EPR tessile
Non un mero strumento di gestione ambientale, alla stregua di tanti altri, ma vero e proprio volano di un cambiamento sistemico che trasformerà profondamente l’intera industria tessile-moda. Leggi la riflessione di Camilla Colucci.
di Camilla Colucci
Negli ultimi mesi del 2025 l’Unione Europea ha compiuto un passo destinato a incidere profondamente sul futuro del settore moda e tessile. Con la Direttiva (UE) 2025/1892, che aggiorna la storica Waste Framework Directive 2008/98/CE, viene introdotto per la prima volta un sistema obbligatorio di responsabilità estesa del produttore per il tessile e il calzaturiero su scala europea. Questa norma, entrata in vigore il 16 ottobre 2025 e da trasporre nei sistemi giuridici nazionali entro 20 mesi (quindi con obblighi operativi per i sistemi EPR entro aprile 2028), mira a ridefinire il ruolo delle imprese nella gestione dell’intero ciclo di vita dei prodotti tessili, ponendo al centro il principio “chi produce paga” e allineandosi alle più ampie strategie di economia circolare dell’UE.
L’obiettivo non è soltanto migliorare la gestione dei rifiuti, ma ridefinire il ruolo delle imprese lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti, in coerenza con le strategie europee di economia circolare e decarbonizzazione.
Il principio cardine è chiaro: chi produce o immette sul mercato un bene deve contribuire in modo diretto ai costi della sua gestione a fine vita. Nel caso del tessile, ciò si traduce in obblighi finanziari e organizzativi legati alla raccolta differenziata, al riutilizzo, alla preparazione per il riuso e al riciclo. In concreto, produttori, importatori e, in alcuni casi, operatori dell’e-commerce dovranno contribuire direttamente ai costi della raccolta, del riutilizzo, della preparazione per il riuso e del riciclo dei prodotti tessili giunti a fine vita. Pur lasciando agli Stati membri margini di autonomia nell’implementazione operativa, la direttiva introduce criteri comuni, tra cui l’eco-modulazione dei contributi, che collega il livello degli oneri economici alle performance ambientali dei prodotti. In questo modo l’EPR si configura non solo come strumento di gestione dei rifiuti, ma come meccanismo capace di orientare innovazione industriale, scelte progettuali e strategie di mercato.
Per il sistema industriale italiano, fortemente esposto sui mercati internazionali e caratterizzato da filiere complesse, l’impatto sarà significativo. L’obbligo di finanziare e organizzare sistemi di gestione del fine vita introduce nuove voci di costo e richiede un’evoluzione dei modelli organizzativi. I contributi ambientali legati ai volumi immessi sul mercato incidono direttamente sui margini, in particolare nei segmenti ad alta rotazione e basso valore unitario. Allo stesso tempo, aumenta la pressione sulla qualità dei dati e sulla rendicontazione delle quantità prodotte e vendute, così come sulla necessità di aderire a sistemi collettivi o di sviluppare soluzioni individuali di responsabilità estesa.
La trasformazione più profonda riguarda però il modo in cui le imprese progettano e pensano i propri prodotti. Materiali difficilmente riciclabili, fibre miste complesse o componenti non separabili diventano fattori economici oltre che ambientali. Al contrario, scelte orientate alla semplificazione dei materiali, alla riciclabilità e alla durabilità possono tradursi in minori contributi e in un vantaggio competitivo. In questo scenario, l’EPR agisce come acceleratore di innovazione, spingendo le aziende verso modelli più circolari e coerenti con le aspettative di consumatori e investitori.
Le piccole e medie imprese, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano del tessile e della moda, si trovano di fronte a una sfida particolarmente complessa ma anche ricca di opportunità. Per molte PMI l’EPR non sarà soltanto un nuovo obbligo amministrativo, ma un elemento destinato a incidere sulla struttura stessa della governance aziendale. La gestione dei dati di mercato, la classificazione dei prodotti, il dialogo con i sistemi EPR e la rendicontazione ambientale richiedono processi più strutturati rispetto al passato, con una maggiore integrazione tra funzioni aziendali e un rafforzamento delle competenze legate alla compliance e alla sostenibilità.
Nel medio periodo, l’EPR spingerà le PMI ad abbandonare logiche esclusivamente orientate al breve termine. Le scelte relative a materiali, fornitori e posizionamento di prodotto dovranno essere valutate anche in funzione dell’impatto sui costi EPR e sulla capacità dell’impresa di adattarsi a standard ambientali sempre più stringenti. In questo contesto, la sostenibilità diventa una variabile economica diretta, capace di influenzare la redditività e la competitività nel tempo. Le imprese che sapranno inserirsi nelle reti di economia circolare potranno trasformare l’EPR in un’opportunità di innovazione, rafforzando le relazioni di filiera e sviluppando nuovi modelli di business legati al riuso, al riciclo e alla valorizzazione dei materiali.
Naturalmente, la transizione verso sistemi EPR tessili non sarà priva di criticità. Uno degli aspetti più delicati riguarda la possibile frammentazione dei modelli nazionali. Sebbene il quadro normativo sia europeo, le modalità di applicazione, i livelli contributivi e le modalità operative potranno variare da Paese a Paese. Per le aziende che operano su più mercati questo significa gestire regole diverse e affrontare un aumento degli oneri amministrativi. Il rischio di duplicazioni burocratiche è particolarmente rilevante per le realtà di dimensioni più piccole.
Un’altra sfida riguarda la maturità delle infrastrutture di raccolta e riciclo: senza filiere tecnologicamente avanzate e logisticamente efficienti, il rischio è che gli oneri sostenuti dalle imprese non si traducano in benefici ambientali reali. A questo si aggiungono le complessità legate alla tracciabilità dei flussi e alla distinzione tra prodotto riutilizzabile e rifiuto, aspetti che nei primi anni di applicazione potrebbero generare incertezze interpretative. Queste criticità rendono evidente la necessità di un dialogo continuo tra imprese, consorzi, istituzioni e operatori della gestione dei rifiuti, per costruire sistemi EPR efficaci, trasparenti e coerenti con gli obiettivi di economia circolare.
In questo contesto, diventa essenziale per le imprese adottare un approccio strutturato all’introduzione dell’EPR. Il primo passaggio riguarda la piena comprensione del perimetro di responsabilità, attraverso la mappatura dei prodotti immessi sul mercato, dei materiali utilizzati e dei volumi coinvolti. Questo consente di stimare l’impatto economico e identificare le aree prioritarie di intervento. Successivamente diventa fondamentale costruire una base dati solida, capace di garantire tracciabilità e coerenza delle informazioni lungo la filiera, coinvolgendo funzioni amministrative, acquisti e sviluppo prodotto.
Una fase altrettanto strategica riguarda la scelta del modello di adempimento, tra sistemi collettivi e soluzioni individuali, valutando non solo i costi ma anche il livello di controllo sul processo di gestione del fine vita. Parallelamente, l’integrazione dei criteri EPR nei processi di progettazione rappresenta il passaggio chiave per trasformare un obbligo normativo in leva di creazione di valore. Infine, il monitoraggio continuo delle performance e l’aggiornamento costante rispetto all’evoluzione normativa e tecnologica diventano elementi indispensabili per garantire efficacia nel tempo.
Nel complesso, l’EPR tessile rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti per il settore negli ultimi decenni. Se affrontato con una visione strategica e con strumenti operativi adeguati, può diventare un elemento di rafforzamento della competitività del sistema industriale italiano, contribuendo allo sviluppo di filiere realmente circolari e sostenibili. La sfida non sarà semplice, ma per le imprese capaci di anticipare il cambiamento si aprirà una nuova fase di innovazione e leadership nel mercato globale della moda sostenibile.
Nel complesso, l’EPR tessile rappresenta una svolta significativa per la sostenibilità del settore e un’occasione per le imprese italiane di rafforzare la propria leadership circolare in un mercato in rapida evoluzione. L’attuazione di queste regole non sarà priva di sfide, ma con visione strategica e strumenti operativi adeguati sarà possibile trasformare l’obbligo in valore competitivo.






