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Passaporto digitale dei prodotti: la nuova frontiera della tracciabilità

Il Digital Product Passport (DPP), introdotto dal Regolamento ESPR, renderà tracciabili materiali, riparabilità e impatti ambientali di quasi tutti i beni in commercio. Non una scadenza unica, ma un'implementazione progressiva per categorie. Chi ne definisce i contenuti ridefinisce anche i rapporti di potere lungo le filiere. Leggi l'analisi di Raffaele Lupoli.

di Raffaele Lupoli

Da dove arriva la materia prima dei prodotto che acquistiamo? Quali parti sono fatte di materiali riciclati e in che percentuale? In che misura è riparabile e quante volte è stato aggiustato?

Queste sono soltanto alcune delle domande che nei prossimi anni troveranno risposta grazie al Digital Product Passport (DPP), uno degli strumenti più ambiziosi della nuova politica industriale europea, pensato per trasformare la sostenibilità da principio astratto a infrastruttura operativa del mercato. Introdotto nel quadro del Regolamento sull’ecodesign per prodotti sostenibili (ESPR), il DPP promette di rendere tracciabili materiali, prestazioni e impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita dei beni. La sua implementazione, tutt’altro che smeplice, è affidata a una combinazione di atti delegati, sperimentazioni settoriali e standard tecnici in evoluzione.

A cosa serve il passaporto digitale

Il Digital Product Passport nasce come risposta a una tensione ormai strutturale nelle politiche europee: trasformare l’obiettivo della sostenibilità in un insieme di obblighi verificabili e comparabili. Il Regolamento ESPR, che sostituisce e amplia una precedente direttiva introducendo nuovi requisiti di ecoprogettazione per quasi tutte le categorie di prodotti, affianca a questa previsione anche il passaporto digitale, con l’obiettivo di rendere tracciabili e verificabili le performance di sostenibilità, ambientali e non solo, richieste alle imprese.

Nel testo dell’ESPR il DPP è concepito come infrastruttura regolatoria distribuita, capace di accompagnare il prodotto lungo tutto il ciclo di vita. A fruire delle informazioni relative al singolo prodotto non saranno soltanto gli acquirenti finali né solo gli altri attori economici che intervengono nella filiera. L’obiettivo del passaporto è anche quello di abilitare nuovi modelli di business basati su riparazione, riuso e riciclo e, non ultimo, quello di favorire le attività di controllo da parte delle autorità che esercitano funzioni di vigilanza.

Un recente rapporto del Joint Research Centre intitolato “Methodology for defining data requirements for the Digital Product Passport under the ESPR framework chiarisce questa impostazione, sottolineando che il DPP deve essere costruito a partire dai casi d’uso e non da una lista astratta di dati. Questa scelta metodologica riflette una consapevolezza politica: i dati non sono neutrali, ma incorporano relazioni di potere tra attori della filiera. Definire quali dati includere significa, implicitamente, ridefinire tali relazioni.

Tempi e modalità di attuazione

A differenza di altri strumenti normativi europei, il DPP non entrerà in vigore attraverso un’unica scadenza uniforme. L’ESPR, che è un regolamento quadro, prevede infatti una implementazione progressiva attraverso atti delegati settoriali con i quali saranno definiti nel dettaglio i requisiti per gruppi di prodotti specifici.

Questo approccio “a strati” risponde a due esigenze contrapposte. Da un lato, la necessità di evitare una standardizzazione prematura che rischierebbe di essere inefficace in settori molto diversi tra loro; dall’altro, l’urgenza politica di dare un segnale chiaro sulla direzione della transizione industriale europea.

I primi atti delegati relativi a tessili e acciaio, attualmente in corso di definizione, dovrebbero essere adottati entro il 2026, mentre l’orizzonte della piena operatività si estende al 2030 e oltre. Questa tempistica è coerente con altre iniziative parallele, come il Regolamento batterie, che introduce già un passaporto digitale obbligatorio per alcune categorie a partire dal 2027. La scelta di una implementazione graduale comporta però un rischio evidente: la frammentazione. Senza un coordinamento forte tra i diversi atti delegati, il DPP potrebbe evolvere in una costellazione di sistemi incompatibili, vanificando uno degli obiettivi principali del regolamento, cioè l’interoperabilità.

Cosa cambia per le imprese

Per le imprese il passaporto digitale segna un cambiamento profondo: la conformità normativa non si misura più solo sul prodotto fisico ma sulla qualità, disponibilità e governance dei dati che lo descrivono. Il rapporto JRC insiste su questo punto, evidenziando come la definizione dei requisiti informativi debba essere “proporzionata” e “allineata alle pratiche esistenti”. Tuttavia, anche in questa prospettiva prudente, l’impatto organizzativo è significativo. Le imprese dovranno sviluppare capacità nuove in almeno tre ambiti: raccolta dati lungo la supply chain, interoperabilità dei sistemi informativi e gestione degli accessi. La questione più delicata riguarda proprio la supply chain. In settori come il tessile o l’elettronica, le informazioni rilevanti sono distribuite tra una molteplicità di fornitori, spesso localizzati fuori dall’UE. Il DPP impone quindi una riallocazione delle responsabilità informative, che rischia di accentuare le asimmetrie tra grandi gruppi integrati e PMI.è la stessa Commissione europea, infatti, ha evidenziare il rischio che diventi una barriera indiretta all’ingresso se non accompagnato da strumenti di supporto e standard condivisi.

La data specification methodology messa a punto dal JRC traduce gli obiettivi normativi in requisiti operativi, articolandosi in una sequenza logica che parte dall’identificazione dei casi d’uso, come la verifica della conformità, il supporto al riciclo, le informazioni al consumatore. Il punto di approdo della metodologia è invece la definizione dei singoli attributi informativi. Un processo in cui è indispensabile disporre di informazioni molto dettagliate e altrettanto ben organizzate. Il JRC sottolinea che la granularità dei dati non è una scelta tecnica neutra, ma un compromesso tra esigenze diverse: maggiore dettaglio significa maggiore utilità per alcuni attori, come ad esempio i riciclatori, ma anche maggiori costi e rischi per altri soggetti, ad esempio in termini di segreti industriali. Un altro elemento chiave è la definizione dei requisiti non funzionali, che includono interoperabilità, sicurezza, affidabilità e persistenza dei dati. In particolare, il rapporto insiste sulla necessità di evitare soluzioni tecnologiche proprietarie che possano creare barriere, discriminazioni o limitazioni della concorrenza.

La lezione del passaporto batterie e le sfide settoriali

Un passaggio particolarmente significativo del rapporto riguarda il riferimento al passaporto digitale delle batterie, introdotto dal Regolamento (UE) 2023/1542. Qui il JRC individua un modello già operativo di accesso differenziato ai dati basato sui ruoli, che diventa paradigma per il DPP più generale. Nel caso delle batterie, i dati sono suddivisi in livelli di accesso: informazioni pubbliche, dati accessibili agli operatori economici e informazioni riservate alle autorità. Questo schema risolve almeno in parte la tensione tra trasparenza e protezione dei dati sensibili.

La scelta di utilizzare il caso batterie come benchmark non è casuale. Si tratta di uno dei primi settori in cui il DPP è già normativamente definito e quindi rappresenta un laboratorio anticipato per l’ESPR. Tuttavia, la trasferibilità di questo modello ad altri settori resta aperta: ciò che funziona per un prodotto altamente standardizzato come la batteria potrebbe non essere applicabile a filiere più frammentate.

Gli esempi settoriali analizzati dalla Commissione e dal JRC mostrano con chiarezza le difficoltà di applicare un modello uniforme di DPP. Nel caso dei tessili il passaporto deve gestire una filiera globale, caratterizzata da una forte eterogeneità di materiali e processi. Le informazioni sulla composizione e sui trattamenti chimici diventano cruciali per il riciclo, ma sono anche tra le più difficili da tracciare. Nel caso dell’acciaio, oggetto di un atto preparatorio pubblicato il 13 aprile 2026, la sfida è diversa. Qui il DPP riguarda un prodotto intermedio, inserito in catene del valore complesse: l’attenzione si concentra su parametri come l’intensità di carbonio e l’origine dei materiali, in linea con gli obiettivi del Green Deal e del Carbon Border Adjustment Mechanism. Questi due casi mostrano come il DPP sia meno un “prodotto normativo” e più un framework adattivo, che deve essere declinato settore per settore.

Una piattaforma distribuita per gestire i dati

Uno dei nodi più delicati e ancora irrisolti del Digital Product Passport riguarda l’infrastruttura tecnica su cui i dati saranno ospitati e resi accessibili. Il DPP non sarà un’unica piattaforma pubblica centralizzata, ma un ecosistema federato di sistemi interoperabili. La Commissione europea prevede l’istituzione, entro il 2026, di un registro centrale che fungerà da punto di indicizzazione, una sorta di “anagrafe” dei passaporti. I dari invece resteranno distribuiti tra sistemi aziendali e provider terzi. Questo modello, coerente con le indicazioni metodologiche del Joint Research Centre, risponde a esigenze di scalabilità e di controllo industriale dei dati, ma apre un fronte critico sul piano della governance.

Il dibattito tecnico e politico si concentra in particolare sul rischio che l’infrastruttura del DPP venga progressivamente colonizzata da piattaforme proprietarie, con effetti di dipendenza tecnologica (vendor lock-in), frammentazione degli standard e opacità nella gestione dei dati. Diversi progetti europei di sperimentazione del DPP, così come le raccomandazioni di organismi di standardizzazione, insistono sulla necessità di adottare soluzioni aperte e interoperabili, anche per evitare che il DPP si trasformi in un’infrastruttura privata di regolazione del mercato. La tensione tra modelli open e modelli proprietari riflette, in realtà, un conflitto più ampio tra controllo pubblico e innovazione privata nella gestione dei dati industriali.

A questa incertezza si aggiunge un problema meno visibile ma cruciale: la persistenza del dato nel tempo. Il DPP è concepito per accompagnare il prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita, ma cosa accade se l’impresa che lo ha generato cessa l’attività? Le prime indicazioni suggeriscono la necessità di sistemi di backup, archiviazione distribuita e meccanismi di trasferimento della responsabilità: una sorta di “custodia” del passaporto digitale indipendente dal destino giuridico del produttore. Tuttavia, il quadro normativo resta incompleto e lascia aperta una questione centrale: chi garantisce la continuità e l’affidabilità di questa nuova infrastruttura informativa?

A ogni stakeholder le sue informazioni

Questa infrastruttura informativa stratificata è costruita attorno a un principio chiave: la differenziazione dell’accesso in funzione del ruolo lungo il ciclo di vita del prodotto. Questa impostazione emerge con chiarezza sia nel Regolamento ESPR sia, in forma più avanzata, nel Regolamento batterie, ed è ulteriormente sistematizzata nel rapporto del Joint Research Centre , che individua nei “data access tiers” (livelli di accesso ai dati) uno degli snodi centrali della progettazione del DPP.

La logica è chiara: non tutti i dati devono essere accessibili a tutti, ma ogni stakeholder deve poter accedere a informazioni pertinenti, sufficienti e proporzionate rispetto alle proprie funzioni economiche o istituzionali: a chi deve acquistare servono informazioni diverse rispetto a chi deve ad esempio manutenere il prodotto. Per i consumatori, il DPP è concepito come uno strumento di trasparenza orientata alla scelta, non come un database tecnico. Le informazioni accessibili saranno quindi selezionate e semplificate, ma non per questo marginali. Secondo la Commissione europea e le indicazioni metodologiche del JRC, il livello “consumer-facing” del DPP includerà dati relativi alla durabilità prevista del prodotto, alla sua riparabilità, alla presenza di sostanze pericolose rilevanti e, in alcuni casi, all’impronta ambientale. Nel settore tessile, ad esempio, si prevede che il passaporto renda visibili la composizione delle fibre e le istruzioni per il fine vita, mentre nel settore batterie saranno accessibili informazioni su prestazioni e capacità. L’esigenza è quella di fornire informazioni utili senza generare overload informativo. Il rischio di una “trasparenza opaca”, in cui i dati sono formalmente disponibili ma non realmente comprensibili, è riconosciuto anche nel dibattito accademico, che insiste sulla necessità di interfacce intuitive e standardizzate.

Accesso al passaporto per gli operatori della filiera

Per  produttori, fornitori e distributori il DPP rappresenta un’infrastruttura molto più densa e operativa. Qui le informazioni non servono solo a descrivere il prodotto, ma a gestire processi industriali e responsabilità legali. Il rapporto JRC sottolinea che questi stakeholder avranno accesso a dati dettagliati sulla composizione dei materiali, sui processi produttivi rilevanti ai fini ambientali, sulla provenienza delle materie prime e, in alcuni casi, sulle prestazioni tecniche certificate. Nel caso dell’acciaio, ad esempio, l’atto preparatorio della Commissione evidenzia l’importanza di tracciare l’intensità di carbonio lungo la filiera, dato cruciale per politiche come il Carbon Border Adjustment Mechanism.

Una delle innovazioni più rilevanti del DPP riguarda il ruolo degli operatori del ciclo di vita esteso: manutentori, riparatori, ricondizionatori. In linea con il “right to repair” promosso dall’UE, il DPP è pensato come leva per abilitare nuovi mercati di servizi. Per questi attori, il livello di accesso include informazioni tecniche più dettagliate: schemi dei componenti, disponibilità di pezzi di ricambio, istruzioni di smontaggio, dati su aggiornamenti e manutenzione. Nel settore delle batterie, ad esempio, il passaporto digitale prevede l’accesso a informazioni necessarie per la diagnosi e la sostituzione dei moduli. Il JRC evidenzia come questo livello di accesso sia cruciale per superare uno dei principali colli di bottiglia dell’economia circolare: la mancanza di informazioni affidabili sui prodotti usati. Anche per gli operatori del fine vita – riciclatori, impianti di trattamento, gestori di rifiuti – sarà necessario accedere ai dati del DPP per conoscere la composizione dettagliata dei materiali, la presenza di sostanze pericolose, le modalità di disassemblaggio e le indicazioni su separazione e trattamento. Ecco perché i dati devono essere accurati, aggiornati e standardizzati: errori o ambiguità possono compromettere l’intero processo di recupero.

Autorità pubbliche altri soggetti interessati

Per le autorità pubbliche, in primis le autorità di vigilanza del mercato e le dogane, il DPP assume una funzione di strumento di enforcement normativo. Per questo soggetti l’accesso ai dati è il più ampio e include anche informazioni riservate non disponibili ad altri attori. Il modello delineato dal Regolamento batterie, ripreso dal JRC, prevede che queste autorità possano accedere a tutti i dati necessari per verificare la conformità ai requisiti ambientali, di sicurezza e di tracciabilità, anche al fine di controllare con maggiore facilità ed efficacia i prodotti importati, avvicinando il sistema a forme di monitoraggio continuo.

Oltre agli attori esplicitamente menzionati nella normativa, il dibattito europeo e alcune sperimentazioni in corso suggeriscono l’emergere di ulteriori categorie di stakeholder. Le compagnie assicurative, ad esempio, potrebbero utilizzare i dati del DPP per valutare il rischio associato ai prodotti, mentre gli operatori della finanza sostenibile potrebbero avre l’interessa ad accedere a informazioni affidabili sulla performance ambientale lungo la filiera. Anche i fornitori di servizi digitali come le piattaforme di tracciabilità o i marketplace del riuso rappresentano potenziali fruitori del DPP. Questi sviluppi non sono espressamente codificati nella normativa, ma indicano una traiettoria chiara: il DPP potrebbe evolvere da strumento di compliance a infrastruttura abilitante per nuovi ecosistemi economici.

L’architettura informativa del Digital Product Passport riflette, dunque, un equilibrio delicato tra esigenze diverse e spesso conflittuali. Da un lato, la spinta verso una maggiore trasparenza e circolarità, dall’altro la necessità di proteggere interessi economici e dati sensibili. Il contributo del Joint Research Centre è stato quello di tradurre questo equilibrio in una metodologia operativa, fondata su livelli di accesso, granularità dei dati e casi d’uso. Ma la sua implementazione concreta dipenderà dalle scelte che verranno fatte nei singoli atti delegati e negli standard tecnici.

Sperimentazioni e standard

Parallelamente allo sviluppo normativo, l’Unione Europea sta finanziando numerosi progetti pilota per testare il DPP in contesti reali. Tra questi, iniziative come CIRPASS e DPP4EU stanno esplorando soluzioni tecniche e modelli di governance dei dati. Un ruolo cruciale è svolto da CEN-CENELEC, le organizzazioni europee per la normazione tecnica incaricate di sviluppare standard tecnici che garantiscano interoperabilità e coerenza tra i diversi sistemi. La standardizzazione è infatti il vero terreno su cui si giocherà il successo del DPP: senza standard condivisi, il rischio è la proliferazione di soluzioni incompatibili. Secondo documenti ufficiali della Commissione europea, la roadmap di standardizzazione prevede la definizione di specifiche comuni entro il 2026-2027, in parallelo con l’adozione dei primi atti delegati.

Sebbene il DPP sia una iniziativa europea, segnali di convergenza emergono anche in altri contesti. Negli Stati Uniti, alcune iniziative nel settore elettronico stanno sperimentando sistemi di tracciabilità simili, mentre in Asia e in particolare in Cina si sviluppano piattaforme digitali per la gestione dei materiali lungo la filiera industriale. Questi esperimenti non sono ancora comparabili al DPP europeo in termini di ambizione normativa, ma indicano una tendenza più ampia: la trasformazione dei dati di prodotto in infrastruttura strategica. Il rischio, in questo scenario, è quello di una frammentazione globale degli standard, con implicazioni rilevanti per il commercio internazionale. In questo senso, il DPP potrebbe diventare uno strumento di “potere regolatorio” dell’UE, analogamente a quanto avvenuto con il GDPR, le regole sulla tutela della privacy.

Il Digital Product Passport non è ancora una realtà compiuta, ma un cantiere normativo e tecnologico in piena evoluzione. La sua riuscita dipenderà dalla capacità di bilanciare esigenze diverse: trasparenza e protezione dei dati, standardizzazione e flessibilità, ambizione politica e sostenibilità economica. Il contributo del JRC, con la sua metodologia, rappresenta un tentativo di dare coerenza a questo processo. Ma la vera sfida si giocherà nell’implementazione, dove le scelte tecniche diventeranno inevitabilmente scelte politiche. Se il DPP riuscirà a trasformarsi da obbligo normativo a infrastruttura condivisa, potrà effettivamente contribuire a riscrivere le regole del mercato europeo.

BOX

Prove tecniche di DPP: le sperimentazioni UE in corso

Se sul piano normativo rappresenta un’infrastruttura ancora incompleta, è nei progetti pilota finanziati dall’Unione Europea che il Digital Product Passport sta prendendo forma concreta. In questi spazi sperimentali si stanno testando le scelte che determineranno il funzionamento reale del sistema: architetture tecnologiche, modelli di governance dei dati, standard di interoperabilità. Tra questi, iniziative come CIRPASS e DPP4EU rappresentano i principali laboratori europei, ma non sono gli unici.

Il progetto CIRPASS (Collaborative Initiative for a Standards-based Digital Product Passport) è probabilmente il più avanzato dal punto di vista metodologico. Finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma Digital Europe, CIRPASS ha avuto il compito di tradurre le indicazioni politiche dell’ESPR in specifiche tecniche e modelli operativi concreti. Il suo approccio si distingue per una scelta precisa: costruire il DPP come sistema standard-based e open, evitando soluzioni proprietarie e favorendo la compatibilità tra settori diversi. Non a caso, il progetto ha lavorato in stretto coordinamento con gli organismi di standardizzazione europei, contribuendo alla definizione di requisiti comuni su identificatori di prodotto, strutture dati e protocolli di accesso. Il contributo più interessante di CIRPASS riguarda la governance. Il progetto ha esplorato diversi modelli di gestione dei dati, mettendo in evidenza, da un lato, l’esigenza delle imprese di mantenere il controllo sui dati sensibili, dall’altro, la necessità di garantire accesso e trasparenza per altri stakeholder. In questo senso, CIRPASS ha rafforzato l’idea di un DPP organizzato per livelli di accesso, già presente nel regolamento batterie e nella metodologi amessa a punto dal Joint Research Centre, ma ancora da stabilizzare sul piano normativo.

Accanto a CIRPASS, il progetto DPP4EU si colloca su un piano più operativo e industriale. Qui l’attenzione si sposta dalla definizione degli standard alla sperimentazione concreta in contesti produttivi reali, con un coinvolgimento diretto di imprese e filiere. DPP4EU ha lavorato, tra l’altro, su casi applicativi nei settori tessile ed elettronico, testando la fattibilità della raccolta dati lungo supply chain complesse e globalizzate. I risultati preliminari mostrano chiaramente uno dei principali colli di bottiglia del DPP: la difficoltà di ottenere dati affidabili e comparabili dai fornitori a monte, spesso localizzati fuori dall’Unione Europea.

Questi due progetti, pur diversi per approccio, convergono su un punto: il DPP non può essere imposto top-down senza una co-evoluzione tra regolazione, tecnologia e pratiche industriali. Ed è proprio questa co-evoluzione che altri progetti europei stanno cercando di accelerare.

Tra questi, il consorzio Catena-X, pur non essendo nato specificamente per il DPP, rappresenta un esempio rilevante di infrastruttura dati distribuita nel settore automotive. Catena-X sviluppa un ecosistema federato per la condivisione di dati lungo la filiera, basato su principi di sovranità del dato e interoperabilità. Non a caso, diversi osservatori considerano Catena-X una possibile “prefigurazione industriale” del passaporto digitale.

Un altro filone di sperimentazione riguarda l’integrazione del DPP con tecnologie di registro distribuito. L’European Blockchain Services Infrastructure (EBSI), promossa dalla Commissione e dagli Stati membri, ha avviato test per l’uso della blockchain nella tracciabilità dei prodotti e dei materiali. L’ipotesi è che queste tecnologie possano garantire integrità e immutabilità dei dati, ma il dibattito resta aperto: i costi, la scalabilità e la governance di queste soluzioni pongono interrogativi non banali.