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ESPR, l’atto delegato sull’acciaio può riscrivere la geografia industriale UE

Il primo atto delegato ESPR su un prodotto intermedio riguarda ferro e acciaio: classificare la Product Carbon Footprint per hot rolled coils, wire rod, acciai elettrici, inossidabili e prodotti zincati. Ma l’identificazione delle soglie è già oggetto di dibattito: EEB, FEAD e Recycling Europe considerano le soglie proposte troppo generose, mentre Eurofer chiede di favorire il made in europe. Il futuro del green steel europeo è in gioco. Leggi l'articolo di Raffaele Lupoli.

di Raffaele Lupoli 

L’acciaio è uno dei materiali su cui si misurerà la credibilità della nuova politica industriale verde europea. In un settore già attraversato dall’ETS, dal CBAM, dalle regole sugli aiuti di Stato, dalle misure commerciali contro dumping e sovracapacità, l’atto delegato che la Commissione europea dovrà adottare nell’ambito del Regolamento Ecodesign for Sustainable Products, l’ESPR, sposta il baricentro guardando alla prestazione ambientale del prodotto immesso sul mercato.

L’ESPR, entrato in vigore nel 2024, ha ampliato radicalmente il perimetro dell’ecodesign europeo. Non più soltanto efficienza energetica di elettrodomestici o prodotti finiti, ma requisiti di sostenibilità, circolarità, durabilità, contenuto riciclato, impronta carbonica e informazioni verificabili lungo il ciclo di vita. Nel primo Working Plan 2025-2030, ferro e acciaio compaiono tra le priorità insieme ad alluminio, tessile, mobili, pneumatici e materassi. Il Joint Research Centre ha avviato il lavoro preparatorio per i prodotti siderurgici e lo ha definito esplicitamente come il primo caso di prodotto intermedio affrontato nel quadro ESPR. È un precedente destinato a pesare anche su altri materiali.

Il punto tecnico è apparentemente lineare: creare classi di prestazione ambientale per alcuni prodotti rappresentativi della filiera siderurgica. Il punto politico è molto meno neutro: stabilire quali acciai potranno essere considerati migliori e, quindi, potenzialmente favoriti negli appalti pubblici, negli incentivi e nei futuri mercati guida europei. Una classe A troppo generosa può trasformarsi in greenwashing regolatorio. Una classe A troppo selettiva può non trovare offerta sufficiente. In mezzo c’è la domanda decisiva: l’etichetta deve fotografare il mercato esistente o forzarlo a cambiare?

La scelta del JRC: misurare la CO₂ incorporata

Nel documento sulle classi di performance pubblicato ad aprile 2026, il JRC propone una classificazione basata sulla Product Carbon Footprint, cioè sull’impronta carbonica del prodotto espressa in CO₂ equivalente per tonnellata di acciaio. Il perimetro è “from cradle to gate”: dalle materie prime e dagli input energetici fino all’uscita del prodotto dallo stabilimento. La fase d’uso e il fine vita restano fuori, perché per un materiale intermedio come l’acciaio il grosso dell’impronta climatica si concentra nella produzione e perché l’utilizzo dipende dal bene finale in cui l’acciaio verrà incorporato.

La classificazione non riguarda l’acciaio in astratto, ma cinque famiglie di prodotti: hot rolled coils, cold rolled coated galvanized products, wire rod, electrical steel e stainless steel. Una scelta evita una soglia unica per prodotti con funzioni, processi e mercati diversi: una lamiera zincata per l’automotive, un acciaio elettrico per motori e trasformatori, una vergella o un acciaio inossidabile non hanno lo stesso profilo produttivo né la stessa intensità emissiva.

Il JRC misura il risultato emissivo del prodotto, con un’impostazione robusta tecnologicamente neutrale che non congela l’innovazione e consente di premiare chi riduce davvero le emissioni, qualunque sia il percorso utilizzato.

Questa scelta è particolarmente rilevante per le filiere circolari. L’acciaio prodotto in forno elettrico da rottame, soprattutto se alimentato con elettricità rinnovabile, può avere un’impronta carbonica molto più bassa rispetto alla produzione primaria da minerale di ferro e carbone. Se la metrica misura la CO₂ effettivamente incorporata nel prodotto, il vantaggio del rottame emerge senza bisogno di un premio politico aggiuntivo. È il motivo per cui Recycling Europe, EEB e FEAD, nella dichiarazione congiunta del 15 giugno 2026, hanno sostenuto la metodologia JRC nella sua architettura di base, chiedendo però di aumentarne drasticamente l’ambizione. La questione, infatti, non è più solo come misurare. È dove fissare le soglie.

 Il conflitto sulle classi di prestazione

Il JRC propone classi dalla A alla E. Per hot rolled coils e wire rod, le prime due classi arrivano a includere una quota significativa dei volumi considerati, superiore o vicina al 30% della produzione globale presa a riferimento. La giustificazione è comprensibile: se le classi migliori fossero troppo ristrette, gli appalti pubblici verdi e gli incentivi rischierebbero di non trovare prodotto disponibile, o di produrre effetti eccessivi su prezzi e approvvigionamenti.

Ma questa prudenza è anche il punto più contestato. Secondo l’European Environmental Bureau, soglie così ampie rischiano di premiare prodotti ancora fortemente emissivi. Il caso degli hot rolled coils è emblematico: se la classe B arriva a comprendere acciai con impronte nell’ordine di 1,79-2,66 tonnellate di CO₂ equivalente per tonnellata di prodotto, una parte rilevante della produzione convenzionale può finire in una categoria spendibile come prestazione elevata. Bellona, dopo la consultazione del 13 aprile, ha formulato la critica in modo netto: l’ESPR non dovrebbe dire al mercato che l’acciaio fossile convenzionale è “high performing”.

La dichiarazione congiunta di Recycling Europe, EEB e FEAD alza ulteriormente il livello della proposta. I firmatari chiedono che solo il 10% dei prodotti più sostenibili rientri nelle classi A e B, con un punto di taglio tra B e C fissato a 400 kg di CO₂ equivalente per tonnellata di acciaio grezzo. L’obiettivo è evitare che i futuri mercati pubblici del green steel vengano occupati da acciai “meno peggiori” ma ancora lontani da una traiettoria near-zero.

Al centro delle critiche c’è il funzionamento stesso del mercato: se un produttore che investe in rottame di qualità, elettricità rinnovabile, DRI a idrogeno ((Direct Reduced Iron o ferro preridotto, tecnologia di produzione che sostituisce il carbonio fossile con l’idrogeno) o nuovi processi di riduzione diretta finisce nella stessa classe di un altoforno solo più efficiente della media, il differenziale economico della transizione si indebolisce. E se non di differenzia questo genere di processi e risultati si finisce per neutralizzare la spinta all’innovazione.

Un confronto tra approcci confliggenti

Il 12 maggio scorso, un public statement promosso da LESS, organizzazione internazionale no-profit con sede a Bruxelles che promuove la decarbonizzazione dell’industria siderurgica, ha chiesto un quadro “credibile e operabile” per il low-carbon steel nell’atto delegato ESPR. Anche questo documento giudica insufficienti le soglie JRC, ma propone una correzione diversa: adottare un approccio  “a geometrie variabili” definito sliding scale, per garantire neutralità tecnologica e riconoscere i limiti strutturali della produzione da rottame.

Il ragionamento è noto. Il rottame è essenziale per la decarbonizzazione, ma non è infinito né sempre idoneo a ogni qualità di acciaio. La produzione primaria continuerà a essere necessaria, soprattutto per prodotti piani di alta qualità e applicazioni industriali complesse. Se la classificazione premia solo l’impronta assoluta più bassa, il rischio, secondo questa impostazione, è che gli acciai da rottame occupino stabilmente le classi migliori e che gli investimenti miliardari finalizzati a sostituire il carbone non ricevano un segnale sufficiente.

Per le filiere scrap-based, basate cioè sul recupero di rottami come avviene in Italia, questa soluzione può diventare penalizzante, perché l’acciaio prodotto da rottame con emissioni effettive molto basse potrebbe essere valutato peggio di un acciaio primario più emissivo, solo perché la metrica corregge il vantaggio del contenuto riciclato. Per i sostenitori dell’approccio sliding scale, invece, una pura impronta carbonica assoluta rischia di non distinguere abbastanza tra decarbonizzazione della produzione primaria e semplice accesso a una materia prima secondaria disponibile in modo diseguale.

Il futuro atto delegato dovrà quindi sciogliere un nodo industriale profondo: premiare il risultato emissivo reale o costruire una metrica che distribuisca gli incentivi tra rotte diverse? La risposta che emergerà da questo dibattito deciderà se l’Europa considera il rottame una leva strategica da valorizzare pienamente, o una risorsa da ponderare per non penalizzare la trasformazione della siderurgia primaria.

L’urgenza di definire un quadro coerente

L’atto delegato arriva in una fase in cui l’acciaio europeo è stretto fra tre pressioni. La prima è climatica. Secondo l’IEA, il settore ferro-acciaio non è ancora sulla traiettoria compatibile con lo scenario Net Zero: l’intensità emissiva deve scendere rapidamente entro il 2030 e le tecnologie near-zero devono arrivare a scala commerciale già in questo decennio. La seconda è commerciale: il 4 giugno scorso l’OECD-OCSE Steel Outlook ha stimato che la sovracapacità globale potrebbe raggiungere 745 milioni di tonnellate entro il 2028, mentre la domanda cresce lentamente. La terza è geopolitica: una parte consistente della nuova capacità nasce fuori dall’area OCSE, spesso in contesti con sussidi, energia più economica e minori vincoli carbonici.

Il dato OECD più significativo non è solo la dimensione della sovracapacità. È la combinazione tra capacità in eccesso, sussidi e commercio. L’Organizzazione segnala che nel 2025 le esportazioni cinesi di acciaio hanno raggiunto livelli record, superiori all’intera produzione dell’Unione europea. E mette in evidenza fenomeni di possibile triangolazione, con semilavorati e prodotti siderurgici che transitano da Paesi terzi prima di arrivare nei mercati OCSE. In questo quadro, una definizione europea di acciaio low-carbon non può essere separata dalle regole sugli scambi.

Non è un caso che l’8 giugno 2026 il Consiglio UE abbia adottato un nuovo quadro per proteggere il mercato europeo dagli effetti della sovracapacità globale, in sostituzione della misura di salvaguardia in scadenza il 30 giugno. La norma introduce un sistema rivisto di quote tariffarie e dazi più elevati oltre quota.

Il nesso con l’Industrial Accelerator Act

La partita ESPR diventa ancora più delicata perché si intreccia con l’Industrial Accelerator Act (IAA), proposto dalla Commissione il 4 marzo 2026. L’IAA punta a creare domanda per prodotti low-carbon e “Made in EU” attraverso appalti pubblici e schemi di sostegno, nei settori dell’acciaio, del cemento, dell’alluminio, dell’automotive e delle tecnologie net-zero. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la base industriale europea e portare la manifattura al 20% del PIL UE entro il 2035.

Questo significa che la classificazione ESPR non resterà confinata a un’etichetta informativa. Potrà diventare la base per definire chi accede a quote di procurement, incentivi o corsie preferenziali nei mercati guida. Da qui la preoccupazione di Bellona: se le classi A e B sono troppo larghe, il procurement pubblico rischia di comprare acciaio convenzionale presentato come low-carbon. Da qui anche la posizione di Eurofer, che chiede che la domanda pubblica europea favorisca acciaio low-carbon prodotto in Europa e non importazioni che rispettano formalmente alcuni criteri ma non sostengono gli investimenti industriali interni.

Il direttore generale di Eurofer, Axel Eggert, ha posto il tema in termini industriali: se l’Europa vuole decarbonizzare la siderurgia, deve creare domanda per acciaio a basse emissioni “made in Europe”. La federazione chiede una definizione chiara di origine, basata sul principio “melted and poured”, cioè sull’acciaio fuso e colato nell’UE, per evitare che prodotti realizzati altrove possano beneficiare di sostegni dopo lavorazioni successive in Europa.

Alla necessità di misurare la prestazione ambientale del prodotto si affianca l’urgenza di presidiare capacità produttiva, occupazione, autonomia strategica. E solo regole ben tarate possono veder convergere questi due obiettivi.

Il ruolo del passaporto digitale

L’altro elemento chiave del lavoro preparatorio JRC è il Digital Product Passport (DPP), che nel caso dell’acciaio sarà ul’infrastruttura attraverso cui dati ambientali, su contenuto riciclato, sostanze di preoccupazione, conformità e informazioni di filiera potranno circolare tra produttori, utilizzatori, autorità e riciclatori.

La proposta del JRC sul DPP prevede dati differenziati per accessibilità: alcune informazioni pubbliche, altre disponibili alle autorità, altre ancora riservate a operatori con un interesse legittimo. È un equilibrio necessario. La trasparenza è indispensabile per evitare greenwashing e rendere confrontabili i prodotti, ma l’acciaio resta una filiera industriale con dati commercialmente sensibili: composizioni, fornitori, input energetici e processi possono rivelare informazioni competitive. Il passaporto digitale può però diventare anche un collo di bottiglia. Se non sarà armonizzato con CBAM, Construction Products Regulation, dichiarazioni ambientali di prodotto e criteri di procurement, rischia di moltiplicare obblighi e database. Per le imprese più piccole o per gli operatori a valle, la transizione digitale della tracciabilità potrebbe tradursi in complessità amministrativa invece che in fiducia. La vera sfida sarà costruire un sistema verificabile ma non ingestibile.

La chance di un nuovo mercato dell’acciaio

L’acciaio europeo entra così in una fase in cui la decarbonizzazione non dipende più solo dall’offerta tecnologica ma dalla domanda regolata. Forni elettrici, rottame di qualità, elettricità rinnovabile, DRI a idrogeno, cattura della CO₂ e nuovi modelli di filiera hanno bisogno di mercati che riconoscano il differenziale ambientale e lo paghino. L’atto delegato ESPR può creare questo mercato, ma solo se le sue classi saranno abbastanza selettive da orientare gli investimenti e abbastanza robuste da resistere alle pressioni industriali e commerciali.

Al netto delle legittime spinte politiche, il lavoro del JRC ha il merito di aver portato la discussione su un terreno misurabile: impronta carbonica di prodotto, soglie, passaporto digitale, contenuto riciclato. L’atto delegato che ne scaturirà stabilirà quali emissioni contano, quali dati devono essere verificati, quale circolarità viene premiata, quale produzione pubblica e privata potrà essere acquistata come verde. E soprattutto dirà se l’Europa intende usare l’ecodesign per descrivere il mercato esistente o per costruire quello che ancora non c’è.