Skip to main content

Filiera recupero tessili, EPR urgente per superare la crisi

In Italia i raccoglitori di rifiuti tessili urbani, uno per uno, stanno sospendendo le operazioni nei Comuni dove svolgono il servizio. Scopri le ragioni e gli sviluppi della crisi, e le proposte messe in campo dagli stakeholder per giungere a una soluzione.

In Italia i raccoglitori di rifiuti tessili urbani, uno per uno, stanno sospendendo le operazioni nei Comuni dove svolgono il servizio. Un’azione legittima, visto che non esistono più le basi economiche per continuare a lavorare. Una tragedia che era stata ampiamente annunciata, lo scorso 24 giugno, durante un convegno organizzato dagli operatori del settore presso la sede di Confcommercio a Roma. Diversamente da altre raccolte differenziate, dove chi raccoglie è pagato per prestare il servizio, i raccoglitori di rifiuti tessili operano tradizionalmente in modo gratuito, o addirittura riconoscono contributi economici alle aziende d’igiene d’urbana o ai Comuni del territorio. “Uno schema di servizio reso possibile dal valore economico della frazione riutilizzabile, che viene separata durante le operazioni di trattamento e poi rivenduta a canali di distribuzione della seconda mano che si trovano soprattutto all’estero”, aveva sottolineato durante il convegno l’esponente di Assorecuperi Pietro Luppi. “Ma oggi questo valore economico non c’è più, e a meno che le condizioni del servizio non cambino non ci sono più i presupposti per proseguire”.

Le cause della crisi

Dettagli e cause dell’emergenza sono stati comunicati pochi giorni dopo al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) in una relazione illustrativa firmata dalle associazioni di categoria di raccoglitori e selezionatori. A provocare il crollo verticale dei valori di mercato della frazione tessile, è stata una serie di fattori concomitanti:

  • Chiusura dei mercati di sbocco ucraino e russo, in seguito alla guerra; i due paesi erano tra i maggiori compratori mondiali di abiti usati; inoltre, a) il conseguente aumento del costo del carburante ha aumentato l’incidenza dei costi di trasporto, b) in alcuni paesi di sbocco dell’abbigliamento usato, dove i panieri del consumo domestico sono particolarmente poveri, l’aumento del prezzo del grano ha determinato una riduzione della domanda di abiti usati con un effetto diretto sui prezzi finali;
  • Moratorie e restrizioni nei Paesi di destinazione: in Asia ed Africa esiste una consolidata tendenza a imporre limiti o divieti all’importazione di indumenti usati, ritenuti responsabili della distruzione del tessuto produttivo locale. Tali restrizioni generano continue incertezze operative e bloccano i flussi commerciali;
  • Crollo della qualità dei prodotti raccolti: l’espansione del modello “fast fashion”, basato su abbigliamento a basso costo, alta rotazione e scarsa durabilità, ha fatto precipitare la qualità media dei capi presenti nei contenitori stradali. Sempre più materiali risultano non idonei al riutilizzo e non riciclabili;
  • Criticità emergenti nei mercati di destinazione: i clienti esteri – spesso importatori in Africa, Europa dell’Est e Asia – richiedono tempi di pagamento più lunghi o non saldano affatto gli ordini, riducendo drasticamente il flusso di liquidità dei selezionatori, che restano esposti finanziariamente.

A causa di questi fattori il valore della frazione riutilizzabile è crollato fino al 70% rispetto ai livelli pre-2020, con effetti devastanti sull’intera filiera del recupero. Ad aggravare la situazione degli operatori italiani, i contributi economici pubblici o dei produttori ricevuti dai raccoglitori di altri paesi europei; grazie a questa iniezione di fondi, i raccoglitori di questi altri paesi offrono agli impianti di selezione abiti usati a prezzi molto più bassi di quelli che i raccoglitori nostrani riescono ad applicare.

“Lo scenario di catastrofe era nell’aria già da tempo”, spiega il Vicedirettore di Confindustria Moda Mauro Chezzi.  “Nel novembre 2021 Confindustria Moda, con l’invio di un articolato e documentato position paper, aveva allertato l’allora Ministero della Transizione Ecologica delle inevitabili conseguenze dei megatrend di impoverimento della qualità dei rifiuti, chiusura dei mercati di sbocco e saturazione dei canali di simbiosi industriale. Con un atto poco comune nel settore industriale, il tessile-moda made in Italy aveva dichiarato di essere pronto a sobbarcarsi fin da subito l’onere finanziario ed organizzativo di un regime EPR. Se i produttori fossero stati ascoltati, molte piccole imprese del settore, portatrici di preziosi asset e know-how, avrebbero evitato la crisi o il fallimento”.

I prossimi passi

Dopo l’istituzione, a settembre, di un tavolo di crisi con tutti gli stakeholder, lo scorso 24 ottobre il Capo del Dipartimento Sviluppo Sostenibile del MASE, l’Ing. Laura D’Aprile, ha finalmente annunciato, pubblicamente, di fronte alla platea del Venice Sustainable Forum, che nel primo trimestre del 2026 entrerà in vigore il regime di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) del settore tessile-moda, in virtù del quale le perdite delle filiere del recupero saranno coperte dai contributi ambientali dei produttori. “Lo schema di regolamento è già stato sottoposto alle associazioni di settore e concertato col ministero delle Imprese”, ha dichiarato la D’Aprile, “ed è nella fase di ultima revisione da parte degli uffici legislativi”. La dirigente ha anche ribadito che il Ministero, prendendo spunto dai provvedimenti del governo francese, sta lavorando a un intervento per contrastare l’invasione dell’ultra fast fashion, che è una delle principali cause del collasso economico del settore dei recuperatori.

Le dichiarazioni della D’Aprile sono state accolte con estremo favore dai consorzi di produttori, che in Italia si sono costituiti già a partire dall’introduzione obbligatoria della raccolta differenziata dei tessili, il primo gennaio 2022, e che ormai da tempo sono pronti ad operare. È “fondamentale una tempestiva adozione del decreto per garantire competitività e sostenibilità al sistema”, si legge in una nota diffusa il 28 ottobre dai consorzi Retex.green, RE.CREA, Cobat Tessili, Ecotessili, EPR Italia e Redress. I Consorzi, si legge nella nota, “sono pronti a fare la loro parte anche in termini di nuovi investimenti e sottolineano come un quadro normativo stabile, coerente e pienamente operativo sia fondamentale per garantire una gestione efficiente dei rifiuti tessili e consolidare la leadership nella sostenibilità della filiera nazionale, a patto che tale cornice regolatoria venga celermente definita. Infatti, in un quadro europeo che impone target sempre più ambiziosi e in un contesto internazionale ad alto tasso di competitività, la mancanza di regole definite ha finora rallentato la creazione dei nuovi sistemi di raccolta e riciclo, con ripercussioni sulla competitività delle imprese italiane rispetto ai Paesi già attivi sul fronte EPR. I Consorzi, e le imprese da essi rappresentate, ribadiscono pertanto l’importanza della tempestiva pubblicazione del decreto per l’EPR dei prodotti tessili, essenziale per pianificare investimenti, innovare i processi, adottare le migliori best practice in termini di tracciabilità e trasparenza della gestione dei rifiuti, ma soprattutto allinearsi agli obiettivi di economia circolare delle strategie unionali”.