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Contrabbando F-Gas: l’alternativa è la rigenerazione

In Italia il 50% del mercato nazionale degli F-Gas è coperto da offerte illegali. Un mercato nero robusto e organizzato, che cresce in proporzione alla stretta regolatoria e schiaccia le offerte di gas rigenerato. Marco Ferracin di SAFE-Hub racconta gli ostacoli che frenano la rigenerazione e il progetto Centauri per aggredire il problema alla radice, tra i micro-installatori che operano sul territorio.

Il commercio illegale di F-Gas dilaga in tutta Europa. L’Italia, come segnalato recentemente dal Cooling post in occasione dell’ultimo sequestro operato dalla guardia di finanza, è il “fronte più bollente” di questo traffico, “vantando” addirittura un 50% del mercato nazionale di F-gas coperto dalle offerte illegali. Una presenza talmente grande, da conferirgli, de facto, un ruolo guida sul sistema dei prezzi. Il driver principale di questa illegalità crescente è il sistema di quote sui gas vergini imposto dalla norma europea.

“Il sistema europeo di quote sugli F-gas avrebbe dovuto essere uno strumento di disciplina del mercato, e in parte lo è. Ma ha prodotto anche qualcosa che il legislatore non aveva messo in conto: un mercato nero robusto ed organizzato che cresce in modo proporzionale alla stretta regolatoria”, commenta Marco Ferracin di SAFE-Hub delle Economie Circolari.

Il Regolamento (UE) 2024/573, che è entrato in applicazione esattamente 2 anni fa, a marzo 2024, ha inasprito ulteriormente il phase-down degli HFC già avviato con il Regolamento 517/2014. Con il Regolamento del 2024, che abroga quello del 2014, le quote massime immettibili sul mercato unionale non sono più calcolate come percentuale della media annuale immessa tra il 2009 e il 2012, ma sono fissate come quantità assolute. Per il biennio 2025–2026 la quota di idrofluorocarburi immettibile sul mercato dell’Unione è fissata a 42,9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente; nel triennio 2027-2029 la quota consentita crollerà a 21,7 milioni di tonnellate, e poi, a bruschi scaloni, scenderà a 9 milioni nel triennio 2030-2032 e a uno zero assoluto nel 2050 (Reg. UE 2024/573, Allegato VII).

“La domanda fisiologica dei detentori di macchine ancora non obsolete funzionanti con i gas in phase-out, non può essere interamente soddisfatta dalle quote consentite di gas vergine. Nell’intenzione dei legislatori europei la piena soddisfazione di questa domanda avrebbe dovuto essere garantita dai gas rigenerati ottenuti dal trattamento dei gas residuali delle macchine in rottamazione. Gas rigenerati che, ovviamente, non sono oggetto di alcuna restrizione quantitativa”, sottolinea Ferracin.

Comparazione tra le quote di immissione consentite dal Regolamento 517/2014 (abrogato) e il Regolamento 2024/573 (vigente). Fonte: elaborazione EFCTC dei dati forniti da Fluorinated greenhouse gases 2024 ETC CM Report 2024/05, table 21

“Ma qualcosa sta andando storto. Il gas rigenerato, purtroppo, non ingrana sul mercato. Le ragioni principali di questa debacle sono due: la prima è la scarsezza di materia prima provocata dalla dispersione alla fonte, attribuibile soprattutto al disinteresse di molti installatori, che invece che raccogliere i gas delle macchine obsolete in contenitori separati continuano a liberarli illegalmente nell’aria o ad inserirli in bombole promiscue; ciò accade nonostante gli obblighi di registro degli input e degli output, rendendo evidente un problema di enforcement della norma. Il secondo motivo è la competizione sul prezzo con le offerte di gas illegale. Chi rigenera il gas si trova quindi ad affrontare un doppio imbuto, sia nel lato dell’approvvigionamento che in quello della vendita”.

“La scarsità dell’offerta di gas rigenerato, a sua volta, lascia spazi di mercato al gas vergine illegale, che è molto più competitivo di quello vergine legale dato che i prezzi di quest’ultimo sono schizzati alle stelle a causa delle restrizioni imposte dalla norma europea. È un cane che si morde la coda”.

Il mercato nero come effetto collaterale

Nel 2021 l’Environmental Investigation Agency (EIA) ha stimato un commercio illegale annuo di HFC nell’UE pari a 30 milioni di tonnellate CO₂equivalenti, pari a circa un quarto delle vendite legali (EIA, Il crimine più agghiacciante d’Europa, 2021). Nel 2024, un’indagine aggiornata dello stesso organismo ha documentato l’evoluzione delle rotte e delle tattiche: i trafficanti, riforniti principalmente da Turchia e Cina, entrano nell’UE attraverso Bulgaria e Romania, per poi ridistribuire i gas verso Germania, Francia, Italia, Spagna e Portogallo. I metodi si affinano: si evitano i cilindri monouso vietati e si mascherano i gas HFC come idrofluoroolefine (HFO), sostanze meno regolamentate (EIA, More Chilling Than Ever, 2024). Il contrabbando impara in fretta.

Nel 2024, in seguito al sequestro di 4.800 bombole illegali arrivate nel porto di Rotterdam, è scattata un’operazione congiunta delle dogane europee che ha condotto, da sola, al sequestro di 400.000 tonnellate CO₂ equivalente di gas illegali. L’operazione Khione, condotta da maggio a ottobre 2024 sotto la guida dell’OLAF (l’Ufficio Antifrode della Commissione Europea), ha coinvolto le autorità doganali di 16 Stati membri più Turchia e Ucraina (paesi chiave per il transito delle spedizioni illegali verso l’UE) e si è concentrata sull’identificazione e il monitoraggio dei carichi sospetti, includendo ispezioni di magazzini e centri di distribuzione utilizzati per lo stoccaggio e la rivendita dei gas sul mercato nero. I procedimenti penali e doganali aperti a seguito dell’operazione riguardano Polonia, Italia, Romania, Slovacchia, Francia e Repubblica Ceca.

L’attività dell’OLAF non si è fermata al 2024. Nell’ottobre 2025 l’intelligence dell’ufficio antifrode europeo ha condotto al sequestro di 12.000 kg di F-gas illegali nel sud-est della Spagna: le autorità spagnole, agendo su segnalazione OLAF, hanno confiscato un camion carico di bombole nella provincia di Alicante; un carico del valore stimato di 413.000 euro destinato a essere distribuito a imprese e privati non autorizzati. L’Operazione Demeter XI, culminata a novembre 2025 con la partecipazione record di 120 amministrazioni doganali di tutto il mondo inclusa quella italiana, ha prodotto 409 sequestri (tra cui 168 tonnellate di ODS e HFC e oltre 5.700 pezzi di apparecchiature contenenti sostanze controllate dal Protocollo di Montreal). In Italia, solo questo marzo, i carabinieri hanno operato 25 sequestri e avviato 10 procedimenti penali. I numeri dei sequestri crescono di anno in anno, ma restano episodici rispetto alla scala del fenomeno.

La percezione istituzionale del problema purtroppo è carente. L’EIA, nei report Doors Wide Open (2019) e Europe’s Most Chilling Crime (2021), ha documentato la sistematica discrepanza tra i registri doganali Eurostat e i dati gestiti dall’Agenzia Europea dell’Ambiente sulla base del portale F-Gas (che riceve le autodichiarazioni di immesso delle aziende).

Il Reg. 2024/573 ha offerto una parziale soluzione a questo vuoto analitico collegando il portale F-gas al sistema doganale EU Single Window (art. 20 e art. 38; operativo da marzo 2025).

“Ma i registri continuano a non essere sufficienti per descrivere la realtà, perché sono strutturalmente basati sui flussi dichiarati” avverte Marco Ferracin. “Nei settori ad alta o altissima incidenza di sommerso, come il settore F-gas, le analisi basate sui registri formali restituiscono sempre versioni alterate della realtà; e quando i report che istruiscono l’azione legislativa, per eccesso di mentalità burocratica, si fondano esclusivamente sull’emerso, danno adito a lacune normative di livello macroscopico”.

Il percorso degli F-gas illegali. Fonte: EIA, 2024

Il dilemma della microscala

“Sarebbe però sbagliato confidare esclusivamente nella norma e nelle sue evoluzioni, o pensare che sia possibile schiacciare i traffici illegali ricorrendo solo alla repressione”, puntualizza il manager di SAFE-Hub delle Economie Circolari. “La vera battaglia contro l’illegalità si combatte costruendo alternative sul campo, nell’operatività delle filiere, andando oltre le prescrizioni ufficiali e puntando al sodo delle questioni. In questa ottica, i produttori possono offrire un contributo fondamentale”.

“Uno dei problemi chiave, nel settore F-gas, è la capillarità e parziale incontrollabilità che caratterizza le operazioni di raccolta separata del gas. Verificare cosa accade tra le pareti di un’abitazione domestica non è affatto facile. Le microimprese, spesso individuali, che gestiscono le installazioni, hanno un ruolo cruciale nel sistema e sono difficili da coinvolgere e sensibilizzare. Con il progetto Centauri (abbreviazione di Centri di Assistenza Autorizzati Ridomus, ndr) stiamo tentando di aggredire il problema alla radice instaurando, con la collaborazione dei micro-operatori, un sistema di recupero sistematico dei gas delle macchine da sostituire o da manutenere, accumulando stock di gas rigenerato che potrà essere riutilizzato nelle macchine nuove oppure impiegato per i rabbocchi negli interventi di manutenzione delle macchine già in funzione”.

Ridomus, consorzio aderente a SAFE-Hub delle Economie Circolari che rappresenta circa l’80% della produzione italiana di macchine home comfort, ha avviato la fase pilota di Centauri nel 2023, visitando uno per uno i Centri di Assistenza dei produttori soci per verificare il livello di adempimento della norma ambientale e definire le azioni necessarie per adattarsi al regolamento F-GAS. A ogni centro vengono fornite le bombole necessarie per raccogliere i gas in modo differenziato, e Ridomus copre tutte le spese di adattamento al nuovo sistema.

Lavorare sulla grande scala è più facile: le grandi imprese hanno strutture, risorse e incentivi a conformarsi” ammette Marco Ferracin. “A oggi, i principali volumi di gas rigenerato prodotto dalle nostre filiere deriva dalle convenzioni con le grandi utenze, ad esempio gli ospedali, che nei loro compressori stoccano quantità di gas considerevoli. Il cosiddetto costo di transazione, ossia lo sforzo per trovare un accordo comparato all’entità del risultato, con le grandi utenze è molto più basso”.

“La sfida vera è raggiungere le microimprese artigianali che operano in modo capillare sul territorio, spesso a ridosso dell’informalità, intervenendo nella loro economia comportamentale quando la moral suasion non è sufficiente. Molti micro-operatori rispondono positivamente ai nostri stimoli perché, nonostante non dispongano di uffici di compliance e consulenti che li avvertano delle tendenze normative e di mercato, hanno sufficiente lungimiranza per comprendere che adeguarsi agli standard ambientali è l’unico modo per aver un ruolo nello scenario futuro”.