Simbiosi industriale ed EPR: l’accoppiata vincente
Per costruire la simbiosi industriale la miglior soluzione è fare affidamento su cabine di regia coordinate, ossia sistemi collettivi EPR operanti in diversi settori ma integrati tra loro in un unico centro servizi che offre assistenza e monitoraggio. Per costruire i giusti match tra le industrie che generano i rifiuti e quelle che li riciclano è necessaria un’intensa attività di scouting, innovazione, analisi e misurazione.
Nel 1789, nel suo Trattato di Chimica Elementare, lo scienziato francese Antoine Lavoisier dimostrava sperimentalmente uno dei principi fondamentali della termodinamica: nulla si perde, nulla si crea. “All’interno di un sistema chiuso, in una reazione chimica la massa dei reagenti è esattamente uguale alla massa dei prodotti, anche se appare in diverse forme”. Cinque anni dopo, un tribunale rivoluzionario condannava Lavoisier alla ghigliottina per le sue idee sull’evasione daziaria (essendo anche un esattore, lo scienziato aveva proposto di costruire un muro attorno a Parigi per impedire l’ingresso di mercanti inadempienti). “La Repubblica non ha bisogno di dotti, né di chimici; il corso della giustizia non può essere sospeso”, replicò il giudice a chi sottolineava l’importanza del suo lavoro scientifico. Nel 1947, preoccupato per la fattibilità delle sue analisi economiche input-output, il pioniere degli studi geoeconomici George Renner utilizzava una metafora biologica osservando che “ci sono rapporti tra le industrie, a volte semplici, ma spesso molto complessi, che entrano in gioco e complicano l’analisi. Tra questi uno dei principali è il fenomeno della simbiosi industriale. Con questo si intende l’insieme degli scambi di risorse tra due o più di industrie dissimili”. Fu quindi Renner, primo fra tutti, e molto lontano da qualsiasi considerazione ecologica, a utilizzare il termine “simbiosi industriale”.
Ecologia industriale
Nel 1989 il fisico ed economista Robert Ayres fu il primo a notare la similitudine tra i principi formulati da Lavoisier e il fenomeno simbiotico osservato da Renner. Nella Biosfera, che è l’insieme degli ecosistemi, gli output di un subsistema tendono a essere input di un altro subsistema. Perché ciò non dovrebbe accadere anche nella Tecnosfera, che è l’insieme dei sistemi industriali? D’altronde, se nulla si crea e nulla si distrugge, non esistono smaltimenti di rifiuto senza impatto ambientale. Ma il rifiuto può smettere di essere tale se è reintrodotto in un processo produttivo. Un passo concettuale non scontato, quello compiuto da Ayres, perché assume, con precise conseguenze pratiche, che anche l’uomo, in ultima analisi, fa parte dell’ecosistema. Seguendo la stessa linea di riflessione, nel 1992, lo scienziato Robert Frosch inaugurava il campo di ricerca dell’Ecologia Industriale, che è lo studio del sistema umano (produttivo, sociale, culturale) nel contesto della Biosfera. È nell’ambito dell’Ecologia Industriale che i concetti di Simbiosi Industriale ed Economia Circolare sono maturati fino a diventare politiche concrete. Frosch non era di certo uno scienziato confinato nel proprio laboratorio: di fatti, buona parte delle sue idee sono fondate sull’esperienza manageriale. Negli anni ’70, dopo aver servito come assistant executive director dell’UNEP, l’Agenzia ONU per l’ambiente, Frosch diventò amministratore della NASA, coordinando l’innovazione intersettoriale necessaria a mandare in orbita il primo prototipo di navetta spaziale (il famoso Enterprise, nome ispirato dalla serie televisiva Star Trek). Negli anni ’80 lavorò come Vicepresidente del programma di ricerca di General Motors.
Dalla teoria ai fatti
“Le teorie maturate nel seno dell’Ecologia Industriale hanno un’importanza fondamentale, perché superano i paradigmi dello Sviluppo Sostenibile, i quali, sostanzialmente, limitano la politica ecologica a un’internalizzazione degli oneri ambientali e sociali nei costi dell’impresa privata. Creare un Ecosistema Industriale, in ottica simbiotica e di circolarità, è tutt’altra cosa”, commenta Marco Ferracin, manager di SAFE – Hub delle Economie Circolari. “Nell’ambito di questa visione, infatti, l’ambiente smette di essere un onere e diventa un aspetto strategico dell’attività imprenditoriale, e gli obiettivi economici e quelli ecologici si fondono in un’indistinguibile tutt’uno. Perché questo sia possibile sono però indispensabili, in ordine progressivo, la trasparenza e conoscenza della totalità delle filiere, e un coordinamento sistemico tra filiere e settori differenti. È strutturalmente difficile, se non impossibile, che un’impresa riesca isolatamente a tenere sotto controllo tutti i propri impatti diretti ed indiretti”.
“Per ricondurre filiere e settori a politiche di utilità collettiva”, continua Ferracin “esistono due grandi vie: quella cinese, dove lo Stato gestisce in proprio gli anelli chiave delle filiere e gli enti finanziari in un’ottica di pianificazione socialista, e quella dei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore, che sta prendendo forza soprattutto in Europa, la quale concilia la libertà del mercato con la necessità di coordinamento. Quando i sistemi collettivi della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR, ndr) assumono mansioni organizzative, e ciò avviene al di fuori di schemi monopolistici, nasce infatti una pluralità di cabine di regia autogestite collettivamente dalle imprese, e ognuna delle cabine di regia dispone, idealmente, della massa critica necessaria per creare simbiosi”.
Scouting, innovazione ed analisi
“La formula ideale per costruire la simbiosi industriale è fare affidamento su cabine di regia coordinate, ossia sistemi collettivi EPR operanti in diversi settori ma integrati tra loro in un unico centro servizi che offre assistenza e monitoraggio”, afferma Marco Ferracin. “Questo è l’obiettivo principale di SAFE-Hub delle Economie Circolari, che si è sviluppato nel corso degli anni coinvolgendo gradualmente sistemi collettivi nel campo degli apparecchi elettrici elettronici, delle macchine home comfort, delle batterie, degli pneumatici, del tessile e degli imballaggi. Nella logica dell’Hub, che è una logica d’incontro, riusciamo a fare scouting su un’ampissima gamma di player, mettendo in contatto e sinergia le aziende sia a livello intra-settoriale che a livello intersettoriale, perché gli output di un processo produttivo diventino gli input di un altro processo produttivo. Nella maggior parte dei casi non ci limitiamo a individuare le compatibilità di materiali e processi, ma accompagniamo le aziende nel percorso di ricerca e sviluppo necessario a creare il match. Considerati i nuovi adempimenti posti dal regolamento europeo sull’Ecodesign, che impone crescenti vincoli in quanto a contenuto riciclato dei prodotti, si tratta di un servizio prezioso”.
“I progetti di simbiosi industriale portati avanti da SAFE sono molti” riporta Ferracin. “Uno dei più innovativi è quello di un’impresa che, su nostro consiglio, sta riutilizzando con successo le proprie acque reflue come acque di raffreddamento per la sua centrale termica, dopo averle filtrate. Il vantaggio ambientale è grande, perché si evita l’utilizzo di nuova acqua e perché anziché due operazioni di trattamento se ne applica una sola”.
Un altro esempio è portato dal responsabile innovazione e sviluppo dell’area tessile di SAFE Massimiliano Marin. “Quando gli impianti di recupero del nostro circuito si trovano a trattare scarti tessili con fibre non identificabili o con più di due fibre, favoriamo il loro avvio a sfilacciature che producono una materia secondaria che può essere riciclata nella fabbricazione di pannelli automotive”.
“Notoriamente” evidenzia Ferracin “l’Ecologia Industriale va per la mano con l’analisi ambientale. In termini manageriali, legali e di mercato, non esiste infatti risultato ecologico se esso non può essere adeguatamente rendicontato e dimostrato, e se non si conoscono alla perfezione i flussi di materia ed energia dei processi produttivi. Per questa ragione abbiamo creato un nuovo ramo operativo, chiamato SAFE Consulting, che accompagna le aziende a valorizzare anche comunicativamente i loro risultati di circolarità, evitando accuratamente ogni forma anche indiretta di greenwashing, e presentando dati certi e inattaccabili. Aiutiamo le aziende a redigere i loro Report e Bilanci di Sostenibilità, e calcoliamo l’impronta di carbonio conformemente agli orientamenti normativi”.






