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Le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici: disciplina comunitaria e nazionale

Un esauriente ed importante approfondimento di Nicoletta Tradarti e Xavier Santiapichi sulle politiche di contrasto al cambiamento climatico. L’articolo spazia dagli accordi internazionali al Registro Nazionale dei Crediti di Carbonio, passando per gli strumenti economici offerti dall’Unione Europea.

I – Introduzione

La riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra rappresenta un elemento portante delle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici, poiché l’incremento delle concentrazioni di CO2 e di altri gas serra nell’atmosfera sono ritenute una fra le cause principali (se non la causa principale) dell’aumento della temperatura.

Il rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC) pubblicato nel 2023[1] nell’indicare lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici segnala che “le attività umane, principalmente attraverso le emissioni di gas serra, hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale, con la temperatura superficiale globale che ha raggiunto 1,1°C sopra 1850-1900 nel 2011-2020. Le emissioni globali di gas serra hanno continuato ad aumentare, con contributi storici e attuali diseguali derivanti dall’uso non sostenibile dell’energia, dall’uso e dai cambiamenti nell’uso del territorio, dagli stili di vita e dai modelli di consumo e produzione tra regioni, tra paesi e all’interno dei paesi e tra gli individui”. Il rapporto stima come probabile che il riscaldamento supererà 1,5°C nel corso del XXI° secolo e sarà difficile limitare il riscaldamento al di sotto dei 2°C e ritiene che “riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni di gas serra porterebbero a un rallentamento percepibile del riscaldamento globale entro circa due decenni e anche a cambiamenti percepibili nella composizione atmosferica entro pochi anni. …. Per limitare il riscaldamento globale causato dall’uomo è necessario azzerare le emissioni nette di CO2”[2].

Nelle politiche di lotta ai cambiamenti climatici e per attuare la transizione energetica,  un ruolo fondamentale è svolto dall’applicazione di una maggiorazione di costo per l’utilizzo di fonti climalteranti/inquinanti (come i combustibili fossili) che generino gas ad effetto serra. Questo maggiore onere economico ha funzione disincentivante all’utilizzo di tali fonti.

Le azioni per la riduzione dei gas ad effetto serra pongono la necessità di conciliare due differenti posizioni: da un lato si tratta di imputare ai responsabili il costo sociale delle emissioni, dall’altro di compensare la riduzione di benessere sociale derivante da un minore utilizzo di combustibili fossili.

Accanto, quindi, ad una regolamentazione di carattere amministrativo, vi sono meccanismi economici che aggravano l’utilizzo dei combustibili fossili.

Il nostro paese, e prima ancora l’Unione Europea, realizzano questo aggravio di costi con due meccanismi diversi: (i) applicazione di una tassa sull’utilizzo delle fonti inquinanti, mediante un’imposizione diretta (cd. carbon tax); (ii) creazione di un sistema di permessi di emissione negoziabili (cd. cape and trade).

La carbon tax diretta – quella cioè che aggrava il costo dell’utilizzo del combustibile in conseguenza dell’emissione di CO2 – pur essendo proposta più e più volte, non è mai diventata obbligo normativo. Si è deciso invece di puntare su meccanismi diversi,  più articolati, a cominciare dalla negoziazione dei titoli di emissione, ritenuti (a torto o a ragione) idonei a raggiungere migliori risultati nel rapporto fra il livello di inquinamento ed il benessere sociale, rispetto ai sistemi di tassazione diretta delle emissioni[3].

I sistemi i scambio dei permessi di emissione sono presenti in molti paesi, nell’America del Nord (ad esempio in alcuni Stati degli USA ed in Canada), ed in Centro America (Messico), in Asia (dove, oltre al Giappone, va segnalato il recente ingresso della Cina), nel continente Europeo (oltre all’ETS europeo, Svizzera e Gran Bretagna) ed in Oceania (Nuova Zelanda). Altri sistemi sono in fase di avvio o di progettazione[4].

Il mercato delle emissioni europeo (ETS – UE) si caratterizza per essere sovranazionale ed è uno dei mercati più ampio (se non il più ampio) di quelli attivi nel mondo; inoltre, esso ha destato un rinnovato interesse con il Green deal europeo, che ha introdotto un pacchetto di azioni (fit for 55 – Reg UE 2021/1119), per ridurre le emissioni dell’UE di almeno il 55% entro il 2030 e per raggiungere il traguardo delle emissioni zero nel 2050.

 

II – Le azioni per la riduzione delle emissioni. Scambio di quote di emissione ETS

I sistemi di scambio di emissioni sono stati inizialmente previsti dal protocollo di Kyoto[5] del 1997, accessivo alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (tenutasi nel 1992).

L’Accordo di Parigi del 2015[6] (nell’ambito della COP21) impegna le parti aderenti a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali ed a proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5° C rispetto ai livelli pre-industriali, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici (art. 2). L’Accordo di Parigi è stato ratificato dall’Unione Europea nel 2016 e dall’Italia con la legge n. 204 del 4 novembre 2016[7].

In Europa, il sistema ETS è stato istituito con la Direttiva 13 ottobre 2003, n. 2003/87/CE (Direttiva ETS), oggetto di una serie di modifiche fra le quali vanno segnalate quelle attuate con la Direttiva del 14 marzo 2018 n. 2018/410/UE e più di recente, al fine di aggiornare la regolamentazione al pacchetto fit for 55 (Reg UE 2021/1119), con la Direttiva del 10 maggio 2023, n. 2023/958/UE, per il trasporto aereo, e, sempre nella stessa data, la Direttiva n. 2023/959/UE per i settori ad alta intensità di carbonio. Alla Direttiva n. 2018/410/UE è stata data attuazione in Italia con il d.lgs. n. 47 del 9 giugno 2020.

L’EU ETS[8] si applica in tutti gli Stati membri dell’UE, nei paesi dell’Associazione europea di libero scambio (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e in Irlanda del Nord, per la produzione di energia elettrica. Copre le emissioni di gas serra di circa 10.000 impianti del settore energetico e dell’industria manifatturiera, nonché degli operatori aerei che volano all’interno dell’UE e per quelli diretti verso la Svizzera e il Regno Unito. Dal 2024, l’EU ETS copre anche le emissioni derivanti dal trasporto marittimo.

Per quel che riguarda il suo funzionamento[9], in estrema sintesi l’EU – ETS è un sistema di “cape and trade”, per cui la quantità complessiva di gas serra che possono essere emessi dai settori ETS è limitata con la fissazione di un “tetto massimo” del numero di quote di emissione. All’interno di questa soglia, i soggetti che vi operano ricevono o acquistano quote di emissione, che possono scambiare secondo le necessità. Il limite diminuisce gradualmente, per assicurare una riduzione delle emissioni totali. Una parte delle quote è assegnata a titolo gratuito, mentre un’altra parte è assegnata all’asta. Gli operatori devono restituire ogni anno un numero di quote corrispondente alle emissioni dell’anno precedente. Per le emissioni che non sono restituite l’operatore è sanzionato con un’ammenda.

Come scritto, il sistema prevede una riduzione graduale del quantitativo complessivo delle quote disponibili per gli operatori, così da ottenere – nei fatti – una riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra nei settori ETS; in particolare, ci si aspetta al 2030 una riduzione del 62% rispetto ai livelli del 2005 ed anche una riduzione delle  assegnazioni gratuite[10].

In prospettiva, in realtà già a brevissimo termine, la Direttiva n. 2023/959/UE  prevede l’applicazione degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni agli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani con una potenza termica nominale totale superiore a 20 MW, a far data dal 1 gennaio 2024. Entro il 31 luglio 2026 la Commissione dovrà presentare al Parlamento europeo ed al Consiglio una relazione in cui valuterà la fattibilità dell’ inclusione degli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani nell’EU ETS, anche in vista della loro inclusione a partire dal 2028, (valutando la potenziale necessità di consentire agli Stati membri di non parteciparvi fino al 31 dicembre 2030). La valutazione della Commissione si estenderà alla possibilità di includere nell’EU ETS altri processi di gestione dei rifiuti (quali il collocamento in discarica, la fermentazione, il compostaggio e il trattamento meccanico-biologico, considerando n. 98), in particolare le discariche che generano emissioni di metano e protossido di azoto nell’Unione (art. 1 punto 28 lett. d) 7 modifiche all’art. 30 direttiva 2003/87/CE). A questo fine entro il 31 marzo di ogni anno il gestore è tenuto a presentare al singolo Stato membro la comunicazione delle emissioni annuali ed entro il 30 aprile di ogni anno gli Stati membri debbono presentare alla Commissione la comunicazione annuale delle emissioni sottoposta a verifica di ciascun impianto di incenerimento di rifiuti urbani[11].

 

III – Il cd. ETS II e la destinazione degli introiti al Fondo sociale europeo

Dal 1 gennaio 2025 la disciplina ETS verrà applicata anche alle emissioni di gas ad effetto serra degli edifici, del trasporto stradale e degli ulteriori settori industriali non contemplati dall’allegato I della direttiva 2003/87/CE. Più in particolare, il nuovo sistema è progettato per funzionare a partire dal 2027, mentre il monitoraggio e la rendicontazione delle emissioni inizieranno già nel 2025.

Si tratta di un sistema (c.d. ETS II, normato dagli artt. 30 bis e segg. della direttiva 2003/87/CE introdotto dalla Direttiva n. 2023/959/UE) distinto ma parallelo a quello in vigore, che disporrà di un quantitativo totale di quote (c.d. cap) separato e di uno specifico fattore lineare di riduzione.

Gli introiti derivanti dalle aste dell’ETS II e da una quota parte di quelle dell’ETS UE sono destinati a finanziare il Fondo sociale europeo[12] per investimenti nell’efficienza energetica, in particolare: nelle ristrutturazioni edilizie; nella mobilità e nei trasporti a zero e a basse emissioni; nelle riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra; nella riduzione del numero di famiglie vulnerabili, in particolare le famiglie in condizioni di povertà energetica, di microimprese vulnerabili e di utenti vulnerabili dei trasporti.

Si tratta di di interventi da inserire nei piani nazionali dei singoli Stati, che devono essere presentati alla Commissione europea entro giugno 2025, ai fini della valutazione ed alla erogazione dei finanziamenti.

 

IV – Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere – cd. CBAM

Un altro meccanismo introdotto dalla UE per favorire la decarbonizzazione è il cd. CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism – meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, reg. UE 956/2023), che prevede l’applicazione di un sovraprezzo – che corrisponde al prezzo del carbonio sostenuto nell’ambito dell’UE ETS – alle merci in ingresso nell’Unione europea per la loro impronta di carbonio.

In sostanza, si tratta di un meccanismo che pone un prezzo sulle emissioni di CO2 incorporate nei prodotti importati nell’UE, allineandolo al prezzo del carbonio applicato all’interno dell’UE attraverso il sistema Emissions Trading System (ETS).

Gli importatori di determinati prodotti soggetti al CBAM (inizialmente cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno) saranno tenuti ad acquistare certificati CBAM in proporzione alle emissioni associate alla produzione di tali prodotti.

Il prezzo dei certificati CBAM sarà inizialmente basato sul prezzo medio delle aste ETS, per poi passare gradualmente a un sistema basato sull’effettivo contenuto di carbonio dei prodotti importati.

Il CBAM si applicherà inizialmente ed in una fase pilota ai prodotti sopra descritti, da estendere progressivamente ad altri settori.

Il CBAM ha diverse funzioni, la più importante delle quali è quella di livellare il campo di gioco: il CBAM mira a garantire che i produttori extra-UE affrontino costi simili a quelli sostenuti dai produttori europei per le emissioni di CO2, creando un sistema più equo e favorendo la produzione pulita a livello globale.

Questo meccanismo è destinato a sostituire – in via graduale – il riconoscimento di un maggior numero di quote da assegnare a titolo gratuito per i settori considerati esposti al pericolo di rilocalizzazione delle emissioni di gas ad effettti serra (cd. carbon leakage).

Un recente studio osserva che il CBAM[13] è un meccanismo che rappresenta una svolta nelle politiche di regolazione dei mercati, storicamente tese ad eliminare le barriere alla dogana, per favorire il libero scambio delle merci; infatti, senza rinnegare questo principio, il CBAM impone una deroga giustificata dalla necessità della tutela ambientale e dalla volontà di indirizzare, attraverso un aggravio di natura economica, ad una produzione economicamente meno inquinante anche se in un primo tempo potrebbe essere più costosa. Inoltre, l’Unione europea è “consapevole che il percorso verso la neutralità climatica è necessariamente globale e da condividere con i paesi terzi, ma allo stesso tempo privo di strumenti coercitivi su una scala così vasta ed eterogenea”. Tale essendo la situazione, l’Unione Europea, mediante il meccanismo del CBAM ha inteso “fare da ordinamento pioniere nelle scelte di regolazione del free – trade”.

In effetti, il CBAM è configurato da più parti come una sorta di dazio doganale da applicarsi alle importazioni nell’Unione Europea dei prodotti che provengono da Paesi EXTRA UE, che tenga conto della loro impronta di carbonio.

Si ritiene, infatti, che il CBAM possa qualificarsi come un dazio doganale antindumpig, cioè “un’imposta di confine tesa a scoraggiare pratiche commerciali, considerate sleali, che si concretizzano in importazioni di beni ad un prezzo inferiore al loro valore di mercato”[14].

L’introduzione di questo meccanismo può sollevare dubbi in ordine alla sua compatibilità con l’Accordo generale sulle tariffe doganali ed il commercio, concluso a  Ginevra il 30 ottobre 1947 (cd. GATT[15]). Il GATT si è successivamente trasformato e istituzionalizzato, diventando l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

I rapporti fra l’Unione Europea ed il GATT/OMC sono regolati dal Trattato istitutivo dell’Unione[16], che all’articolo 131, nel testo attualmente in vigore, dispone: “1. La politica commerciale comune è fondata su principi uniformi, specialmente per quanto concerne le modificazioni tariffarie, la conclusione di accordi tariffari e commerciali, l’uniformazione delle misure di liberalizzazione, la politica di esportazione, nonché le misure di difesa commerciale, tra cui quelle da adottarsi in casi di dumping e di sovvenzioni. ….  3. Qualora si debbano negoziare accordi con uno o più Stati o organizzazioni internazionali, la Commissione presenta raccomandazioni al Consiglio, che l’autorizza ad aprire i negoziati necessari. Spetta al Consiglio e alla Commissione adoperarsi affinché gli accordi negoziati siano compatibili con le politiche e norme interne della Comunità”.

L’Unione Europea opera in seno all’OMC come un unico attore, ed è rappresentata dalla Commissione anziché dagli Stati membri.

Il CBAM potrebbe porsi in contrasto con l’articolo I del GATT che introduce il principio della Nazione più favorita, per cui il trattamento generale concesso da una Parte contraente a un prodotto originario da ogni altro Paese, o a esso destinato, deve essere esteso a tutti i prodotti similari, originari del territorio di ogni altra Parte contraente, o a esso destinati. Questa disposizione si riferisce ai dazi doganali e alle imposizioni di qualsiasi sorta che gravano sulle importazioni o sulle esportazioni, oppure sono riscossi in occasione di importazioni o di esportazioni.

Altro profilo di potenziale conflitto del CBAM è stato ravvisato con il disposto dell’art. III del GATT sul trattamento nazionale, per cui non è possibile assoggettare i prodotti del territorio di qualsiasi Parte contraente, importati sul territorio di qualsiasi altra Parte, ad un trattamento meno favorevole di quello accordato ai prodotti similari d’origine nazionale.

Queste norme vietano di di trattare diversamente prodotti o produzioni similari e sulla base delle stesse l’Unione Europea non potrebbe assoggettare ad un regime discriminatorio i beni importati soltanto perché aventi una diversa impronta di carbonio.

Per evitare il contrasto, è stata prospettata la possibilità di ricondurre il CBAM alla disposizione dell’art. II comma 2 lett. a) del GATT, che impone alle Parti contraenti di applicare ai prodotti similari la medesima disciplina alla quale sono assoggettati i prodotti interni. In questo senso, il dazio per l’impatto di carbonio applicato sui prodotti importati andrebbe equiparato alle quote nel sistema ETS.

Un’altra soluzione potrebbe risidere nell’applicazione del’art. XX del GATT, che contiene una serie di eccezioni generali, fra le quali vi sono quelle (lett. b) “necessarie alla protezione della sanità e della vita delle persone e degli animali e alla conservazione dei vegetali”; od anche quelle (lett. g)  “attinenti alla conservazione di risorse naturali esauribili, qualora siano applicate insieme con delle restrizioni su la produzione o il consumo nazionali”.

Il problema della compatibilità del CBAM con il GATT è stato valutato nella fase preparatoria[17] per la predisposizione del Reg. 956/2023UE.

In quella sede si è osservato che (i) l’articolo XX consente ai membri dell’OMC di attuare le misure che sono necessarie per proteggere la vita o la salute umana, animale o vegetale b), e le risorse naturali g); (ii) le norme del GATT risalgono al 1947 ed è quindi necessario che siano ripensate nell’attuale contesto della crisi climatica, (per cui l’Unione Europea deve farsi promotrice di una riforma globale dell’OMC che consenta a quest’ultima di garantire un commercio equo e, allo stesso tempo, di contrastare il riscaldamento globale); (iii) le disposizioni del GATT, quali l’articolo I (il principio della nazione più favorita), l’articolo III (il principio del trattamento nazionale) e, se necessario, l’articolo XX (eccezioni generali), costituiscono la base per qualsiasi concezione del CBAM, la cui logica è strettamente ambientale, con l’obiettivo di ridurre le emissioni globali di CO2 e prevenire la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio; (iv) il principio di non discriminazione ai sensi dell’articolo III del GATT, dal quale consegue l’applicazione dello stesso trattamento alle importazioni e alla produzione interna, è un criterio fondamentale per garantire la compatibilità di qualsiasi misura con le regole dell’OMC; (v) il CBAM costituisce un’alternativa alle misure esistenti in materia di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio ai sensi del diritto dell’UE nei settori coperti dal sistema ETS dell’UE, in quanto creerebbe condizioni di parità tra i produttori nazionali ed esteri dell’UE applicando un onere sulle emissioni di carbonio incorporate nei beni in tali settori, indipendentemente dalla loro origine, tutelando pienamente l’industria europea dalla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio ed evitando trasferimenti di emissioni verso paesi terzi.

Nel nostro Paese, le Commissioni VIII (Ambiente e X (Attività produttive) della Camera dei Deputati nella seduta del 14 febbraio 2024 hanno espresso perplessità in ordine all’utilizzo di questo meccanismo[18].

V – I Settori non ETS cd. Settori Effort Sharing

Alcuni settori, che pure producono gas ad effetto serra, non rientrano – per ora – nel perimetro di azione dell’ETS; si tratta ad esempio dei settori dei trasporti, dell’edilizia, dell’industria per i settori NON ETS (impianti di combustione di potenza termica nominale inferiore a 20MW), dell’agricoltura e dei rifiuti. Essi rapresentano circa il 60% delle emissioni totali dell’UE.

Per i settori non regolati dalla Direttiva EU ETS (cd. “Settori Effort Sharing”), la Decisione 406/2009/CE ripartisce tra gli Stati membri l’obiettivo comunitario di riduzione delle emissioni di gas serra. Questo meccanismo prevede l’assegnazione di un ammontare massimo di emissioni consentite, che debbono essere  compensate con “quote” di emissione (AEA, Annual Emission Allocation) [19].

Per quanto riguarda il nostro Paese, nella proposta di aggiornamento del PNIEC[20] (Piano Nazionale Integrato Energica e Clima) su cui la Commissione Europea ha espresso le proprie raccomandazioni nel dicembre 2023, viene sottolineato che “a fronte di una riduzione attesa delle emissioni totali dal 2005 al 2030 pari a circa 235 MtCO2eq, ci si aspetta che le emissioni soggette ad ETS si riducano di circa 137 MtCO2eq (oltre il 55%) mentre quelle ESR di 98 MtCO2eq (circa il 28,5%). Le misure attualmente vigenti appaiono, quindi, più efficaci in termini di riduzione delle emissioni ETS grazie soprattutto all’incremento di rinnovabili nel mix di generazione elettrica. Infatti, per i settori inclusi nel Regolamento Effort sharing lo scenario di riferimento mostra che,…. le emissioni non raggiungono il precedente obiettivo di riduzione del -33% al 2030 rispetto ai livelli del 2005. Molto più impegnativo ed ambizioso risulta essere lo sforzo di riduzione alla luce dell’aggiornamento dell’obiettivo che, ai sensi del recente Regolamento (UE) 2023/857 del Consiglio del 19 aprile 2023, passa al -43,7%. Sarà infatti necessario adottare politiche e misure aggiuntive, che dovranno essere particolarmente incisive nei settori civile e trasporti, come peraltro mostrano già i dati del 2021, ultimo anno per il quale si dispongono di dati statistici definitivi: le emissioni italiane sono state superiori alle allocazioni annuali (AEA), definite ai sensi del Regolamento ESR, di 10,9 MtCO2eq”[21].

Il Regolamento (UE) 2018/842 (Regolamento sulla condivisione degli sforzi) ha ulteriormente disciplinato la materia. Fra le novità dobbiamo dare conto di un nuovo strumento che è stato introdotto, poiché esso si pone in relazione con il settore cd. LULUCF; è prevista una forma di flessibilità, destinata a tutti gli Stati membri, che rende possibile utilizzare i crediti generati dagli assorbimenti

del settore LULUCF (Land Use, Land Use Change and Forestry) per un ammontare massimo europeo di 280 milioni di tonnellate (per l’Italia la quantità massima di crediti è

pari a 11,5 milioni di tonnellate per il periodo 2021-2030).

 

VI – Le azioni per la cattura del carbonio. Il sistema LULUCF

Il sistema ETS, pur essendo considerato uno dei più importanti strumenti di politica climatica dell’UE, è una misura complementare rispetto ad azioni che riducono fisicamente – e direttamente – le emissioni di CO2. Per tale ragione si pone in evidenza la necessità di un utilizzo su larga scala di tecnologie carbon negative e di impianti che siano in grado di catturare direttamente il carbonio (cd. CCS – Carbon Capture and Storage). Le metodologie per la cattura delll’anidride carbonica possono consistere nella (i) cattura atmosferica (Direct Air Capture, DAC[22]); (ii) nella cattura nei suoli, previa individuazione dei siti geologici idonei[23], [24]; (iii) nelle azioni di rimboschimento per creare serbatoi di carbonio:

  • La cattura diretta dell’aria (DAC) è una tecnologia emergente che mira a estrarre l’anidride carbonica (CO2) direttamente dall’atmosfera. Questo processo rappresenta un potenziale strumento per contrastare il cambiamento climatico, rimuovendo l’eccesso di CO2 che già si trova nell’aria e contribuendo a raggiungere la neutralità climatica. In estrema sintesi, l’aria viene aspirata da un ventilatore, la CO2 viene catturata da un materiale specifico che la attrae, la CO2 viene separata dall’aria e concentrata.

La CO2 catturata può essere stoccata in modo sicuro e permanente, oppure utilizzata per altri scopi, come la produzione di combustibili sintetici o materiali da costruzione.

Il vantaggio principale è che si può rimuovere la CO2 da qualsiasi luogo, anche da aree remote o da città dove è difficile catturare le emissioni alla fonte, ma al momento si tratta di una tecnologia relativamente nuova e costosa, che richiede un elevato consumo di energia.

Attualmente ci sono diversi progetti di DAC in corso in tutto il mondo. Tra i più noti:

  • Orca (Islanda): il più grande impianto di DAC al mondo, in funzione dal 2021, cattura 4.000 tonnellate di CO2 all’anno;
  • Mammoth (Islanda): in fase di costruzione, sarà il più grande impianto di DAC al mondo con una capacità di cattura di 36.000 tonnellate di CO2 all’anno;
  • Carbfix (Islanda): converte la CO2 catturata in pietra (immette CO2 nel sottosuolo, la CO2 reagisce con il basalto, un tipo di roccia vulcanica, formando minerali carbonatici stabili e permanenti).
  • per quanto riguarda la cattura del carbonio nei suoli, l’art. 7 del d.l. 181 del 9 dicembre 2023, convertito in legge n. 11 del 2 febbraio 2024, ha apportato alcune modifiche al decreto legislativo n. 161 del 24 settembre 2011[25], con particolare riferimento al procedimento autorizzativo per lo svolgimento di programmi sperimentali di stoccaggio geologico di CO2. La norma prescrive che queste autorizzazioni siano rilasciate dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, su parere del Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto (Comitato ETS) con un procedimento unico, nel cui ambito è acquisito ogni atto di assenso delle amministrazioni interessate, comprese le valutazioni ambientali; qualora questa attività imponga anche la realizzazione ovvero l’uso di infrastrutture a terra, l’autorizzazione unica è rilasciata previa intesa della regione territorialmente interessata.
  • quanto, infine, alle azioni di rimboschimento per creare serbatoi di carbonio, si tratta di una azione già promossa nell’Accordo di Parigi, che prevede l’impegno delle Parti contraenti ad assumere “approcci regolatori e incentivi positivi per le attività relative alla riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste, e al ruolo della conservazione, gestione sostenibile delle foreste e aumento delle riserve di carbonio delle foreste nei paesi in sviluppo” (art. 5).

Il carbonio può essere immagazzinato naturalmente mediante attività che ne migliorano la cattura nei suoli e nelle foreste (ad esempio l’agrosilvicoltura, il ripristino delle foreste, la gestione migliorata del suolo) e/o ne riducono il rilascio dai suoli nell’atmosfera.

Proprio per tale ragione le foreste sono state definite [26] “banche” di carbonio, la cui protezione deve essere un obiettivo prioritario, soprattutto perché esse possono assorbire la porzione delle emissioni provenienti da settori che non è possibile azzerare. Nell’Unione Europea le foreste assorbono circa il 10% delle emissioni provenienti dagli altri settori. Il cd. settore LULUCF (acronimo di Land Use, Land – Use Change and Forestry – Uso del suolo, cambiamento di suolo e silvicoltura) è finalizzato agli assorbimenti di CO2 nel settore dell’uso del suolo, del cambiamento di uso del suolo e della silvicoltura[27]. Lo strumento è stato introdotto dal Protocollo di Kyoto (art. 3) che consente agli Stati aderenti di acquisire crediti di emissione, mediante progetti relativi all’utilizzo dei terreni, al cambiamento del loro utilizzo, e alla loro riforestazione. I serbatoi di carbonio possono avere origine da attività umane direttamente legate alla variazione nella destinazione d’uso dei terreni e dei boschi, limitatamente all’imboschimento, al

rimboschimento e al disboscamento dopo il 1990. Le attività di assorbimento possono essere incluse, secondo regole e limiti predefiniti, nei bilanci nazionali delle emissioni di gas ad effetto serra, come strumento di compensazione delle emissioni di gas climalteranti[28].

Le attività del settore LULUCF (cd. carbon sink) sono strategie di mitigazione. L’IPCC ha redatto delle Linee guida delle buone pratiche per l’uso del territorio, il cambiamento dell’uso del territorio e la silvicoltura [29].

Nell’Unione Europea il settore LULUCF è disciplinato dal Regolamento n. 2018/841/UE relativo all’inclusione delle emissioni e degli assorbimenti di gas-serra risultanti dall’uso del suolo, dal cambiamento di uso del suolo e dalla silvicoltura (c.d. Regolamento LULUCF: Land Use, Land-Use Change and Forestry).

Il Regolamento, che è stato oggetto di recente revisione[30], [31] .per adeguarsi ai traguardi del Green deal europeo, fissa l’obiettivo dell’Unione al 2030 per l’assorbimento netto dei gas a effetto serra in 310 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (a fronte del precedente traguardo di 225 Mt) e prevede degli obiettivi nazionali vincolanti; inoltre, il Regolamento si informa al “principio del non debito”, per cui ciascuno Stato membro garantisce che le emissioni di gas a effetto serra derivanti dalla silvicoltura e dall’uso del suolo, non superino – e quindi siano compensate da – gli assorbimenti di gas a effetto serra nel settore.

Se le emissioni LULUCF superano gli assorbimenti contabilizzati, uno Stato membro deve intensificare gli sforzi di riduzione delle emissioni nei suoi settori “Effort sharing” per compensare il deficit (le assegnazioni annuali di emissioni non ETS vengono ridotte di una quantità pari alle emissioni eccedentarie di gas a effetto serra, aumentando di fatto l’obiettivo per lo Stato membro, art. 9 Reg. 2018/842); oppure può acquistare crediti LULUCF da altri Stati membri (art. 5 Reg. 2018/842). Infine, gli Stati membri possono utilizzare una quantità limitata di crediti LULUCF per contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali “Effort Sharing” (cd. “flessibilità” di cui all’art. 7 Reg. 2018/842, pari per l’Italia a 11.5 MtCO2eg., per il periodo 2021-2030, v. all. III)[32].

Gli Stati programmano la loro attività mediante piani nazionali di contabilizzazione delle foreste che sono presentati alla Commissione Europea.

Il settore LULUCF ha una valenza particolare, poichè esso risponde ad un obiettivo specifico, ovvero quello della tutela della biodiversità. L’idea di base è che il raggiungimento dell’obiettivo della neutralità climatica non si ottiene solo con la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, ma anche con le azioni di assorbimento e con un loro continuo aumento. La salute degli ecosistemi costituisce un pilastro fondamentale per gli assorbimenti e si raggiunge con interventi di contrasto delle cause di impoverimento della biodiversità (ad esempio, i cambiamenti dell’uso del suolo e del mare e lo sfruttamento eccessivo delle risorse) e con azioni per invertire il processo di perdita della biodiversità.

Chiudenso sul punto dei sistemi di cattura della CO2, va segnalato che la Commissione Europea nel 2022 ha presentato una Proposta di Regolamento per istituire un quadro volontario di certificazione dell’Unione per gli assorbimenti di carbonio (COM/2022/672 final)[33]. La relazione accompagnatoria sottolinea che il rischio – denunciato dall’IPCC – di non riuscire a limitare il riscaldamento globale a 1.5° se non a fronte di una rapida e drastica diminuzione delle emissioni climalteranti, rende necessario, nell’ottica di un azzeramento delle emissioni, implementare le strategie di assorbimento del carbonio, mediante la diffusione su vasta scala di attività sostenibili per catturare CO2 dall’atmosfera e stoccarlo in modo duraturo nei serbatoi geologici, negli ecosistemi terrestri e marini o nei prodotti. La Commissione europea intende costrurire un modello efficace di certificazione per incentivare la diffusione degli assorbimenti di carbonio e per aumentare la circolarità del carbonio nel pieno rispetto degli obiettivi di biodiversità e inquinamento zero. Infatti, le azioni attuali non sono ritenute dalla Commissione sufficienti per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica nel 2050[34].

 

VII – Uno sguardo all’Italia: il nuovo Registro Nazionale dei Crediti di Carbonio

In tema di assorbimenti di carbonio, in Italia sono state recentemente introdotte nuove norme con il d.l. n. 13 del 24 febbraio 2023, convertito in legge n. 41 del 21 aprile 2023, (cd. PNRR3). L’articolo 45 del d.l. 13/2023 prevede l’istituzione presso il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) di un Registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agroforestale, da utilizzare nell’ambito di un mercato volontario nazionale[35].

Questi crediti non possono essere utilizzati nel mercato ETS e nel mercato CORSIA (art. 45 cit. comma 2 quinquies)[36].

I crediti così generati contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi nazionali di riduzione dei gas ad effetto serra contabilizzati da ISPRA per il raggiungimento degli obblighi internazionali. Essi, tuttavia rilevano esclusivamente per le pratiche aggiuntive di gestione sostenibile, realizzate dai soggetti proprietari o gestori di superfici agroforestali, che realizzano attività di imboschimento, rimboschimento e gestione sostenibile agricola e forestale. I progetti posti in essere debbono determinare uno stoccaggio di CO2 ulteriore rispetto a quello che si conseguirebbe con l’applicazione della normativa unionale e nazionale di settore.

La norma permetterà di implementare gli assorbimenti di carbonio nel settore agroforestale su base volontaria, superando il problema della cd. doppia contabilizzazione del carbonio: finora il nostro Stato procedeva al conteggio esclusivo  degli assorbimenti di carbonio forestale in aree pubbliche e private, al fine di conseguire gli obiettivi climatici internazionali derivanti dalla normativa Comunitaria e dal Protocollo di Kyoto e posti a carico degli Stati. Questo dato di fatto impediva, sostanzialmente, la vendita sul mercato volontario di crediti di carbonio forestali. La norma introdotta dall’art. 45 del d.l. n. 13/2024 favorisce questo mercato e potrà sia avere una utilità economica, sia una valenza culturale, per sensibilizzare gli operatori in materia ambientale. Infatti, gli agricoltori mediante l’adozione di pratiche agricole virtuose, che favoriscano il sequestro del carbonio e riducano le emissioni, potranno non solo permettere alla propria azienda di raggiungere la neutralità climatica, ma essere “a credito”, potendo vendere sul mercato volontario i crediti di carbonio ad esempio ad aziende che volendo “fare la differenza”, intraprendono dei processi per migliorare il loro impatto ambientale. Anche i proprietari di boschi, che si erano disinteressati della loro gestione poiché economicamente oneoroso, potrebbero ora tornare a curarli. Il mercato si sta aprendo e sono già arrivati i primi operatori.

Da alcuni studi che sono stati condotti, risulta che in Italia, in assenza di un mercato regolamentato, nel 2022 somo state assorbite almeno 200mila tonnellate di CO2 tramite progetti forestali, e si stima che esse aumentino (anche raddoppiando), a seguito dell’introduzione del sistema del Registro nazionale. Il settore agricolo (allevamento escluso) è invece in equilibrio fra ciò che emette e ciò che assorbe, e potrebbe portare ad un guadagno positivo di cattura di C02[37].

Al fine di rendere applicabile questa disciplina, è prevista l’adozione di due decreti attuativi; il primo, finalizzato ad adottare le linee guida per definire le modalità di certificazione dei crediti e di gestione del Registro nazionale; il secondo decreto per definire le modalità di iscrizione, aggiornamento e controllo dei crediti registrati[38]. E’ quindi auspicabile che  i decreti attuativi vengano emanati in tempi rapidi.

VIII – Conclusioni

La decarbonizzazione contempla due tipi di azioni di grande importanza: da un lato, vi sono quelle rivolte alla riduzione delle emissiomi di gas ad effetto serra mediante azioni di compensazione, che rendano economicamente onerose le emissioni; dall’altro lato, vi sono le azioni per l’assorbimento del carbonio.

Rispetto al primo versante, si ricorre a forme di tariffazione del carbonio; gli strumenti a disposizione sono un sistema di cape and trade delle emissioni (ad esempio l’ETS) oppure l’applicazione di una tassa sul carbonio, i cui proventi dovrebbero essere reintodotti nell’economia a sostegno dell’adattamento ai cambiamenti climatici, per la lotta alla povertà o per aiutare le categorie più disagiate a sostenere i costi iniziali della transizione energetica.

La tariffazione del carbonio viene considerata un mezzo efficace (se non l’unico a disposizione) per rendere convenienti gli investimenti nelle energie rinnovabili ai fini della transizione[39]. Questo strumento è una declinazione del principio “chi inquina paga”.

Sul secondo versante, le azioni per l’assorbimento del carbonio – in particolare mediante l’afforestazione e la riforestazione – si collocano nel perimetro della tutela della biodiversità e degli ecosistemi. Queste azioni, se portate ai limiti estremi, pongono il tema della primazia della ecologia, per cui non potrebbe neppure correttamente parlarsi di transizione ecologica sostenibile, perché così facendo essa orbiterebbe comunque intorno alle esigenze economico – sociali e di mercato. Invece, alla biodiversità non può essere attribuito solo un valore strumentale, avendo al contrario un valore intrinseco, anche morale[40].

Un recente contributo[41] sulle strategie per ridurre le emissioni di carbonio mediante strumenti di tariffazione, partendo dal concetto (tanto semplice per quanto suggestivo) per cui l’aria appartiene a tutti, immagina un sistema in cui gli introiti derivanti dalla tassazione del carbonio, vengano redistribuiti in misura uguale a tutti, come una sorta di reddito universale; quanto più la tassazione sarebbe efficace nello scoraggiare l’utilizzo del carbonio, tanto più diminuirebbe il gettito. Questo sistema si porrebbe in termini addizionali, e non alternativi,  rispetto alle azioni per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

E’ interessante osservare come, in un’altra prospettiva, l’applicazione del concetto di “bene comune” alla transizione ecologica possa portare ad importanti implicazioni per l’Europa, intesa sia come società sia come istituzione: si dice, infatti, che la transizione ecologica potrebbe essere il progetto collettivo della società europea di questo secolo; la gestione delle risorse comuni si basa sui principi di reciprocità, gestione democratica e partecipazione attiva; si ritiene, allora, che la transizione ecologica potrebbe rappresentare “un’utopia che, esigendo la collaborazione di tutti, a tutti i livelli della società, è davvero in grado di ridare un significato alla comunità in quanto tale. … La transizione esige la realizzazione di una vera e propria Europa federale”[42].

Concludiamo rammentando che, per quanto riguarda il nostro Paese, l’obiettivo della decarbonizzazione, a seguito della novella del 2022[43], è ora un valore costituzionale, da garantire sia in via legislativa, sia con gli interventi da realizzare, sia con l’impegno a cui  tutti  siamo  chiamati.  La  Costituzione,  è  bene  ricordarlo,  riconosce,  fra  i  suoi  principi  fondamentali,  all’articolo  9,  la  tutela “dell’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, mentre all’articolo 41, nel confermare la libertà dell’iniziativa economica privata, specifica ora che essa non può svolgersi con modalità tali da arrecare danno (anche) all’ambiente ed attribuisce al legislatore il compito di regolare (determinare i programmi e i controlli opportuni) perché l’attività economica, pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata, a fini sociali e ambientali. La nostra Repubblica è dunque chiamata a tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, richiamando, in una visione di largo respiro, ad  un impegno di responsabilità della nostra società attuale verso le future generazioni[44].

 

[1] Il Rapporto IPCC è consultabile qui: https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/ [2]Cfr. Sintesi per i policy marker, qui: https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/summary-for-policymakers

[3] Per una panoramica sul tema cfr. Brufano M., Capasso F., Di Giampaolo J., Pellegrini N., Il sistema per lo scambio di quote di emissione dell’UE (ETS UE), Banca d’Italia Eurosistema, Mercati, infrastrutture, sistemi di pagamento, n. 39 luglio 2023, consultabile qui: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/mercati-infrastrutture-e-sistemi-di-pagamento/approfondimenti/2023- 039/N.39-MISP.pdf

[4] Fonte: ICAP – International Carbon Action Partnership – la Mappa può consultarsi qui www.https://icapcarbonaction.com/en/ets

[5] Il protocollo di Kyoto è consultabile qui: https://www.mase.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/vari/Documentazione_- _Il_Protocollo_di_Kyoto_della_Convenzione_sui_Cambiamenti_Climatici.pdf. L’art. 17 stabilisce: “1. La Conferenza delle Parti definirà i principi, le modalità, le norme e le linee guida pertinenti, in particolare per la verifica, la preparazione dei rapporti e la contabilità relativa al commercio dei diritti di emissione. 2. Le Parti incluse nell’Allegato B potranno partecipare al commercio di diritti di emissione al fine di adempiere agli impegni assunti a norma dell’articolo 3. Ogni scambio di questo tipo sarà integrativo delle misure adottate a livello nazionale per adempiere agli impegni quantificati di limitazione e riduzione delle emissioni previsti dal presente articolo”.

[6] L’Accordo di Parigi  del  2015  può  leggersi  qui:  https://www.mase.gov.it/pagina/laccordo-di-parigi-sui-cambiamenti- climatici#:~:text=Anche%20lo%20storico%20Accordo%20di,di%20gas%20ad%20effetto%20serra%22.

[7] Consultabile in https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario? atto.dataPubblicazioneGazzetta=2016-11- 10&atto.codiceRedazionale=16G00214&isAnonimo=false&tipoSerie=serie_generale&tipoVigenza=originario&normativi=false&currentPage=

[8] Fonte: Commissione Europea – Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS UE) https://climate.ec.europa.eu/eu-action/eu-emissions-trading-system-eu-ets_it

[9] Per informazioni dettagliate, cfr. Commissione Europea – Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS UE) https://climate.ec.europa.eu/eu-action/eu-emissions-trading-system-eu-ets_it e Ministero dell’Ambiente https://www.ets.minambiente.it/ ed anche https://www.mase.gov.it/pagina/emission-trading

[10] Commissione Europea – Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS UE), https://climate.ec.europa.eu/eu-action/eu-emissions-trading-system-eu-ets/our-ambition-2030_en?prefLang=it

[11] Cfr. art. 68 Regolamento della Comunita’ Europea 19 dicembre 2018, n. 2018/2066/UE.

[12] Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio che istituisce un Fondo sociale per il clima e che modifica il regolamento (UE) 2021/1060.

[13] Per le osservazioni sul CBAM e per le citazioni di questo paragrafo, cfr. Bevilacqua D. – Chiti E., Green deal. Come costruire una nuova Europa, Il Mulino – Introduzioni, Diritto, Bologna 2024, pagg. 46-47.

[14] Vedi Monosi e Camosi N., CBAM: un dazio ambientale alla prova della competititivà delle imprese, in Il Sole 24 Ore del 13 giugno 2023.

[15] Il GATT è consultabile nel sito istituzionale dell’OMC, https://www.wto.org/english/docs_e/legal_e/gatt47_01_e.htm

[16] Consultabile qui:  https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:12002E/TXT;  vedi  anche https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/161/l-unione-europea-e-l-organizzazione-mondiale-del-commercio

[17] Parlamento Europeo RELAZIONE sul tema “Verso un meccanismo UE di adeguamento del carbonio alla frontiera compatibile con l’OMC” del 15 febbraio 2021, Relazione – A9-0019/2021 consultabile qui: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-9-2021-0019_IT.html#_section3

[18] Cfr. Atti Parlamentari – Camera dei Deputati XIX Legislatura allegato B ai resoconti seduta del 14 febbraio 2024, pagg. 7025 e segg. consultabili qui: https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0244/leg.19.sed0244.allegato_b.pdf

[19] Per informazioni v. Commissione Europea, Energia, cambiamenti climatici, ambiente – Climate action – Condizione degli sforzi 2021 – 2023; obiettivi e flessibilità https://climate.ec.europa.eu/eu-action/effort-sharing-member-states-emission-targets/effort- sharing-2021-2030-targets-and-flexibilities_it

[20] Sia consentito rinviare a N. Tradardi e X. Santiapichi, Il nuovo PNIEC: inquadramento generale e osservazioni della Commissione europea, in in Smart24 HSE de Il Sole 24 Ore S.p.A.,Dossier e Monografie – Approfondimenti, 23 gennaio 2024.

[21] Cfr. Proposta di aggiornamento del PNIEC pagg. 309 – 310, consultabile qui: https://www.mase.gov.it/comunicati/clima-energia-il- mase-ha-trasmesso-la-proposta-di-pniec-alla-commissione-ue e Camera  dei  Deputati  XIX  Legislatura  Cambiamenti  Climatici  – dossier aggiornato al 12 dicembre 2023 consultabile qui: https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_cambiamenti_climatici.html.

[22] Mosconi E.M. – Colanotni A. – Bini S., Economia circolare, EPC editore, Roma, 2033, pag. 34 e segg. Gli Autori riportano anche una tabella di impianti e società – attualmente circa 19 – che assorbono CO2 nel mondo.

[23] Per informazioni vedi qui: https://unmig.mase.gov.it/altre-attivita/cattura-e-stoccaggio-del-biossido-di-carbonio/

[24] Forti perplessità su questa metodologia sono espresse da Butera F.M., in Sole Vento Acqua, Italia a emissione zero nel 2050 edito da Manifestolibri, Roma 2023, pag. 28 e segg.

[25] Recante Attuazione della direttiva 2009/31/CE in materia di stoccaggio geologico del biossido di carbonio, nonché modifica delle direttive 85/337/CEE, 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE, 2006/12/CE. 2008/1/CE e del Regolamento (CE) n. 1013/2006.

[26] Grassi, Il contributo delle foreste alla sfida climatica, in Aa.Vv. Che cos’è la transizione ecologica, pag. 79 e segg., Altreconomia, Milano 2021.

[27] Per informazioni sul settore Lulucf: https://www.mase.gov.it/pagina/lulucf ed anche https://unfccc.int/topics/land- use/workstreams/land-use–land-use-change-and-forestry-lulucf

[28] I crediti relativi a una tonnellata di CO2equivalente generati da attività LULUCF sono definiti Removal Units (RMU – unità di rimozione).

[29] Consultabili qui: https://www.ipcc-nggip.iges.or.jp/public/gpglulucf/gpglulucf.html

[30] Con Regolamento 19 aprile 2023, n. 2023/839/UE.

[31] Per ulteriori informazioni sulla revisione del Regolamento LULUCF: https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/fit-for-55- lulucf-land-use-land-use-change-and-forestry/

[32] Cfr. Atti Parlamentari – XIX Legislatura – Camera dei Deputati Documento di Economia e Finanza 2023 Doc LVII n. 1 all IV pag. 223 e segg..

[33] La proposta del Regolamento può leggersi qui: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/? uri=CELEX:52022PC0672&print=true

[34] La proposta risulta  attulamente  all’esame  presso  gli  Stati  membri,    il  sito  dell’IPEX  https://secure.ipex.eu/IPEXL- WEB/search/all/results?stringSearch=COM%2F2022%2F672 . In Italia la proposta è stata esaminata dal Senato, Procedura: Esame di atti dell’Unione europea XIX Legislatura –  4ª Commissione permanente (Politiche dell’Unione europea), sedute n. 34 del 15 marzo 2023 e n. 47 del 27 aprile 2023. Per ulteriori informazioni cfr. Camera dei Deputati – Ufficio Rapporti con l’Unione Europea – XIX leg. Dossier n. 17 del 16 maggio 2023, https://documenti.camera.it/leg19/dossier/testi/ES017.htm?_1691541909064

[35] Cfr. Fiorillo. Vitaliano Perché gli istituti di credito sono la chiave per arrivare all’agricoltura rigenerativa, Il Sole 24 Ore del 17 gennaio 2024 – Commenti, p. 19; Con il registro italiano dei crediti di carbonio un nuovo strumento per tutelare le foreste Il Sole 24 Ore del5 giugno 2023, Primo Piano, p. 2.

[36] CORSIA è l’acronimo di Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation, si tratta di uno schema di regolazione delle emissioni di CO2 derivanti dall’Aviazione Civile, www.mase.gov.it percorso: Home/Temi/Clima/Emission Trading/CORSIA – Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation

[37] Fonte: Il Sole 24 Ore, 16 ottobre 2023 PRIMO PIANO, p. 13 di Alexis Paparo. Decarbonizzazione, l’Italia deve correre otto volte più veloce.

[38] L’adozione dei decreti attuativi era prevista per la seconda metà dei 2023, ma ad oggi non risultano ancora emanati.

[39] Giraud Gael, La rivoluzione dolce della transizione ecologica, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2022, pag. 152. L’Autore sottolinea la necessità, per ridurre (ed il più rapidamente possibile) l’utilizzo dei combustibili fossili, di eliminarne le sovvenzioni pubbliche e sottolinea le ricadute anche sul mercato finanziario di questa scelta, pag. 135 e segg. e pag. 156.

[40] Cacciari Paolo, La transizione ecologica integrale in Aa.Vv. Che cos’è la transizione ecologica, pag. 121 e segg., pag. 127, Altreconomia, Milano 2021.

[41] Boyce James K. I Dividendi del carbonio, una carbon tax per il clima contro le disuguaglianze Zanichelli, Bologna 2023.

[42] Giraud Gael, La rivoluzione dolce della transizione ecologica, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2022, pag. 173 e segg.; pag. 178.

[43] Legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente.

[44] Sui rapporti fra Costituzione e tema ecologico vedi Pievani T.; Nemici della scienza nemici della democrazia, in La Costituzione e i suoi nemici, Micrormega 1/2024, pag. 67 e sehh.

di Nicoletta Tradardi, Xavier Santiapichi | Sole24ore Professionale