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Modifiche alla direttiva europea: è partito il processo negoziale sui rifiuti tessili

La Commissione Europea ha proposto una schema generale di Responsabilità Estesa del Produttore dei rifiuti tessili da applicare in tutti i paesi europei: un percorso che si sovrappone alle concertazioni già avviate dal MASE sullo stesso argomento. Gli stakeholder nazionali ed europei stanno discutendo sui punti chiave di questa importante riforma.

Lo scorso 5 luglio la Commissione Europea ha proposto di emendare la direttiva quadro sui rifiuti 98/2008 con specifiche misure a favore della circolarità dei prodotti tessili e contro lo spreco alimentare. Il processo negoziale presso il Gruppo Ambiente del Consiglio dell’UE è iniziato, e il Ministero all’Ambiente e alla Sicurezza Energetica (MASE) ha invitato i principali stakeholder del recupero tessile italiano a fornirgli osservazioni e proposte al fine di perfezionare la propria posizione negoziale.

Il MASE, a sua discrezione, potrà decidere se anticipare la modifica della norma europea con il proprio decreto sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) dei rifiuti tessili, oppure se attendere l’Europa prima di pubblicare il decreto. Non ci è dato sapere chi legifererà prima, e se la nuova norma arriverà in tre mesi, sei mesi o nove mesi: quello che è certo è che il regime dell’EPR tessile è alle porte.

Ma andiamo ad esplorare quali sono i punti chiave della proposta della Commissione sui rifiuti tessili.

Un nuovo articolo, il 22a, sarebbe interamente dedicato all’EPR dei tessili post-consumo, stabilendo nel primo comma che gli Stati membri sono tenuti a istituire i propri regimi EPR nazionali; questi ultimi quindi da opzione altamente raccomandata si trasformerebbero in un vero e proprio obbligo.
I regimi dovranno includere strumenti di ecomodulazione, che premino le “produzioni circolari” (prodotti facilmente riparabili, riciclabili, riutilizzabili, ecc..) disncentivando quelle con maggior potenziale d’impatto, e dovranno anche essere concepiti in modo da non creare sperequazioni competitive tra le imprese (che possono essere grandi, piccole e medie, ognuna con le proprie esigenze e capacità).

Tabelle merceologiche e classificazioni saranno comuni, con il fine di ridurre le complicazioni amministrative e doganali ed evitare squilibri competitivi tra gli operatori (chi lavora nei paesi dove il quadro normativo è complesso potrebbe essere svantaggiato rispetto a chi opera in paesi dove le regole sono più semplici). Dopodiché, la proposta della Commissione prevede che agli organismi collettivi dei produttori non sia concesso “rifiutare la partecipazione delle imprese sociali e di altri operatori del riuso” nei loro sistemi di raccolta differenziata.

Le imprese sociali, in particolare, pur operando in collegamento con i sistemi dei produttori, verrebbero esentate dall’obbligo di consegnare alle filiere organizzate dai produttori i vestiti usati da loro raccolti. Questi specifici soggetti avrebbero il diritto di mantenere e operare i propri attuali punti di raccolta e di godere di trattamenti paritari o preferenziali nell’assegnazione dei nuovi punti di raccolta.

“Un favoritismo che ci lascia perplessi e del quale non riusciamo a capire il principio di legittimità” ha detto la rappresentante del gruppo di lavoro tessile di Assorecuperi Valentina Rossi.

“Culturalmente, in Europa, le persone donano gli abiti usati aspettandosi che ci sia un qualche effetto solidale. E’ una tradizione antica, ed è giusto che le istituzioni ne tengano conto. Ma l’accento andrebbe eventualmente posto, appunto, sui risultati solidali e non sul tipo di ragione sociale dell’operatore che presta il servizio. Il rischio è favorire sempre e comunque gli enti che si registrano come imprese sociali, indipendentemente dalla qualità del loro lavoro e senza considerare che enti con ragione sociale diversa possono offrire risultati uguali o migliori. L’unico effetto di un provvedimento così escludente sarebbe inibire il livello di competizione del mercato, andando a ridurre, in un’ultima analisi, sia i possibili risultati sociali che quelli ambientali. In Italia conosciamo già gli effetti delle gare riservate alle cooperative sociali nel settore abiti usati: la Commissione Bicamerale Ecomafie se ne è occupata con uno specifico filone d’inchiesta e i risultati sono molto chiari. L’Europa dovrebbe tenerne conto”.

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