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Industrial Accelerator Act, l’alba di una nuova politica industriale UE

Il 4 marzo 2026 la Commissione Von der Leyen ha presentato l'Industrial Accelerator Act: procedure autorizzative semplificate, appalti pubblici come leva industriale, condizioni più stringenti per gli investimenti esteri strategici. Sullo sfondo, la presa d'atto che tariffe, sussidi e controlli sulle esportazioni non sono più strumenti tecnici ma armi geopolitiche. Leggi l'analisi di Raffaele Lupoli.

di Raffaele Lupoli

L’era dei dazi e della “geoeconomic confrontation” mette in cantina l’idea che la prosperità industriale possa andare di pari passo con l’apertura commerciale, le regole comuni, la concorrenza disciplinata e l’interdipendenza. I conflitti economici e armati spingono verso una compressione delle filiere, la produzione industriale torna a rappresentare la potenza di un Paese e le catene del valore diventano terreno di competizione strategica. L’Europa prende atto di queste profonde e repentine trasformazioni e presenta, attraverso una proposta della Commissione Von der Leyen del 4 marzo 2026, l’Industrial Accelerator Act (IAA). L’Esecutivo UE prende atto che tariffe, sussidi, controlli sugli investimenti, standard industriali e restrizioni sulle esportazioni non sono più soltanto meccanismi tecnici di politica commerciale ma leve di competizione geopolitica. L’Industrial Accelerator Act tenta così di mantenere un mercato aperto e regolato, ma introducendo forme di selettività industriale sufficienti a ridurre dipendenze strategiche e ricostruire capacità produttiva in settori ritenuti essenziali.

I numeri della riconfigurazione economica

I dati sul commercio mondiale aiutano a capire perché questa svolta non possa essere letta come una semplice scelta ideologica. Secondo l’ultimo monitoraggio della World Trade Organization (WTO), tra la fine del 2024 e la metà del 2025 il valore degli scambi globali interessati da nuove misure restrittive ha raggiunto livelli senza precedenti nel sistema commerciale contemporaneo, mentre lo stock di misure restrittive all’importazione copre ormai quasi un quinto del commercio mondiale. Non si tratta di una deviazione temporanea. Da oltre un decennio la WTO osserva una crescita costante di interventi statali che incidono direttamente sulla competizione industriale, segnando un progressivo scivolamento dal multilateralismo regolato della globalizzazione classica verso una geografia economica più frammentata e competitiva.

A questa riconfigurazione economica si sovrappone un contesto geopolitico che rende ancora più evidente il ritorno della politica industriale come strumento di sicurezza. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel 2024 la spesa militare europea, Russia inclusa, è cresciuta del 17%, raggiungendo 693 miliardi di dollari, mentre nel quinquennio 2021-2025 le importazioni di armamenti dei paesi europei sono più che triplicate. Numeri che non appartengono soltanto alla sfera della difesa: indicano un continente che si muove dentro un ambiente strategico radicalmente diverso da quello che aveva accompagnato la lunga fase di espansione del commercio globale. La guerra russa contro l’Ucraina, le tensioni nello spazio indo-pacifico, le restrizioni tecnologiche tra Stati Uniti e Cina, la più recente guerra all’Iran e la crescente politicizzazione delle catene di approvvigionamento hanno progressivamente dissolto l’idea che interdipendenza economica e stabilità geopolitica coincidano. In questo quadro la sicurezza economica diventa una componente della sicurezza tout court, e la capacità di produrre ad esempio acciaio a basse emissioni, batterie, tecnologie energetiche, componenti industriali critici smette di essere soltanto una questione di competitività. È un tema di autonomia strategica, di resilienza sistemica e, in ultima analisi, di potere.

La traiettoria della competitività

È dentro questo cambiamento di contesto che si inserisce la nuova traiettoria della politica industriale europea. Negli ultimi due anni, una serie di documenti strategici ha progressivamente ridefinito il modo in cui Bruxelles guarda alla competitività del continente. Il punto di svolta simbolico è stato il rapporto sulla competitività europea guidato da Mario Draghi nel 2024, che ha sostenuto la necessità di un salto di scala negli investimenti industriali e tecnologici europei per evitare un declino relativo rispetto a Stati Uniti e Cina. Quel lavoro ha alimentato la successiva agenda della Commissione: prima il Competitiveness Compass presentato all’inizio del 2025, poi il Clean Industrial Deal, che propone di connettere esplicitamente la transizione climatica con il rilancio produttivo dell’industria europea. In entrambi i documenti emerge una diagnosi comune: l’Europa non può più limitarsi a difendere un modello economico fondato su apertura commerciale e regolazione della concorrenza, ma deve sviluppare strumenti in grado di sostenere attivamente la propria base industriale in un contesto globale sempre più competitivo. L’Industrial Accelerator Act nasce da questa diagnosi e rappresenta uno dei primi tentativi di tradurla in architettura normativa concreta.

Procedure più snelle e stretta sugli appalti

Questa proposta di regolamento della Commissione mira a introdurre misure capaci di rafforzare la capacità produttiva europea nei settori industriali strategici riportando la manifattura nel continente al 20% del PIL europeo entro il 2035. Il primo pilastro dell’Industrial Accelerator Act riguarda un problema strutturale spesso evocato dall’industria europea: la lentezza delle procedure autorizzative. Il testo propone di introdurre un processo amministrativo più coordinato per i progetti manifatturieri considerati strategici, basato su un principio sintetizzato nella formula “one project, one submission”. L’idea è che un singolo progetto industriale debba poter essere valutato attraverso una procedura integrata, con un unico punto di accesso amministrativo e tempi più prevedibili per il rilascio delle autorizzazioni. La Commissione prevede inoltre la possibilità per gli Stati membri di individuare specifiche “industrial acceleration areas”, cioè zone nelle quali i procedimenti autorizzativi possano essere semplificati e concentrati. L’obiettivo è ridurre uno dei fattori che più frequentemente scoraggiano gli investimenti produttivi nel continente: la combinazione tra molteplicità di autorità competenti, incertezza dei tempi decisionali e frammentazione regolatoria tra i diversi livelli amministrativi.

Il provvedimento affronta poi una questione più strutturale: come creare mercati sufficientemente ampi per i prodotti industriali europei a basse emissioni. Nell’Unione europea la spesa per appalti pubblici ammonta al 14-15 per cento del PIL secondo le stime dell’OCSE: può dunque diventare uno strumento di politica industriale oltre che di gestione della spesa pubblica. L’IAA propone perciò di introdurre criteri più stringenti negli appalti e nei regimi di sostegno pubblico per alcuni settori industriali strategici, tra cui acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie net-zero. Questi criteri dovrebbero combinare requisiti legati all’impronta carbonica dei prodotti con elementi di origine o di contenuto europeo, nella logica di favorire filiere industriali in grado di coniugare decarbonizzazione e capacità produttiva locale. La Commissione esplicita che non si tratta di trasformare gli appalti in strumenti protezionistici in senso stretto, ma di utilizzare la massa critica della domanda pubblica per sostenere la transizione industriale europea in un contesto globale caratterizzato da sussidi e politiche industriali aggressive da parte di altre grandi economie.

Investimenti esteri e appalti “condizionati”

Un altro pilastro dell’Industrial Accelerator Act tocca probabilmente il terreno più sensibile dell’intero impianto normativo: il rapporto tra apertura agli investimenti internazionali e tutela della base industriale europea. La proposta stabilisce condizioni più stringenti per alcuni investimenti esteri di grande dimensione nei settori industriali ritenuti strategici. In particolare, per progetti superiori a determinate soglie finanziarie e in comparti caratterizzati da forti concentrazioni produttive globali come batterie, tecnologie fotovoltaiche, veicoli elettrici o materiali critici il testo prevede che gli investimenti possano essere accompagnati da impegni specifici sul piano occupazionale, sulla ricerca e sviluppo e sul trasferimento tecnologico. La logica sottostante è quella di una apertura condizionata: gli investimenti internazionali dovranno contribuire a creare  capacità industriali locali piuttosto che limitarsi a utilizzare il mercato europeo come semplice sbocco commerciale o piattaforma di assemblaggio. È un equilibrio delicato, perché risponde alla crescente preoccupazione europea per le dipendenze strategiche ma rischia di incidere sulla percezione dell’Unione come una delle aree economiche più aperte agli investimenti globali.

C’è però un elemento in particolare che segnala il cambiamento di clima nella politica economica europea: la commissione ha introdotto nel documento il principio di reciprocità nell’accesso al mercato degli appalti pubblici. Le imprese controllate o fortemente sostenute da governi di Paesi terzi non potranno beneficiare delle opportunità offerte dal mercato europeo senza garantire condizioni equivalenti alle imprese dell’Unione nei rispettivi mercati nazionali. Nello specifico, il testo prevede la possibilità di limitare la partecipazione a determinate gare pubbliche o a regimi di sostegno quando gli operatori provengono da economie che non offrono accesso comparabile agli operatori europei. Sono previste anche delle clausole di flessibilità: gli Stati membri possono derogare ai criteri di preferenza europea quando ciò comporterebbe aumenti eccessivi dei costi, ritardi significativi nei progetti o una carenza di offerte adeguate. La previsione del principio e al contempo della possibilità di derogarlo ritrae con precisione la tensione europea tra la necessità di difendere le proprie filiere industriali e quella di non bloccare gli investimenti esteri né compromettere la realizzazione di progetti strategici.

Il rischio di oneri maggiori nel breve termine

L’IAA ridefinisce la funzione economica della spesa pubblica: da meccanismo neutrale di allocazione delle risorse a leva attiva per orientare la trasformazione produttiva. Utilizzare gli appalti pubblici come leva industriale significa inevitabilmente ridefinire il criterio con cui si valuta l’efficienza della spesa pubblica. La stessa valutazione d’impatto che accompagna la proposta della Commissione riconosce che le nuove regole potrebbero comportare oneri amministrativi aggiuntivi e, in determinate circostanze, prezzi più elevati per alcune categorie di prodotti industriali: il bilanciamento tra costo immediato ed effetti strategici di lungo periodo diventa una scelta esplicitamente politica. In altre parole, l’Unione sta suggerendo che una parte dell’efficienza economica di breve periodo possa essere sacrificata in nome della resilienza industriale e della sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Non sorprende, quindi, che le prime reazioni delle organizzazioni industriali europee abbiano mostrato una combinazione di interesse e cautela. BusinessEurope, la principale federazione delle imprese europee, ha riconosciuto che l’iniziativa arriva in un momento in cui molte industrie del continente operano sotto una pressione competitiva crescente, legata sia al differenziale di costi energetici rispetto ad altre grandi economie sia alla diffusione di politiche industriali aggressive da parte di Stati Uniti e Cina. Allo stesso tempo, tuttavia, l’organizzazione ha messo in guardia dal rischio che alcune misure possano generare nuove complessità regolatorie o indebolire l’attrattività europea per gli investimenti internazionali. Il direttore generale Markus J. Beyrer ha sintetizzato questa ambivalenza osservando che la proposta “arriva in un momento cruciale per l’industria europea” ma che il suo impatto dipenderà dalla capacità di evitare nuovi ostacoli amministrativi o incoerenze con altri strumenti normativi già esistenti, in particolare nel campo dello screening degli investimenti esteri.

I timori della PMI e del settore del riciclo

Dal canto suo Eurochambres, il network che riunisce le Camere di commercio europee, ha accolto positivamente l’intenzione della Commissione di accelerare i processi autorizzativi e di rafforzare i cluster industriali, ma ha messo in guardia dal rischio che i nuovi criteri di preferenza industriale possano risultare difficili da applicare per le imprese più piccole. Il punto non riguarda soltanto il contenuto delle regole, ma la loro praticabilità amministrativa. Requisiti complessi di contenuto locale, verifiche sull’impronta carbonica dei materiali, procedure di certificazione e controlli sulle catene di fornitura potrebbero infatti comportare oneri amministrativi significativi, che le grandi imprese sono in grado di gestire con maggiore facilità rispetto alle PMI, che costituiscono una componente essenziale dell’economia manifatturiera europea.

Diverse organizzazioni della società civile e del mondo della standardizzazione sostengono invece che l’Industrial Accelerator Act non sfrutti pienamente il potenziale degli appalti pubblici come leva per accelerare la decarbonizzazione industriale. ECOS, una delle principali organizzazioni europee impegnate nelle politiche di standardizzazione ambientale, ha osservato che le quote previste per prodotti industriali low-carbon in settori come acciaio e cemento risultano ancora relativamente modeste rispetto alla dimensione del mercato pubblico europeo. Federica Pozzi, responsabile del programma Buildings & Industry dell’organizzazione, ha affermato che l’Europa “dispone di uno strumento potente con il green public procurement, ma la proposta non ne sfrutta appieno il potenziale”. In questa lettura, il problema dell’IAA non è quello di proteggere troppo l’industria europea, ma di farlo senza introdurre una condizionalità ambientale sufficientemente ambiziosa. Dalle industrie della circolarità arriva invece l’accusa di un’impostazione industriale troppo centrata sulla manifattura primaria e troppo poco attenta al ruolo strategico del riciclo. L’associazione europea delle industrie del riciclo, EuRIC, ha definito l’impostazione della proposta “un’occasione persa di ridurre la dipendenza di materie prime e rafforzare la base industriale circolare dell’Europa”, osservando che il recupero e il riutilizzo dei materiali rappresentano una delle strategie più efficaci per ridurre sia le emissioni sia l’esposizione geopolitica alle forniture di materie prime critiche.

I rischi di un’Europa frammentata

Restano infine, neanche troppo sullo sfondo, alcune questioni molto delicate da redimere: il provvedimento proposto dalla Commissione e che ora dovrà affrontare il vaglio dei colegislatori europei prova a prevenire il rischio di una frammentazione del mercato unico sotto la pressione delle politiche industriali nazionali. Le nuove misure dovrebbero evitare reazioni nazionali disordinate alla competizione globale, che rischierebbero di indebolire ulteriormente il mercato unico attraverso sussidi nazionali divergenti o politiche industriali non coordinate. Tuttavia, proprio la natura multilivello dell’economia europea rende questa operazione complessa. La capacità degli Stati membri di sostenere nuovi investimenti industriali resta infatti molto diversa, e l’efficacia di strumenti come l’accelerazione autorizzativa o i criteri di domanda pubblica dipenderà inevitabilmente dalla qualità amministrativa, dalle risorse fiscali e dalla struttura industriale dei singoli paesi. Anche per queste ragioni ci si chiede infine se l’Europa disponga davvero delle condizioni economiche e politiche per sostenere nel tempo una strategia industriale di scala continentale. L’Industrial Accelerator Act interviene su alcuni nodi importanti come i tempi autorizzativi, la domanda pubblica, le condizioni sugli investimenti, ma riconosce implicitamente che la competitività industriale europea dipende da fattori molto più ampi. Il differenziale nei prezzi dell’energia rispetto ad altre grandi economie, la persistente frammentazione del mercato dei capitali, le asimmetrie fiscali tra Stati membri e le diverse capacità amministrative nazionali continuano a incidere sulla capacità del continente di attrarre e trattenere investimenti produttivi. In questa prospettiva, più che una soluzione autosufficiente, la proposta della Commissione appare come il primo tassello di una trasformazione più ampia della politica economica europea. Se riuscirà a tradursi in una strategia coerente dipenderà dalla capacità dell’Unione di affrontare  questi nodi strutturali. In caso contrario, il rischio è che l’Europa scopra di aver riconosciuto troppo tardi che la politica industriale è tornata al centro della competizione globale, e di non aver ancora costruito gli strumenti necessari per praticarla con la stessa continuità e intensità dei suoi principali concorrenti.