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La battaglia europea sugli FGAS e altri retroscena. Intervista a Stefano Casandrini

Il Regolamento Europeo F-GAS continua ad essere oggetto di un vivissimo dibattito. Per il settore delle macchine HVAC (Heating, Ventilation & Air Conditioning), così come per quello della refrigerazione, i cambiamenti da affrontare non sono affatto pochi. Per avere un quadro chiaro dello stato del dibattito ci siamo rivolti a Stefano Casandrini, consulente del progetto CENTAURI.

A un anno dalla sua entrata in vigore, l’11 marzo 2024, il Regolamento Europeo F-GAS (2024/573) continua ad essere oggetto di un vivissimo dibattito. Per il settore delle macchine HVAC (Heating, Ventilation & Air Conditioning), così come per quello della refrigerazione, i cambiamenti da affrontare non sono affatto pochi, e spaziano dal phase out dei gas fluorurati fino alla responsabilità dei produttori in merito al recupero e rigenerazione dei gas intercettati nelle macchine guaste o a fine vita.

 

IL RIGETTO EUROPEO DELLA RICHIESTA DI REVISIONE

 

Sull’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 il consenso è generalizzato, ma sul modo di raggiungerlo le opinioni sono diverse. Il 2025 è iniziato con una dura presa di posizione della Commissione Europea, che ha rigettato la richiesta della Parlamentare Europea italiana Isabella Tovaglieri di procedere con una revisione del Regolamento F-Gas.

Al centro delle preoccupazioni dell’On. Tovaglieri il crollo delle vendite di pompe di calore nel semestre in cui è entrato in vigore il Regolamento (-47% rispetto all’anno precedente), così come l’incertezza di industria ed investitori. Un’incertezza che potrebbe avere gravi ricadute occupazionali. Secondo la Parlamentare Europea le future proibizioni dovrebbero essere riconsiderate e rimodulate in base a una valutazione più attenta delle tecnologie esistenti, senza aspettare la rivalutazione messa in programma per il 2030.

 

Per avere un quadro chiaro dello stato del dibattito ci siamo rivolti a Stefano Casandrini, già Vicepresidente di Assotermica e già Consigliere del Consorzio di produttori di RIDOMUS, che ha seguito il dibattito nazionale ed europeo sulla regolamentazione degli F-Gas. Attualmente l’Ing. Casandrini è consulente del progetto CENTAURI (abbreviazione di Centri di Assistenza Autorizzati Ridomus), messo in campo dal Consorzio RIDOMUS con l’obiettivo di creare un sistema di recupero sistematico dei gas delle macchine da sostituire o da manutenere.

 

LE RAGIONI DEL RIFIUTO

 

Ing. Casandrini, perché la Commissione Europea non ha voluto rivedere il Regolamento F-Gas?

“La Commissione Europea attraversa una fase politicamente molto delicata, ed è fortemente restia a mettere in discussione le regolamentazioni lanciate di recente sotto l’ombrello del cosiddetto Green Deal. L’unica roboante eccezione riguarda i Regolamenti dell’automotive, che sono parzialmente rimessi in discussione principalmente a causa delle pressioni dell’industria tedesca. Vale la pena evidenziare che sono proprio le multinazionali tedesche, in ambito comunitario, a promuovere con maggiore determinazione il gas propano, anche detto R290, come refrigerante alternativo agli F-Gas. Il principale argomento utilizzato dalla Commissione per rigettare la proposta dell’On. Tovaglieri è che dietro al calo drammatico delle vendite di pompe di calore nel 2024 non ci sia il nuovo Regolamento, ma altre due cause: da un lato la fine degli incentivi “pesanti” in molti mercati chiave, in primis l’Italia e la Polonia, e dall’altro il forte incremento del costo dell’elettricità, che è la fonte energetica che alimenta le pompe di calore; fermi restando, ovviamente, i costi di investimento molto maggiori per la scelta di una pompa di calore al posto di una caldaia. D’altro canto, le quote di vendita delle pompe di calore a propano, che entro pochi anni potrebbero rimanere le uniche pompe di calore ammesse, non risultano abbastanza alte da aver generato un “effetto rifiuto” delle pompe di calore che funzionano con altri tipi di gas. A supportare questa interpretazione dei fatti fornita dalla Commissione Europea sono fonti autorevoli, e tra di esse c’è la stessa EHPA (European Heat Pump Association).

Ma al di là questo «botta e risposta», per intendere realmente cosa sta accadendo è indispensabile conoscere il contesto. La posizione «difensiva» della Commissione Europea è politicamente comprensibile. Allo stesso tempo, è impossibile ignorare che, in molti casi, le preoccupazioni delle aziende in merito al percorso sono più che fondate. Le aziende temono che da qui al 2030 il percorso sia assai accidentato, a causa dell’imposizione semi-simultanea di  un numero esagerato di nuove regolamentazioni Europee. Il combinato di questi input normativi obbliga le industrie del settore HVAC operanti in Europa ad intraprendere una difficile «battaglia multilivello»”.

 

UNA SELVA DI CRITICITÀ

Oltre che sul complesso tavolo del Regolamento F-Gas (2024/573), spiega Casandrini, le industrie del settore HVAC operanti in Europa devono giocare la loro partita su altri due tavoli molto sfidanti: quello del Regolamento CBAM (2023/956), che dal 2026  impone ai produttori nella UE di pagare un prezzo proporzionale alle emissioni di CO2 incorporate nei materiali e nei semilavorati utilizzati per la produzione delle loro merci, e quello del Regolamento 2024/2462, che pone nuove restrizioni sulle sostanze PFAS in ambito REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and restriction of Chemicals).

Ing. Casandrini, quali sono gli aspetti critici dell’applicazione simultanea dei regolamenti F-Gas, CBAM e PFAS?

“Di sicuro tra i punti di maggiore preoccupazione c’è quello delle norme sull’import-export, che rischiano di penalizzare gravemente l’industria europea a vantaggio delle aziende che operano sui mercati esteri, tant’è che alcune aziende italiane hanno cominciato a ragionare seriamente sulla delocalizzazione.  Nel Regolamento F-Gas è incluso un contestatissimo “export ban” delle tecnologie basate su F-Gas verso i paesi extraeuropei: un provvedimento che crea una forte asimmetria di mercato tra i costruttori di HVAC che originano le loro operazioni all’interno ella UE, che fino a oggi avevano la possibilità di esportare verso il resto del mondo, e i costruttori di HVAC che dispongono di fabbriche anche al di fuori dell’Unione. È ovvio che chi esporta grandi volumi di tecnologie F-Gas nei mercati extraeuropei non rinuncerà al proprio business: semplicemente sposterà gli impianti e la forza di lavoro in altri paesi.

Anche il Regolamento CBAM potrebbe spingere i produttori alla delocalizzazione produttiva fuori dall’Unione Europea, perché nel (voler) tutelare le proprie produzioni di acciaio intra-confine, la UE ha completamente trascurato l’ambito dei prodotti finiti. A essere tassata, di fatto, è l’importazione dai paesi extra-UE dell’acciaio e dei semilavorati che che vengono utilizzati per fabbricare pompe di calore e sistemi HVAC all’interno dei confini comunitari. Ma assurdamente, non viene tassata l’importazione dai paesi extraeuropei di questi stessi prodotti finiti! La Commissione Europea genera in questo modo una sorta di “dumping automatico e legalizzato”, che da un lato incrementa i costi di produzione dei fabbricanti europei, e dall’altro li espone alla concorrenza con i prodotti low cost di origine extraeuropea. Lo stesso problema accomuna altri settori industriali, come l’elettrodomestico e l’automotive, che infatti si sono mossi compatti per chiedere una revisione del Regolamento. E quindi sarebbero già due i masterpieces legislativi della Commissione Europea da rivedere prima ancora che siano entrati completamente in vigore…

La terza normativa che andrebbe ripensata in modo critico è quella che regolamenta i PFAS, le cosiddette sostanze Forever Chemicals; in questo ambito le nuove sostanze che le ONG centro e nordeuropee vorrebbero includere nella black list sono più di diecimila. Un’ulteriore rivoluzione che si intreccia, con un abbraccio potenzialmente mortale, alla rivoluzione nel campo dei gas refrigeranti. ASERCOM, che è l’Associazione Europea della Refrigerazione, si batte da tempo per ottenere deroghe dalla Commissione UE, con l’obiettivo di salvare molte applicazioni e componenti-chiave del circuito principale delle apparecchiature frigorifere. Sul fronte delle macchine home comfort, invece, le associazioni di produttori europee, e in primo luogo la EHPA – European Heat Pumps Association e la EHI – European Heating Industry, discutono da tempo, a livello interno sul tema delle sostanze PFAS che possono trovarsi «incorporate» nella componentistica, soprattutto nell’elettronica e nei cablaggi ma anche in vari sistemi di tenuta elastomerici.

 

Pochi anni fa, durante un’Assemblea di EHPA (European Heat Pump Association, ndr), ho ascoltato gli esponenti di alcune importantissime ditte di componentistica quantificare in circa sette anni il tempo necessario per mettere a punto materiali sostitutivi affidabili per alcune delle applicazioni del settore HVAC e refrigerazione “minacciate” dalle evoluzioni regolatorie sulle sostanze PFAS.

In simultanea con questa innovazione sui materiali, le industrie intenzionate ad adeguarsi al Regolamento F-Gas senza appiattirsi sullo “scenario unico” del Propano, si troverebbero a dover sviluppare, testare e introdurre nuovi eventuali refrigeranti a bassissimo GWP (potenziale di riscaldamento globale, ndr). Ma chi fa innovazione in campo industriale sa benissimo che senza avere punti fissi di paragone gli esperimenti sono impossibili. Sperimentare nuove componenti mentre si sperimentano i nuovi gas con i quali dovrebbero funzionare, equivale a testare nuove tipologie di lubrificante su un motore di Formula Uno mentre i meccanici cambiano le fasce elastiche dei pistoni…”

 

INTERESSI DIVERSI, PROPOSTE DIVERSE

Nei suoi sforzi per ridurre l’impatto ambientale del settore HVAC la Commissione Europea dovrebbe adottare un approccio di neutralità tecnologica, ma ciò non è affatto semplice di fronte a istanze settoriali che sono diverse e a volte contraddittorie.  Nell’ambito delle norme F-gas, secondo Casandrini, le aziende che giocano la partita dal punto di vista della “soluzione tecnologica preferita” si possono oggi dividere in 4 scuole di pensiero, che si distinguono soprattutto in relazione al loro atteggiamento verso il Propano. Sarà infatti proprio il Propano, se le regole non cambiano, a beneficiarsi maggiormente dell’abolizione dei Idrofluorocarburi.

 

Ing. Casandrini, nella partita F-Gas quali sono i principali gruppi d’interesse industriali?

Facendo un po’ di semplificazione, è possibile identificare quattro gruppi. Il primo è quello degli Alfieri e Strateghi del Propano “della prima ora”, ossia le aziende che per vocazione ecologica o per scelta strategica già ben radicata nel passato, hanno sempre spinto in favore di un’adozione massiva del PROPANO come unico gas refrigerante. Tra queste ci sono praticamente tutte le grandi aziende tedesche e molte aziende italiane piccole e medie; queste ultime operavano inizialmente soprattutto nel segmento di mercato delle macchine di taglia media per applicazioni commerciali. Il secondo gruppo è quello delle Aziende che usano il Propano come una leva commerciale tattica. Esiste un numero importante di grandi aziende, generalmente asiatiche, che si sono «inserite in scia» cavalcando anch’esse la «rivoluzione del propano», ma lo hanno fatto prevalentemente in chiave tattica, con il fine di scardinare lo spazio di quella che sino a ieri era una nicchia tecnologica, anticipando e amplificando la tendenza di mercato, in modo da strapparlo alle aziende più piccole, ossia quelle hanno marchi meno noti e sono meno preparate ed organizzate a livello commerciale e di marketing.

Le aziende che appartengono a questo gruppo possono contare sulla potenza di fuoco dei propri reparti Ricerca & Sviluppo, composti da migliaia di ingegneri, così come sulla notorietà dei loro marchi, sulla forza e capillarità delle loro reti di distribuzione e sugli ingenti investimenti di marketing. Le pompe di calore a propano, che per ora sono richieste quasi esclusivamente in Europa, hanno extra costi dedicati, come ad esempio i compressori, ma queste grandi aziende riescono a riassorbirli grazie alla scala ed efficienza delle loro catene di valore, sia a livello industriale che di distribuzione; aggrediscono quindi questo nuovo mercato con estrema efficacia perché i loro prezzi sono più competitivi.

C’è poi il terzo gruppo, costituito da quelli che io definisco i Perplessi sul Propano (migrati al propano quasi obtorto collo) ma comunque seguaci della “Terza Via”.

Ne fanno parte alcune aziende, anche molto blasonate, che ancor oggi ritengono che il refrigerante “propano”, soprattutto a livello di efficienza, non rappresenti la soluzione ottimale. Effettivamente le macchine a propano, durante il loro ciclo di vita, hanno una minore efficienza operativa, e ciò ha delle specifiche implicazioni sulle emissioni globali di CO2: un fattore che, seppur noto, la Commissione Europea ha scelto di trascurare. Inoltre, le pompe di calore a propano richiedono un’analisi di rischio più evoluta e specialistica. Sono di fatti più grandi e pesanti e hanno un alto livello di infiammabilità: caratteristiche che impattano inevitabilmente sulle fasi della progettazione costruttiva, del trasporto e della movimentazione e dell’installazione, rendendole generalmente più costose delle pompe di calore che funzionano con i refrigeranti F-Gas. La fase di installazione, in particolare, a causa del livello di infiammabilità, richiede maggiori precauzioni e presenta alcuni vincoli extra.

Tutto questo rischia di portare, nel medio-lungo periodo, a un “effetto rigetto” non tanto del cliente finale, che solitamente non ha una grande capacità di discernimento tecnico, ma da parte degli stessi prescrittori-installatori che sono poi, a tutti gli effetti, i veri decision makers del mercato. Alla luce di queste considerazioni e previsioni, le aziende di questo terzo gruppo, stanno lanciando nuovi refrigeranti con basso GWP (potenziale di riscaldamento globale, ndr), che nelle applicazioni di piccola taglia hanno i requisiti di legge per sopravvivere ancora per qualche anno; questo periodo sarà sfruttato per affinare la Ricerca e Sviluppo con il fine di lanciare nuovi refrigeranti alternativi al Propano, che siano meno infiammabili. Chi segue questa strada normalmente somma sforzi di ricerca sia nel campo delle componenti che in quello dei refrigeranti, e riesce a farlo efficacemente in virtù di filiere che sono fortemente integrate a livello verticale. Nonostante queste aziende stiamo comunque lanciando alcune gamme di prodotti a propano per l’Europa, in realtà stanno concentrando la ricerca e sviluppo in altre direzioni inesplorate, e il risultato tangibile è che alcune soluzioni alternative sono già apparse sul mercato, a partire da nuovi refrigeranti in blend con GWP < 150, con tecnologia e difficoltà installative e di manutenzione del tutto confrontabili con le attuali applicazioni a R410a e a R32.

Ci sono infine i Seguaci della “Quarta Via”. Questo quarto gruppo è composto da aziende che sono ancora più radicalmente “ecologiste” dei sostenitori del Propano. Il Propano, di fatti, oltre a presentare criticità sul piano della sicurezza, ha comunque un impatto ambientale intrinseco, che seppur minimo è difficile da ridurre. Per queste aziende la “soluzione finale” è rappresentata dalle macchine con circuito refrigerante che utilizzano l’anidride carbonica (CO2) come fluido di scambio da utilizzare nei circuiti sigillati. Una soluzione che però presenta difficoltà tecnologiche ed applicative che sono certamente superiori alle macchine attualmente in commercio su larga scala. In effetti questa tecnologia sino a pochi anni fa era relegata ad applicazioni molto specifiche, e non compariva affatto nel mercato della climatizzazione residenziale; solo recentemente il suo uso si è esteso in una nicchia di macchine di taglia domestica, ma permangono comunque controindicazioni sul piano dei costi e della complessità visto il funzionamento a pressioni molto alte nel circuito refrigerante”.

 

LE SFIDE TECNICHE DI PROPANO E RETI ELETTRICHE

 

Cosa accadrebbe in un ipotetico scenario in cui tutte le aziende, come sembra volere la Commissione, si rassegnino a riconvertirsi al Propano?

 

Anche supponendo di riuscire ad andare tutti “più o meno convinti” verso il Propano, le aziende, così come gli installatori, si troveranno ad affrontare nuove sfide tecniche: non legate alla tecnologia in sé ma piuttosto al modo di gestirla. Tutti cercherebbero di rendere le macchine a Propano commercialmente appealing e prive di controindicazioni, ma ciò non è così semplice. Le pompe di calore a Propano, come ho detto prima, hanno componenti fabbricate solo per l’Europa, costano di più, sono più grandi e pesano di più. Va quindi da sé che la loro affermazione sul mercato non sia affatto semplice, soprattutto in questo momento di “interregno” dove devono competere con le precedenti generazioni di macchine, che a parità di condizioni di utilizzo sono più compatte, leggere ed economiche. Per aumentare il livello di competitività contenendo i costi molti costruttori stanno ricorrendo a nuove soluzioni industriali, come ad esempio gli scambiatori in alluminio, i quali però hanno la controindicazione di essere più difficili da riparare in caso di perdita, e che hanno giunzioni più sofisticate all’interfaccia con i tubi in rame del circuito. Le macchine diventano insomma più complesse e costose da riparare. Come se non bastasse il Propano, come ho già accennato, implica anche una maggiore complessità di installazione, perché essendo altamente infiammabile deve garantire distanze di sicurezza da porte, portefinestre, pozzetti, bocche di lupo, eccetera, in analogia con i vincoli previsti per l’installazione di apparecchi a gas alimentati a GPL. Il refrigerante Propano non ha bisogno di Patentino F-Gas, perché il suo potenziale di riscaldamento globale è pressoché nullo, e c’è chi ritiene che questo fattore accattiverà tutti gli installatori che oggi sono abituati ad installare macchine che non hanno bisogno di Patentino, come ad esempio quelle monoblocco.  Ma complessivamente gli installatori non saranno agevolati, perché in un dato momento si dovrà pensare alla certificazione delle abilità per la manutenzione, che, pur non comportando problemi significativi per l’ambiente potrebbe comportare problemi di sicurezza. La sicurezza per il Propano è un tema cruciale, non solo perché ormai alcune aziende asiatiche lo propongono anche nella versione delle macchine “splittate”, ma anche perché nelle stesse macchine monoblocco potrebbe porsi la necessità di sostituire il compressore in situ in caso di guasto critico del componente. La vecchia ma ancor presente convinzione degli installatori secondo cui i compressori delle pompe di calore monoblocco “non si rompono”, perché per definizione non si possono commettere sbagli nella posa delle tubazioni del gas, impedendo il ritorno dell’olio al compressore che potrebbe gripparsi, è destinata a scontrarsi con la nuova realtà di altre e nuove disposizioni previste dalla Commissione Europea, o direttamente derivate dalle nuove politiche energetiche da essa imposteci.

 

Cosa c’entrano le politiche energetiche comunitarie con la durabilità e sicurezza delle componenti?

 

Uno dei problemi collaterali ancora poco conosciuti di queste politiche sarà il passaggio da una rete elettrica “sempre stabile” a una rete che potrebbe andare in crisi. Le crisi, paradossalmente, potranno avvenire proprio per impulso del Green Deal, in seguito alla penetrazione di energie rinnovabili che sono poco predicibili in quanto a volume di generazione elettrica, in un contesto di elettrificazione massiva dove andranno gestiti i picchi di domanda simultanea delle utenze domestiche.

Gli utenti finali infatti dovranno trasformarsi, più o meno consciamente, in utenti prosumer” in base ai concetti di “Demand Side Management – DSM” e di maggiore “flessibilità” della rete. Che poi, tradotto in soldoni, vuol dire che gli utenti dovranno acconsentire al fatto di poter vedere la propria utenza elettrica interrotta o depotenziata di punto in bianco su input del gestore della rete.

Per questo la UE sta negoziando con i gestori energetici un protocollo di trasmissione di segnali bidirezionali tra “contatori elettrici intelligenti” e apparecchi elettrici domestici di una certa potenza, come appunto le pompe di calore, per far sì che queste ultime, in virtù di un segnale procedente da remoto e in modo del tutto invisibile all’utente, vadano a spegnersi di colpo, letteralmente nello spazio di millisecondi, onde evitare blackout e shock più estesi sulla rete elettrica nei momenti di picco di domanda o di flesso della produzione da rinnovabili. Anche qui l’industria Europea sta negoziando ferocemente, ma la battaglia con i gestori delle reti elettriche somiglia a un concerto davanti a una platea di sordi. I fornitori di compressori hanno già allertato le case fabbricanti: se questi blackout “parziali/silenziosi” dovessero ripetersi frequentemente, con troppi cicli “accendi-spegni”, i compressori delle pompe di calore dureranno molto meno, e gli interventi di riparazione dei compressori sulle macchine monoblocco potrebbero diventare molto meno rari di quanto lo sono oggi.

 


L’INTERCETTAZIONE E IL RECUPERO DEGLI F-GAS A FINE VITA

Il Regolamento F-Gas avrà ovvi impatti sulle filiere del recupero dei rifiuti. In merito all’intercettazione e recupero dei gas di risulta degli apparecchi di vecchia e nuova generazione sono previsti specifici meccanismi di Responsabilità Estesa del Produttore.

Con il nuovo regolamento che scenari si aprono sul recupero degli F-Gas?

“Tutti i competitors oggi sul mercato hanno venduto, per molti anni, apparecchi funzionanti con gas refrigeranti sintetici, e saranno pertanto ritenuti responsabili del loro recupero quando le macchine arriveranno a fine vita. Il veicolo organizzativo-industriale più idoneo per creare e gestire le logistiche inverse e le filiere di recupero sono i consorzi di produttori, o sistemi collettivi, i quali con ogni probabilità troveranno la loro più efficiente collocazione in seno e a fianco degli attuali Consorzi RAEE. È infatti a questi enti che i produttori, già oggi, conferiscono i loro contributi per la gestione dei sistemi di raccolta e recupero riguardanti i medesimi apparecchi dai quali si dovrà estrarre il gas di risulta. La sfida del recupero dei gas refrigeranti si preannuncia però piuttosto complessa, per una serie di motivi. Il primo motivo è la dispersione dei quantitativi di gas su una miriade di apparecchiature di piccola taglia, come ad esempio i condizionatori split). Va poi preso atto della scarsa propensione degli operatori al confinamento e al recupero del gas refrigerante, con il proliferare di pratiche abusive. Infine, va tenuto conto delle inevitabili difficoltà tecniche e logistiche che si presentano al momento di dover adattare le procedure di raccolta alle necessità di recupero del gas. Ad esempio, ogni singolo veicolo della ditta di installazione/manutenzione dovrà essere dotato di idonee bombole di recupero per ognuno dei tipi di gas raccolto.

Lei è consulente di RIDOMUS, che è uno dei consorzi di produttori di riferimento per il recupero delle macchine home comfort, ossia degli apparecchi che, assieme ai frigoriferi, fanno il maggior uso di gas refrigeranti.  Per affrontare le nuove sfide di recupero dei gas avete messo in campo un progetto chiamato CENTAURI. Di cosa si tratta?

È un progetto pilota che coinvolge gli operatori dei Centri di Assistenza Tecnica, ossia i soggetti che realizzano gli interventi di manutenzione insieme agli installatori. Questi operatori hanno un ruolo fondamentale perché gestiscono la sostituzione delle macchine presso le abitazioni domestiche o presso le aziende utilizzatrici, facendosi carico del ritiro delle vecchie macchine e dei gas residuali che in esse sono contenuti.  Contestualmente a questo lavoro di intercettazione e raccolta del rifiuto, può succedere che il gas delle macchine da riparare o sostituire anziché essere recuperato venga direttamente rilasciato nell’atmosfera, producendo gravi danni ambientali, o venga mescolato con altri gas all’interno di una stessa bombola rendendone impossibile la rigenerazione.  CENTAURI ha l’obiettivo di creare un sistema di recupero sistematico dei gas delle macchine da sostituire o da manutenere, accumulando stock di gas rigenerato che potrà essere riutilizzato nelle macchine nuove oppure usato per fare i rabbocchi negli interventi di manutenzione delle macchine già in funzione. Nella fase pilota, iniziata nel 2023, ogni Produttore socio di RIDOMUS ha messo a disposizione del progetto almeno due Centri di Assistenza di fiducia, che sono stati visitati uno per uno per verificare il livello di adempimento della norma ambientale e programmare le azioni da compiere per adattarsi al nuovo regolamento F-GAS. Nella prima fase del progetto abbiamo proceduto rifornendoli delle bombole che sono necessarie a raccogliere in modo differenziato i gas R410a, R32 e R407c, e RIDOMUS si è fatto carico di tutte le spese che i Centri di Assistenza hanno sostenuto per adattarsi al nuovo sistema. Ora puntiamo a estendere il sistema a tutta Italia”.