Il dilemma della scalabilità
L'economia circolare europea non riesce a uscire dalla dimensione di nicchia: rappresenta appena l'1,8% del PIL. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali è fermo al 12%. Il Circular Economy Act e l'Industrial Accelerator Act promettono di portarlo al 24% entro il 2030, ma la vera sfida è trasformare gli enablers normativi in effetti industriali reali. Leggi il commento di Giuliano Maddalena, Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari.
di Giuliano Maddalena, Direttore di SAFE – Hub dei Consorzi per le Economie Circolari
L’economia dell’Unione Europea fino a che punto è circolare? Tutti gli indicatori mostrano che la circolarità, pur avendo definitivamente sorpassato la fase start-up di venticinque anni fa, ancora fatica a superare la dimensione di nicchia. Le attività circolari rappresentano appena l’1,8% del PIL. La quota di occupazione è del 2%, con circa quattro milioni e quattrocentomila addetti. Gli investimenti si assestano attorno ai 18 miliardi di euro annui, pari al 2,3% dei flussi della finanza sostenibile. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali è solo del 12%, in lievissima crescita dai livelli del 2010. Il tasso di recupero dei rifiuti invece continua a crescere, ma ciò non si traduce automaticamente in maggiore utilizzo circolare perché quote crescenti delle materie secondarie e dei beni riutilizzabili che ne derivano sono esportati a paesi terzi.
Già nel 2021 la Commissione, trovandosi di fronte all’impegnativo compito di promuovere con policy concrete gli ambiziosi obiettivi del Green Deal, aveva individuato cinque fattori abilitanti (“enablers”) dell’Economia Circolare: evoluzione normativa, innovazione tecnologica, finanza & settore assicurativo, innovazione sociale & cambiamento comportamentale, e sinergie “ecosistemiche” di filiera. Negli ultimi anni le istituzioni europee sono intervenute coerentemente in questi ambiti con direttive, regolamenti e programmi di finanziamento. Ma alla luce dei numeri, che sono ancora così bassi, è evidente che qualcosa non sta funzionando; e questo qualcosa va individuato in fretta, perché la circolarità, al di là del suo valore ambientale, è la direzione strategica che l’Unione ha scelto per (ri)posizionarsi nel contesto economico globale ed evitare il collasso industriale. Entro il 2030, in linea con gli obiettivi posti dal Clean Industrial Deal, il tasso di utilizzo circolare dei materiali deve raddoppiare.
Lo scorso 20 aprile l’European Environment Agency (EEA) ha pubblicato un briefing che cerca di identificare le ragioni dell’insufficiente reattività del sistema Europa di fronte alle politiche circolari, concentrandosi sulla questione della scalabilità. Perché i modelli di business circolare non si espandono e riproducono alla velocità prevista?
Secondo EEA ci sono ostacoli economico-strutturali, come ad esempio la rigidità dei costi unitari dovuta alla difficoltà di standardizzare e automatizzare la selezione e il trattamento di materiali eterogenei, o la diseconomia inerente a molte logistiche inverse; ostacoli di mercato, come la maggiore convenienza dei materiali vergini rispetto ai secondari e il consumo crescente di prodotti low cost con scarsa riutilizzabilità e recuperabilità. Ci sono poi le disarmonie regolatorie (regimi EPR diversi, definizioni di rifiuto contrastanti, ecc.), e le difficoltà di implementazione dei modelli Product as a Service, sui quali l’Europa puntava molto e che non ottengono il riscontro positivo dei settori finanziari ed assicurativi (che li reputano troppo rischiosi, data la diluizione dei ricavi e la poca prevedibilità dei costi di manutenzione del prodotto). In generale, EEA prende atto di un sistema che continua a essere ottimizzato e premiante soprattutto per l’economia lineare.
Nel briefing dello scorso aprile spicca l’assenza della questione illegalità. Come segnalato a febbraio nel rapporto UNODC Global Analysis on Crimes that Affect the Environment, l’Europa è piagata dai crimini ambientali (tra il 15% e il 30% delle spedizioni dei rifiuti potrebbe essere illegale), e questi ultimi sono in aumento a causa del costo crescente di standard e adempimenti di legge; gestendo i rifiuti al di fuori della norma, e della circolarità, si possono ottenere ingenti risparmi. La mala gestione continua, in molti settori, ad essere più competitiva della gestione corretta, e tra le ragioni della mancata crescita della circolarità questo è un fattore di primo livello. Tra i fattori abilitanti andrebbe quindi aggiunto l’enforcement delle leggi esistenti. Ma il fatto che l’EEA preferisca non mostrare pubblicamente i panni sporchi del sistema non significa che le istituzioni europee non stiano agendo su questo versante: parallelamente alle politiche di circolarità, sono in corso importanti giri di vite sia a livello sanzionatorio che su repressione e controllo.
Nel suo briefing, EEA non si limita ad aggiornare la sua analisi su problemi, driver e fattori abilitanti dell’Economia Circolare. Questa volta fa un passo oltre, suggerendo di rendere la scalabilità, in sé stessa, oggetto di strategia ed intervento. L’agenzia europea individua tre tipi di scalabilità:
- Scale out: l’espansione, riproduzione e gemmazione dei modelli di business circolari. Più clienti, più territori, più mercati;
- Scale up: cambiare le condizioni di sistema (regole, standard, incentivi) perché il modello sia adottabile dall’intera economia;
- Scale deep: radicare la circolarità nella cultura e nei comportamenti, fino a farne la normalità.
Parlando di “scalabilità profonda” (scale deep) il briefing dell’EEA si focalizza quasi esclusivamente sui consumatori. Un segmento che merita molta attenzione ma che a volte (e anche questo potrebbe essere il caso) viene usato come “capro espiatorio” delle carenze strutturali del sistema. Quando legislazione, politica pubblica e imprese si uniscono e adottano le giuste formule, difficilmente il cittadino/consumatore rappresenta un vero ostacolo allo sviluppo di uno schema virtuoso. Il vero ambito su cui oggi occorre fare scale deep è quello delle imprese, soprattutto medie e piccole, che troppo spesso, sia sul fronte dei produttori che su quello dei recuperatori, continuano a vivere circolarità ed adempimenti ambientali come vessazioni, e la transizione come uno scenario al quale aderire obtorto collo. Perché procedano nella giusta direzione, diventando motore e non oggetto passivo e recalcitrante del cambiamento, le imprese devono dotarsi di una visione strategica che consenta loro di vedere e perseguire tutti i vantaggi dello scenario circolare. E perché tale visione venga adottata non servono proclami, campagne pubblicitarie o corsi di formazione: serve accompagnamento, giorno per giorno e passo passo, peer-to-peer, come solo i consorzi EPR possono (ma non sempre vogliono) fare.






