L’Europa compra plastica riciclata extra Ue a basso costo. A rischio target e industria
Sara Deganello descrive lo scenario della plastica riciclata, dove per raggiungere i suoi obiettivi di riciclaggio l’Unione è costretta a importare plastica riciclata da paesi con standard più bassi: una plastica secondaria che oltretutto, proprio a causa degli standard inferiori, è più economica e competitiva sul mercato.
Il mercato europeo della plastica riciclata ha subito una significativa destabilizzazione nel 2023, con una riduzione di oltre il 50% dei prezzi del materiale riciclato. Ciò è dovuto principalmente al crescente tasso di importazioni di plastica riciclata a basso costo da paesi extra-Ue, che non adottano politiche di circolarità, usando materiali che non rispettano gli standard europei e beneficiando di un costo del lavoro inferiore. Lo rileva un’analisi di Boston Consulting Group (Bcg), che cita anche il valore di questi flussi: «Secondo dati Eurostat, nel 2022, il valore di queste importazioni (il 40% delle quali proviene da paesi quali Cina, Turchia, India, Indonesia, Egitto e Vietnam) ha raggiunto i 39,4 miliardi di euro, con una crescita del 40% negli ultimi tre anni».
Minacciati i target di riciclo
«Come molte altre industrie, anche quella del riciclo non è immune alle incertezze economiche circostanti e alla crisi inflazionistica in atto. La recente crescita delle importazioni di plastica riciclata a basso costo da paesi extra-Ue ha destabilizzato il mercato europeo, riducendo i prezzi del materiale riciclato e minacciando i target di riciclo stabiliti», spiega Giulia Scerrato, Project Leader Energy Practice di Bcg: «Per promuovere la circolarità dei rifiuti plastici e lo sviluppo di questa industria, è necessario adottare misure politiche decisive e audaci così da sostenere un settore chiave nella transizione verso un’economia circolare e il raggiungimento della neutralità in fatto di emissioni di carbonio».
La normativa Ue
La normativa europea cerca di promuovere il riutilizzo della plastica riciclata. L’obbligo di inserire quantità di materiale riciclato nei nuovi contenitori in plastica previsto dal nuovo regolamento imballaggi (Ppwr), votato dal Parlamento europeo ad aprile. Nello specifico, a partire dal 1° gennaio 2030, «calcolato come media per stabilimento e anno», dovrà essere il 30% per gli imballaggi sensibili al contatto (compreso quello alimentare) in Pet, il 10% per quelli sensibili al contatto in materiali diversi dal Pet, il 30% per le bottiglie in plastica monouso, il 35% per tutti gli altri imballaggi. Dal 2040 il contenuto minimo riciclato aumenterà. Questi nuovi obiettivi di utilizzo di materiale derivante da post-consumo ritoccano e ampliano quelli già contenuti nella direttiva Sup (single plastica use) che impone che a partire dal 2025 almeno il 25% del peso delle bottiglie in Pet vendute in un anno in Italia sia in Pet riciclato.
La preoccupazione delle aziende
Durante i negoziati per il Ppwr, uno dei punti cruciali ha riguardato proprio l’origine delle materie prime utilizzate per raggiungere gli obiettivi di contenuto riciclato negli imballaggi. Ed è stata inserita una clausola specchio proprio per questo: materiali importati extra-Ue dovranno essere soggetti a leggi e certificazioni equivalenti a quelle in vigore in Europa. Ma chi controllerà? Già imprenditori e associazioni di categoria italiane hanno fatto sentire la loro voce. La preoccupazione soprattutto del mondo della plastica è reale. Marco Bergaglio, presidente di Unionplast-Federazione Gomma Plastica, all’indomani dell’approvazione del Ppwr aveva ammonito: «C’è rischio che il materiale arrivi dall’estero, senza certificazione, essendo l’opzione più economica».
«In Europa dei 4 milioni di tonnellate di imballaggi in Pet immessi sul mercato, già ora oltre 2 milioni vengono raccolti e riciclati. Nel 2023 in Italia eravamo al 75% di raccolta e arriveremo facilmente al 77% della Sup. Non ci saranno problemi per il contenuto minimo riciclato», racconta Antonello Ciotti, presidente di Petcore Europe. Le difficoltà sorgeranno invece per gli imballaggi in materiali plastici diversi dal Pet, in particolare le poliolefine di cui sono fatte pellicole e confezioni: «A livello europeo è un mercato da 9 milioni di tonnellate. Richiedere un contenuto minimo riciclato del 10% significa dover avere a disposizione 900mila tonnellate di riciclato. Che ad oggi non c’è», spiega Ciotti. «Uno dei problemi per utilizzare materiale riciclato nel sensitive packaging, che prevede contatto alimentare, è la necessità che il prodotto iniziale abbia contenuto prodotti alimentari. Mentre nel Pet è facile, tanto che si può usare il riciclo meccanico, nelle poliolefine è difficile: il film può avere contenuto di tutto. La soluzione è quindi il riciclo chimico».
Il riciclo chimico
La tecnologia che scompone la plastica fino a livello molecolare, producendo olio di pirolisi e gas, è tuttavia ancora in fase di sviluppo industriale embrionale, con impianti pilota o in costruzione, anche in Italia, da qualche migliaio di tonnellate: «Nel nostro Paese il mercato delle poliolefine nell’imballaggio è intorno a un milione di tonnellate, avremmo bisogno di 100mila tonnellate da riciclo chimico», indica Ciotti che ricorda come bisognerà aspettare almeno 3-4 anni perché questa tecnologia maturi.






