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Perché l’EPR tessile francese è passato da finanziario ad organizzativo?

Il regime francese di Responsabilità Estesa del Produttore del Tessile, che in Italia è a volte invocato come modello da imitare, ha cambiato radicalmente impostazione dal 2023. Non più un modello finanziario, basato sull’elargizione di denaro a riutilizzatori e riciclatori, ma un modello finanziario ed organizzativo. Scopri nell’articolo i motivi di questo cambio di rotta.

Il regime francese di Responsabilità Estesa del Produttore del Tessile, che in Italia è a volte invocato come modello da imitare, ha cambiato radicalmente impostazione dal 2023. Non più un modello finanziario, basato sull’elargizione di denaro a riutilizzatori e riciclatori, ma un modello finanziario ed organizzativo, dove Re-fashion, l’organismo collettivo dei produttori francesi del tessile-moda, assume ruoli operativi e di coordinamento delle filiere del recupero.

Ad annunciare la svolta è stata Maud Hardy, Direttrice Generale di Re-fashion, all’indomani del rinnovo del contratto sessennale tra l’organismo dei produttori e il Ministero francese della Transizione Ecologica e dell’Economia. Nel comunicato stampa del 6 gennaio del 2023, la manager ha affermato che, ai fini del raggiungimento dei risultati ambientali, i soggetti coinvolti nelle operazioni della filiera non vanno solo finanziati, ma anche accompagnati.

“Passando da un ruolo puramente finanziario a un ruolo operativo, abbiamo l’ambizione di divenire l’attore di riferimento della transizione, a servizio della collettività, per diffondere nuove maniere di ottimizzare le risorse all’interno delle filiere. Gestendo gli effetti ambientali prima, durante e dopo l’utilizzo dei prodotti da parte del consumatore”.

“Siamo portatori di una visione di Filiera Tessile responsabile ed impegnata a ridurre il suo impatto ambientale, creando valore a beneficio di tutti, mettendo assieme e accompagnando tutti i player, dalla produzione al consumo fino alla rigenerazione”, ha riferito l’esponente dell’organismo dei produttori tessili francesi.

Le ragioni della svolta

Quando è stata nominata Direttrice Generale di Re-Fashion, all’inizio del 2022, Maud Hardy aveva un mandato chiaro. Non si trattava solo di intervenire operativamente, al fine di incrementare risultati di raccolta differenziata tessile che erano fermi al 39% dell’immesso sul mercato nonostante il regime EPR fosse in vigore da ormai 15 anni; né soltanto di porre maggior controllo su filiere di riutilizzo e riciclaggio affidate soprattutto a canali africani ed asiatici di dubbia affidabilità.   La sfida raccolta dalla Hardy era ed è più ampia e strategica.

“Il consiglio di amministrazione ha nominato Maud Hardy all’alba di un periodo cruciale in cui il nostro eco-organismo desidera coinvolgere i marchi del settore tessile verso un’economia circolare al 100%”, ha affermato Didier Souflet, presidente del consiglio di amministrazione di Refashion.

“Questa nuova era è caratterizzata da un aumento delle risorse finanziarie impegnate per sostenere i marchi nelle loro iniziative di eco-design e accelerare l’industrializzazione del riciclo in Francia e in Europa. Abbiamo piena fiducia in Maud per affrontare queste nuove sfide”.

Non più quindi un’industria tessile-moda sovvenzionatrice di un settore del recupero tessile funzionante in base a dinamiche di mercato proprie, ma un’industria tessile-moda pienamente integrata e coinvolta nelle filiere del recupero, in un’ottica di piena circolarità.

“A contribuire in modo determinante all’aggiornamento della visione di Re-fashion è stata l’evoluzione legislativa sull’Ecodesign, che in Francia ha anticipato la norma europea. La nuova norma da un lato impone ai produttori del tessile-moda di includere contenuto riciclato nei loro prodotti, e dall’altro proibisce loro di avviare a distruzione l’invenduto. Non sono cambiamenti da poco, e vanno affrontati nel quadro di una vera e propria politica industriale: una politica dove l’EPR è un tassello fondamentale” commenta il referente del consorzio Retex.Green Mauro Chezzi.

Retex.green è nato nel 2022 come spin-off di Confindustria Moda (allora chiamata Sistema Moda Italia) e Fondazione del Tessile Italiano, con l’incarico di costruire filiere tessili circolari in un’ottica di Responsabilità Estesa del Produttore.

Il bivio italiano sull’EPR tessile

Oggi in Italia, secondo i dati ISPRA, vengono raccolte in modo differenziato circa 160.000 tonnellate annue di rifiuti tessili urbani, che ammontano grosso modo al 15% dell’immesso sul mercato. Un risultato ancora scarso, che l’Italia, in linea con la strategia europea, si appresta a migliorare fissando obiettivi quantitativi di raccolta e recupero e introducendo uno specifico regime EPR.

Ma in merito al dibattito italiano sull’EPR tessile, Mauro Chezzi manifesta forti perplessità. L’ultima bozza di Decreto sull’EPR tessile posta a consultazione pubblica dal Ministero, di fatti, continua a relegare i produttori in un ruolo essenzialmente finanziario.

“La Francia, avanguardia europea dell’EPR tessile, si è resa conto che con un approccio esclusivamente finanziario gli obiettivi ambientali e di circolarità non possono essere raggiunti. La stessa fondazione Ellen McArthur, che è uno dei maggiori think tank internazionali dell’Economia Circolare, ha scritto a chiare lettere, in uno studio del 2024, che i sistemi organizzativi sono più efficaci di quelli finanziari, perché obbligano i produttori a rendere operative le loro responsabilità e ingaggiano il loro know-how tecnico. Di conseguenza è più probabile che vengano attivate nuove filiere che colmino i gap tecnologici ed infrastrutturali, condizione essenziale per il raggiungimento degli obiettivi”.

“Se a livello internazionale la preferibilità dei modelli organizzativi è assodata e riconosciuta, come mai, nel nostro paese, si continua a dar credito a proposte di EPR basate sull’approccio esclusivamente finanziario?

“L’approccio organizzativo è ancora più cruciale in un paese, come il nostro, che vanta uno dei settori tessile-moda più forti al mondo e ha tutte le risorse per diventare leader globale del tessile circolare. Le proposte di EPR finanziario sarebbero più comprensibili in un paese privo di capacità produttiva tessile, con un mercato interno totalmente dominato dalle importazioni”, rimarca l’esponente dei produttori made in Italy.

Alle perplessità di Chezzi si sommano quelle di Giuliano Maddalena, Direttore di SAFE-Hub delle Economie Circolari, l’ente che organizza e coordina le filiere di recupero di Retex.green. Secondo Maddalena “non esistono ragioni tecniche per privilegiare il modello finanziario rispetto a quello finanziario ed organizzativo. La piena circolarità può essere introdotta solo quando la logica dell’adempimento ambientale, che è la logica incarnata dai produttori quando i regimi EPR sono in vigore, entra nel cuore organizzativo delle filiere, riconducendo a strategie più ampie la pregevole azione degli imprenditori del recupero”.

“Per i produttori” sottolinea il Direttore di SAFE, “è fondamentale mantenere una totale terzietà rispetto alle filiere del recupero, perché solo in questo modo possono adottare efficaci politiche di prevenzione del rischio. Non bisogna infatti scordarsi che il settore del recupero tessile, ancora più di altri settori del recupero, continua a essere caratterizzato da illegalità diffusa e sistematici crimini ambientali”.

“Produttori, Comuni e imprenditori sani del recupero, hanno oggi l’opportunità storica di collaborare per migliorare radicalmente le cose. Ma perché questo accada il regime EPR deve essere disegnato adeguatamente!”.

Oggi sull’EPR tessile l’Italia è a una biforcazione”, conclude Mauro Chezzi. “La prima opzione, quella della piena circolarità, coinvolge i produttori come organizzatori delle filiere in armonia con gli enti locali, e oltre che a garantire importanti risultati ambientali spalanca le porte a leadership di mercato, simbiosi industriale e creazione di posti di lavoro green.

“La seconda opzione, quella di un EPR puramente finanziario, è davvero difficile da giustificare in termini di utilità collettiva e mirerebbe soprattutto a proteggere lo status quo dell’attuale settore del recupero tessile”.