Incendio Stena: il litio è veramente sostenibile?
Tutto, a quanto sembra, è partito dalla combustione di una piccola batteria al litio, e i Vigili del Fuoco hanno accertato l’assenza di dolo e negligenze. Pertanto, l’ultimo incendio che ha colpito l’impianto di Stena Recycling merita una profonda riflessione.
Tutto, a quanto sembra, è partito dalla combustione di una piccola batteria al litio, e i Vigili del Fuoco hanno accertato l’assenza di dolo e negligenze. Pertanto, l’ultimo incendio che ha colpito l’impianto di Stena Recycling merita una profonda riflessione.
Partiamo dai fatti. Le fiamme sono partite da uno stock di RAEE di origine domestica ubicato nel capannone principale dell’area industriale gestita dalla nota azienda multinazionale ad Angiari, nel basso veronese. Era il pomeriggio del primo maggio, giorno festivo, quindi le linee di produzione erano ferme e il materiale non era stato movimentato nelle ore precedenti. A partire da una batteria al litio presente in uno dei RAEE le fiamme si sono estese agli altri rifiuti elettrici e plastici presenti nell’impianto, dando vita a un grande rogo che per essere spento ha richiesto ventiquattro ore di lavoro continuo a squadre di Vigili del Fuoco provenienti dai comandi di Verona, Rovigo e Padova.
Un totale di 20 operatori specializzati a fronte di un ingente dispiegamento di mezzi: cinque autobotti, due autobotti chilolitriche, due autopompe e un’autoscala, oltre al cosiddetto “nucleo NBCR”, utilizzato quando gli incendi presentano rischi di tipo nucleare, biologico, chimico o radiologico. La colonna di fumo nero generata dall’incendio era visibile a decine di chilometri di distanza. Ma a saldo non è risultato nessun ferito e, a quanto riferisce ARPAV, non sono state disperse nell’aria diossine o altre sostanze altamente tossiche.
La principale vittima dell’incidente risulta quindi essere l’azienda stessa, la quale, come riferisce il CEO Giuseppe Piardi, ha dovuto sborsare circa 2 milioni di euro per riparare danni diretti e indiretti. A questi danni si aggiunge quello reputazionale.
“Di fatti”, ha rimarcato Piardi alla redazione di SAFE, “raramente la gente fa lo sforzo di approfondire quali sono le cause specifiche di un incendio, e nella formazione del giudizio prevalgono i luoghi comuni. Gli impianti vengono additati come se fossero i colpevoli, indipendentemente dall’esito degli accertamenti compiuti dalle autorità. Ma sarebbe davvero sciocco, da parte nostra, bruciare di proposito del materiale che abbiamo pagato al fine di utilizzarlo come materia prima”.
La reazione del territorio
A seguito dell’incendio, il Sindaco di Angiari Fabrizio Bissoli ha scritto alla Prefettura di Verona per chiedere l’istituzione di un tavolo di confronto con Stena Recycling, per verificare se le condizioni operative dell’impianto siano compatibili con la sicurezza del territorio. Negli ultimi dieci anni, di fatti, l’impianto di Stena Recycling è andato a fuoco quattro volte. L’episodio più grave, prima di quello del primo maggio, risale al 2021, quando l’azienda era intervenuta con mezzi propri per spegnere le fiamme. Anche in quel caso, l’incidente era stato attribuito all’autocombustione di una batteria agli ioni di litio. Alla richiesta avanzata da Angiari si sommeranno i Comuni limitrofi, e si prevede anche una convocazione dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’ambiente, la quale ha verificato la qualità dell’aria dopo l’incendio.
Un problema di ingestibilità
Il commento di Piardi è molto amaro. “Possiamo ridurre il rischio ma non arriveremo mai ad azzerarlo, perché siamo l’ultimo anello di una filiera che si disinteressa del fenomeno. La legge ancora permette di sigillare le batterie al litio all’interno degli apparecchi, condizione che ne rende impossibile la rimozione previa. Gli apparecchi così prodotti, una volta diventati rifiuti, finiscono mischiati alla rinfusa nei Centri di raccolta comunali, e a noi arriva un RAEE non appropriatamente differenziato dove basta una singola batteria danneggiata giorni prima a provocare disastrosi incendi. Il Regolamento UE sulle batterie prevede obblighi sulla rimovibilità in sicurezza da parte dei produttori a partire da Febbraio 2027, ma i possibili effetti sulla raccolta dei RAEE si vedranno fra dieci anni o più”.
“Chi ha inventato la batteria agli ioni di litio ha preso il Nobel, e l’Europa sta riconvertendo i settori chiave della propria economia in funzione di questa tecnologia. Non mettiamo in dubbio che si tratti di una strategia lungimirante ed illuminata, ma è evidente che esiste un grave punto di vulnerabilità e che oggi a pagarne interamente le conseguenze economiche e reputazionali sono gli impianti di trattamento dei rifiuti che si trovano a valle delle filiere. Ciò ovviamente non è accettabile”.
Ripensare la filiera
Secondo Leonardo Colapinto, esponente del consorzio di produttori ECOPED, vanno ripensati i presupposti stessi della filiera. “I punti sui quali avviare una seria riflessione sono almeno tre. Il primo riguarda, in generale, la riforma elettrificatrice. Qual è il suo vero costo? È realmente sostenibile? Evidentemente le risposte che il sistema si è dato fino ad oggi sono incomplete. I calcoli relativi al ciclo di vita delle batterie al lito vanno rifatti daccapo prendendo atto dei rischi per la sicurezza in fase di gestione del rifiuto, e a partire da questo occorrono interventi normativi e aggiustamenti industriali per far sì che l’onere della soluzione sia distribuito equamente su tutta la filiera. Il maggiore rischio deriva dalle importazioni low cost di piccoli apparecchi elettrici ed elettronici prodotti in Asia, così come dai sigilli posti sulle batterie dei cellulari e di altri piccoli apparecchi: è su questi fronti che il legislatore dovrebbe agire con più urgenza”.
“Il secondo punto, di cui tutti gli stakeholder, a partire dall’istituzione pubblica, dovrebbero prendere atto, è la fattibilità imprenditoriale della gestione dei RAEE. Dopo aver ricevuto notifica, l’anno scorso, dell’avvio di un procedimento di infrazione europeo l’Italia sta lottando per incrementare i suoi risultati di recupero dei RAEE. Ma se la filiera implode perché gli imprenditori non vogliono più rischiare, è ovvio che tutte le misure adottate per evitare l’infrazione cadranno nel vuoto. Il rischio molto concreto è che le compagnie assicurative smettano di concedere polizze sostenibili agli impianti che lavorano i RAEE”.
“Il terzo punto sono le comunità locali, che iniziano legittimamente a mettere in discussione la presenza degli impianti sui loro territori. Ma se nessuno vuole l’impianto sul suo territorio è evidente che il sistema collassa. A soffrire di questa situazione sono soprattutto gli imprenditori, che spesso, nel caso italiano, sono molto legati al loro tessuto territoriale. Alcuni di essi stanno pensando di chiudere, al di là di ogni considerazione imprenditoriale, perché non vogliono diventare oggetto del disprezzo della loro comunità”.
È quindi opportuna una marcia indietro sulla riforma? “Tra euforia e catastrofismo vanno trovare le giuste vie di mezzo”, commenta l’esponente di Ecoped. “Su certe riforme, negli ultimi anni, l’Europa è andata avanti come un treno senza darsi il tempo per una riflessione adeguata. Per salvare le riforme ambientali e perseguire gli obiettivi di autonomia strategica è indispensabile che le istituzioni si mettano all’ascolto, con un atteggiamento flessibile e dinamico. Il mondo dell’impresa farà sicuramente la sua parte”.






