quelle importate, che può essere letto come sintomo di una minore qualità del prodotto e quindi di una carenza nella capacità di gestione dei rifiuti non riciclabili in Europa, che ha condotto negli anni a trovare una soluzione in impianti collocati al di fuori del Continente.
A ogni modo, il mercato che è cresciuto di più è senza dubbio quello della plastica, dove negli ultimi vent’anni il volume degli scambi è più che triplicato. Secondo l’associazione di categoria Plastics Europe, nel 2022 quasi il 20% di tutta la plastica prodotta in Europa proveniva da processi di economia circolare. Crescita senza dubbio trainata negli ultimi anni sia dalla Direttiva sulla plastica monouso (SUP) del 2019, che ha introdotto l’obbligo di un quantitativo minimo del 25% di PET riciclato nella produzione di contenitori per bevande in PET entro il 202510, sia da iniziative volontarie dei produttori, che attualmente impegna l’industria europea ad utilizzare 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata entro il 2025.
Anche il mercato dei metalli non ferrosi è cresciuto molto negli ultimi venti anni, principalmente per l’aumento del riciclo di alluminio: dal 2004 al 2023 il volume di rottami di alluminio scambiati tra i Paesi europei è più che raddoppiato, mentre il valore del mercato è più che triplicato. Anche il mercato del rame, elemento strategico presente nella lista delle Critical Mineral Raw della Commissione UE per il suo ruolo di conduttore di elettricità, è cresciuto in maniera significativa. Il mercato dei metalli non ferrosi si dimostra quindi uno dei più strutturati, con elevati tassi di riciclo raggiunti nella manifattura europea.
Rimangono stagnanti, invece, i volumi scambiati di MPS derivanti dai rifiuti tessili, minerari e organici, dove la crescita negli ultimi 20 anni è stata nettamente inferiore a quella degli altri materiali. Nel 2019 la Commissione Europea ha identificato nei tessili una categoria merceologica prioritaria nell’economia circolare, dato che il settore risulta terzo per uso di acqua e suolo e quinto per emissioni di CO2, sebbene la maggior parte delle risorse utilizzate e delle emissioni abbia luogo fuori dai confini comunitari. I tassi di riciclo dei rifiuti tessili sono ancora molto bassi: la media EU è circa del 12%, e l’82% dei rifiuti tessili prodotti in Europa proviene dai consumatori. I limiti principali si confermano nelle performance delle raccolte, soprattutto dai circuiti urbani, dove, come dimostra il caso italiano, le percentuali di intercettazione degli scarti tessili post consumo (non solo abbigliamento) sono ancora minime. Limite sul quale proverà a dare risposte a breve lo strumento di politica economica della responsabilità estesa del produttore che la Commissione chiederà di introdurre in ogni stato membro dal pulpito della riforma della Direttiva Quadro sui rifiuti n.98 del 2008 (ancora in via di modifica al momento in cui si scrive).
Infine, per quanto riguarda i volumi scambiati di MPS derivanti dal trattamento del rifiuto organico, si osserva che la crescita negli ultimi dieci anni è stata stagnante. Indice di una possibile mancato sviluppo delle politiche di raccolta differenziata: si stima infatti che solo il 40% dei rifiuti organici prodotti in Europa venga trasformato in materia prima seconda di qualità (compost e digestato), “mentre la parte prevalente sia ancora avviata a smaltimento e/o a recupero energetico, comportando un importante spreco di risorse”.
Restringendo il campo d’osservazione solo sull’Italia, i flussi in ingresso di materie prime seconde provengono principalmente dai Paesi europei e dal continente americano, da cui importiamo principalmente metalli ferrosi e non ferrosi, vetro e organico, mentre i flussi di export sono diretti principalmente verso i Paesi asiatici e africani, laddove i flussi sono composti principalmente da plastica, carta, tessile e minerali.
In particolare, la Germania rappresenta è il principale Paese da cui importiamo materie prime seconde (al netto delle esportazioni), con due milioni di tonnellate nette importate, che si compongono principalmente di metalli ferrosi, come ferro e acciaio. A seguire, i principali fornitori di MPS per l’Italia sono Argentina, Slovenia, Ungheria e Francia, con un quantitativo che oscilla tra i 950 e 820 mila tonnellate di import netto, composto principalmente da materiale organico e ligneo (pannelli oleosi e pellet provenienti da Argentina e Ungheria), ceneri e rottami contenenti metalli, provenienti soprattutto da Francia, Slovenia e Ungheria.
I principali Paesi di destinazione delle MPS italiane sono, invece, la Turchia e l’India, rispettivamente con 383 e 228 mila di tonnellate di MPS importate al netto dell’import italiano dagli stessi Paesi. I flussi importati da questi Paesi sono principalmente composti da metalli ferrosi e plastica nel caso della Turchia, mentre nel caso dell’India da carta e metalli ferrosi e non ferrosi.
Rispetto al settore metallifero, in particolare, l’Italia rimane comunque il Paese dell’Unione Europea che tratta il maggior volume di rifiuti metallici ferrosi: ben il 21,5% di tutti i rifiuti metallici ferrosi trattati in Europa proviene dal nostro Paese. Anche per quanto riguarda i minerali non ferrosi, l’Italia si posiziona al secondo posto per quantità di rifiuti trattati, seconda solo alla Germania, dimostrando come tutto il settore del riciclo e del recupero dei minerali in Italia sia molto sviluppato.
L’Italia, insomma, conferma “una certa capacità di ridurre l’impatto ambientale della sua attività economica posizionandosi tra i primi Paesi in Europa per tasso di circolarità dei materiali, trainata dalle tante eccellenze dell’industria del riciclo”. Tuttavia, la ripresa economica post pandemia non sta seguendo un percorso virtuoso da un punto di vista ambientale, dato che il processo di disaccoppiamento tra la pressione ambientale, intesa come impronta materiale, e l’attività economica si è arrestato, mentre quello tra produzione di rifiuti e attività economica non è mai iniziato. Dal 2021, infatti, la crescita economica in Italia non è stata accompagnata da uno sviluppo parallelo del settore dell’economia circolare, né da una prospettiva economica né ambientale. Invero, i principali indicatori mostrano che l’economia circolare ha fatto qualche passo indietro in Italia rispetto al periodo pre-pandemia.
Collegare di nuovo la crescita economica ad un percorso virtuoso da un punto di vista ambientale nei prossimi anni è quindi un obiettivo importante per l’Italia, non solo per ridurre la pressione ambientale, soprattutto per accrescere la sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche e stimolare gli investimenti e l’occupazione conseguenti al potenziamento del riciclo.
Per riprendere, dunque, un percorso virtuoso interrotto recentemente, l’uso circolare della materia deve essere supportato in modo più incisivo. E per fare ciò è necessario programmare nuovi investimenti, portandoli quanto meno agli stessi livelli dei principali paesi UE, come si è già accennato.
Se l’eccellenza italiana tipica del Made in Italy non è quindi in discussione, al contempo la pericolosa inversione di tendenza a scapito della circolarità registrata negli ultimi anni deve far riflettere e stimolare un dibattito sulla direzione da intraprendere.
Secondo gli autori del Report, “occorre riavviare una macchina che, fino all’era pre-pandemia, stava facendo bene”. È evidente che gli sforzi degli operatori da soli non bastano: “è necessaria una strategia industriale che consideri la circolarità come un pilastro essenziale per la competitività e la sostenibilità del Paese”. In particolare, rimuovendo “quelle barriere non tecnologiche e gli affanni regolatori che rimangono i veri freni alla decarbonizzazione del nostro sistema produttivo. In quest’ottica, appaiono poco comprensibili le scelte di continuare a sostenere modelli di produzione lineari che non sono più sostenibili”.
Contraddittoria, in tal senso, appare, tanto per fare un esempio, “la strategia italiana pensata per supportare la transizione digitale che si concentra ancora sullo sfruttamento di nuovi giacimenti di materie prime critiche sul territorio nazionale”, relegando ad un ruolo di second’ordine l’industria del riciclo. Una strategia chiaramente miope che rischia di peggiorare le tendenze all’arretramento sul terreno della transizione ecologica.
Il report si chiude con una vera e propria “Agenda 2030 per il Riciclo”, sintetizzabile nei seguenti punti:
- Completamento del mercato unico europeo per i prodotti riciclati.
- Riconoscimento del contributo del riciclo alla decarbonizzazione.
- Favore fiscale per il riciclo.
- Rafforzamento delle attività complementari al riciclo.
- Ripensamento normativo e amministrativo delle regole per il riciclo.
Una via a tappe, in estrema sintesi, per rinforzare il mercato unico dei beni riciclati, armonizzando la disciplina giuridica e le procedure burocratiche tra i diversi Paesi dell’UE. Sarebbe altresì auspicabile che vengano varati immediatamente i Regolamenti UE sull’end of waste (EoW) – ovvero sui criteri che regolano la cessazione della qualifica di rifiuto per una materia/sostanza previo trattamento, attribuendogli quello di nuova materia prima – quanto meno per le filiere strategiche della plastica, della carta, dei metalli e delle terre rare, mutuando eventuali best practices nazionali già pienamente funzionanti.
Di importanza strategica fondamentale rimane altresì lo strumento economico del Green Public Procurement (GPP) e dei relativi Criteri Ambientali Minimi (CAM), pensato per declinare la spesa pubblica sempre di più verso criteri di sostenibilità, come peraltro imporrebbe il nuovo Codice degli Appalti pubblici (D.lgs 50 del 18 aprile 2016, come corretto dal D.lgs del 19 aprile 2017, n. 56). Una leva finora usata con troppa timidezza, che invece dovrebbe costituire un punto nevralgico verso la circolarità.
Senza dimenticare, chiosa il Report, lo “sforzo per proteggere le aziende dalle ricorrenti pratiche di greenwashing, che rimane un serio ostacolo per chi investe davvero nella sostenibilità ed è penalizzato da chi fa solo finta di esserlo, nonostante la recente Direttiva 5417/2415 vada esattamente in questa direzione”. E come dargli torto?






