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Circular Economy Act, probabile una proposta già a settembre

Raddoppiare entro il 2030 il tasso di utilizzo circolare dei materiali dall'attuale 12% al 24%: è l'obiettivo che il Clean Industrial Deal affida al Circular Economy Act, la cui proposta formale è attesa entro il terzo quadrimestre 2026. Una riforma economica di primo livello, che sposta miliardi di euro dalle materie prime vergini alle filiere circolari europee. Leggi l'articolo della redazione di SAFE-Hub delle Economie Circolari.

L’obiettivo strategico dell’Europa è raggiungere un tasso di utilizzo circolare dei materiali pari al 24% entro il 2030. Un raddoppio rotondo del risultato 2024, quando il tasso si era assestato al 12% (in sostanziale stagnazione rispetto agli anni immediatamente precedenti).

Questo ambizioso obiettivo è uno dei cuori pulsanti del Clean Industrial Deal (CID), il “business plan” confezionato dalla Commissione Europea per rilanciare lo sviluppo industriale comunitario. E lo strumento normativo grazie al quale la Commissione pensa di raggiungerlo è il Circular Economy Act (CEA), che secondo la roadmap del CID, e come confermato dal programma d’azione 2026 della Commissione, dovrebbe essere oggetto di una proposta formale della Commissione entro il terzo quadrimestre di quest’anno.

“L’aspettativa che si concentra su questa norma è enorme”, commenta il Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari Giuliano Maddalena.  “Far crescere al 24% il tasso circolare di utilizzo dei materiali è una riforma economica di primo livello, che coinvolgerà una grande quantità di settori produttivi. Stiamo parlando di trasferire sulla circolarità decine di miliardi di euro che attualmente vengono spesi per l’acquisto di materie prime da paesi terzi; ciò implicherà una massiccia riorganizzazione sia delle filiere che dei processi produttivi. Se tutto va bene, oltre all’autonomia strategica l’Europa porterà a casa propria anche 700.000 nuovi posti di lavoro”.

“In Italia non ci saranno problemi di adempimento: abbiamo già raggiunto il 22% e in questo ambito siamo i primi in Europa, ma questo non significa che possiamo rilassarci. Siamo infatti, non a caso, anche il paese con maggiore dipendenza dall’importazione di materie prime. Uno stato di vulnerabilità che stiamo pagando caro e che potremmo ridurre aumentando ulteriormente la circolarità, anche facendo leva sugli strumenti ed incentivi che verranno offerti dal CEA”.

Una marcia a tappe forzate

Dopo la fase di “brainstorming” iniziata con la consultazione pubblica online dell’estate del 2025, proseguita con alcuni round di dialogo con gli stakeholder, e culminata il 22 e 23 aprile in una partecipatissima edizione annuale della conferenza ECESP (European Circular Economy Stakeholder Platform), il Circular Economy Act è finalmente atterrato il 6 maggio al Collegio dei Commissari (l’equivalente europeo del nostrano consiglio dei ministri) per essere oggetto di una discussione politica che, tirando le somme delle consultazioni, rappresenta de facto l’inizio del percorso di implementazione della norma. Nel momento in cui scriviamo il verbale della riunione dei Commissari non è stato ancora reso pubblico, ma il Direttore dell’Area Economia Circolare della Commissione, il romeno Aurel Ciobanu-Dordea, ha anticipato in un incontro pubblico che la Commissione sta lavorando duro sull’analisi delle implicazioni tecnologiche, economiche e di mercato, con l’obiettivo di adottare una proposta formale già a settembre. A partire da essa Parlamento e Consiglio dell’Unione Europea dovranno assumere le loro posizioni, e comincerà quindi il cosiddetto “trilogo”, ossia la negoziazione fra Commissione, Parlamento e Consiglio che porterà all’adozione della norma.   Ciobanu-Dordea riferisce che le istituzioni europee mirano a concludere l’iter al massimo entro un anno.

“Per una riforma di questa portata si tratta di tempi record”, sottolinea Maddalena. “L’Europa ha una fretta tremenda. Se non aumenta la propria autonomia strategica e non incrementa la circolarità con azioni rapide e decisive, esiste il concreto rischio di un collasso industriale”.

Quali saranno i contenuti della norma?

Il brief pubblicato lo scorso gennaio dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo riassume le posizioni preliminari della Commissione anticipando che i provvedimenti inclusi nel CEA potrebbero fondarsi su tre pilastri:

  1. la modifica della Direttiva Quadro sui Rifiuti e della Direttiva Discariche;
  2. la modifica della Direttiva sui Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE);
  • misure aggiuntive, soprattutto di armonizzazione, che potrebbero avvenire per mezzo di Regolamenti con effetto legislativo diretto in tutti gli Stati membri.

Orientamento e obiettivi generali del CEA sono noti. Ma, secondo il Direttore di SAFE Giuliano Maddalena, prevederne le linee specifiche è un altro paio di maniche.

“A premere sulla Commissione perché dia priorità a specifiche misure sono i singoli Stati membri (che spesso hanno posizioni diverse), gli stakeholder industriali, quelli del settore recupero rifiuti e quelli della società civile. Poi ci sono consumatori, sindacati e think tank di riferimento, ognuno con il suo legittimo focus. Un mare magnum di opinioni e punti di vista che non è affatto semplice decifrare”.

“In linea generale, le associazioni di categoria industriali sostengono un CEA che rafforzi il mercato europeo dei materiali circolari mantenendo al contempo un quadro normativo prevedibile e favorevole agli investimenti. Appoggiano la creazione di un mercato unico dei materiali riciclati, ma sottolineano la necessità di un framework economico abilitante piuttosto che di una regolazione punitiva. Tra le loro richieste chiave ci sono il passaporto digitale del prodotto, programmi di investimento per la circolarità, armonizzazione e messa in coerenza delle norme e green procurement. I recuperatori insistono sulle semplificazioni amministrative e sulla necessità di obbligare le industrie a tassi minimi di contenuto riciclato, per vedere garantita la domanda commerciale degli output dei loro impianti”.

“Gli ambientalisti, dal canto loro, chiedono di diminuire l’enfasi sull’approvvigionamento di materie prime per l’industria e di puntare con maggiore decisione su prevenzione, riutilizzo e riparazione. Anche i rappresentanti dei consumatori pensano che la priorità del CEA non debba essere il riciclaggio, e avanzano dettagliate richieste su diritto alla riparazione e garanzie sanitarie sui prodotti con contenuto riciclato. I sindacati, come sempre, sottolineano la necessità di compiere la transizione in modo giusto, con clausole sociali che scongiurino gli effetti delle possibili disruption di mercato”.

Verso regimi epr “integrati” e di “coordinamento”

Gli interventi di armonizzazione per mezzo di Regolamento potrebbero riguardare anche la governance dei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che secondo il brief presentato lo scorso gennaio dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo presenta alcuni problemi strutturali. Le organizzazioni di produttori, afferma il Servizio di Ricerca, sono incentivate a minimizzare i costi per i propri aderenti piuttosto che a massimizzare i risultati circolari. Come esempio di tale problematica viene segnalato l’EPR tessile (in tutta evidenza facendo riferimento al modello francese, essendo l’unico già a regime):

Il settore tessile esemplifica questo disallineamento: il comparto della raccolta e del riuso è diventato finanziariamente vulnerabile a causa di finanziamenti insufficienti e del declino qualitativo dei tessili raccolti, con effetti controproducenti sugli obiettivi di circolarità.

Proprio alla luce della sua carente capacità di intervento sul sistema, l’organismo collettivo francese dell’EPR tessile, Re-fashion, ha deciso di virare su un modello EPR di tipo organizzativo.

Come argomento base per la sua presa di posizione il brief del Servizio di Ricerca usa la tesi di dottorato di Rami Benabdelkrim dell’Università di Parigi. Un lavoro di oltre 200 pagine pubblicato nel 2025, che con numeri e dati concreti confronta le performance delle organizzazioni dei produttori in ambito EPR, in vari settori e paesi, concludendo che occorre privilegiare modelli “integrati” o “di coordinamento”, che implicano l’intervento organizzativo diretto sulle filiere del recupero.

Vanno invece messi da parte i modelli con approccio prevalentemente amministrativo e burocratico, perché essendo più vulnerabili alla frammentazione e alle inefficienze non sono all’altezza degli obiettivi di circolarità.