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Busan: verso un’Economia Circolare globale?

Reportage di Pietro Luppi sull’incontro intergovernativo tenutosi in Corea del Sud, a Busan, con l’obiettivo di arrivare a un Trattato internazionale legalmente vincolante contro l’inquinamento della plastica. Un viaggio nel cuore della negoziazione che globalizzerà la transizione all’Economia Circolare.

di Pietro Luppi

Tra il 25 novembre e il primo dicembre, a Busan, grande città balneare della Corea del Sud, 175 governi si sono riuniti per la quinta volta con l’obiettivo di predisporre un Trattato internazionale legalmente vincolante contro l’inquinamento della plastica. Per comprendere l’urgenza di questo strumento è sufficiente dare una rapida occhiata ai numeri. Dal 1950 a oggi la produzione di plastica è aumentata di ben 200 volte, passando da poco più di due milioni di tonnellate a 500 milioni di tonnellate. E proporzionalmente all’incremento della produzione aumentano gli impatti ambientali. UNEP, l’agenzia ONU per l’ambiente, riferisce che l’80% della plastica prodotta nel 2024 è diventata quasi immediatamente rifiuto, e meno del 10% di questo rifiuto è stato gestito correttamente. Ciò significa che quest’anno oltre 300 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica sono state restituite all’ambiente senza alcuno standard per mitigare l’impatto. Ben 20 milioni di tonnellate, addirittura, sono finite direttamente nei fiumi, nei laghi e negli oceani. E come se non bastasse, a contaminare il ciclo dell’acqua, l’aria e il suolo ci sono anche le microplastiche, particolarmente dannose perché la loro piccola dimensione rende impossibile rimuoverle dall’ambiente. Echa ha stimato che nel 2017 la sola Unione Europea (+ Norvegia e Svizzera) ne ha rilasciate nell’ambiente 51.000 tonnellate; non esistono ancora dati coerenti sulle altre regioni del mondo, ma si stima che il volume complessivo ammonti a diverse centinaia di migliaia di tonnellate; una delle principali cause del rilascio di microplastiche nell’ambiente è il lavaggio domestico degli indumenti composti da fibre sintetiche.

Produzione annuale di resine e fibre di polimeri

Fonte: Geyer et al. (2017), OECD (2022) – elaborazione di Our World in Data

 

In Europa la gestione dei rifiuti di plastica è migliore che in altre parti del mondo, ma il problema ambientale è tutt’altro che risolto. La Commissione Europea riferisce che nel 2021 ogni persona residente nell’UE ha generato una media di 36,1 chili di rifiuti di imballaggio in plastica. Il totale dei rifiuti di plastica prodotti nell’UE nel 2021 è di 16,13 milioni di tonnellate, delle quali circa 6,56 milioni di tonnellate sono state riciclate. Nel 2010 erano state riciclate 4,54 milioni di tonnellate, buona parte delle quali avviate all’industria del recupero cinese; la Cina però nel 2017 ha imposto una moratoria a questo tipo di importazioni; ciò vuol dire che in pochi anni il settore del recupero europeo è riuscito a sostituire i canali di recupero cinesi. Questo è avvenuto rafforzando la capacità di gestione interna, ma anche rimpiazzando la Cina con altri canali extraeuropei (questi ultimi, attualmente, assorbono circa la metà della plastica raccolta per il riciclaggio). Aver aumentato il volume di riciclaggio del 44% in soli undici anni è una buona notizia? Non del tutto. Di fatti, l’Europa ha riciclato di più ma ha anche prodotto molti più rifiuti: tra il 2010 e il 2021 i rifiuti di imballaggio in plastica generati per abitante sono aumentati del 29% (+8,1 chili per persona). Nel 2010 erano state smaltite 8 milioni di tonnellate, nel 2021 ne sono state smaltite quasi 10 milioni.

Il problema si risolve solo con un’azione globale

Ormai da tanti anni il movimento ecologista mondiale esige ai governi del mondo di affrontare di petto l’inquinamento della plastica, ma la volontà politica di affrontare questo problema con un’azione globale arriva solo il 2 marzo 2022, con la risoluzione 5/14 dell’Assemblea dell’ONU per l’Ambiente. La congiuntura geopolitica è molto particolare: i carri armati russi sono entrati a Kiev appena otto giorni prima. La risoluzione 5/14 incarica il Direttore Esecutivo dell’UNEP di convocare un Comitato Negoziale Intergovernativo (INC) al fine di discutere e predisporre uno strumento internazionale legalmente vincolante. Il Direttore Esecutivo della UNEP, la danese Inger Andersen, predispone in poche settimane una roadmap di cinque incontri.

La prima sessione dell’INC (INC-1) si è tenuta a Punta del Este, Uruguay, dal 28 novembre al 2 dicembre 2022, seguita da una seconda sessione (INC-2) tenutasi a Parigi dal 29 maggio al 2 giugno 2023. La terza sessione (INC-3) ha segnato il punto intermedio del processo dal 13 al 19 novembre 2023 a Nairobi, Kenya, seguita dalla quarta sessione (INC-4) dal 23 al 29 aprile 2024 a Ottawa, Canada. La quinta e ultima sessione (INC-5) si è tenuta dal 25 novembre al 1° dicembre 2024 a Busan, in Corea del Sud.

A Busan il comitato negoziale intergovernativo avrebbe dovuto produrre un accordo finale, ossia un testo definitivo da far ratificare a tutti i governi. Ma ciò non è successo. Come mai?

Molti resoconti mediatici puntano il dito contro i paesi produttori di petrolio e di polimeri, che avrebbero bloccato i negoziati per proteggere le loro economie. Ma questa è solo una versione semplificata di quanto è successo. La risposta è molto più complessa.

Un negoziato complicato

Il viaggio da Roma a Busan è particolarmente lungo. Un aereo KLM fino ad Amsterdam, poi un altro volo a Seul, che dura dodici ore perché evita accuratamente lo spazio aereo russo, e infine tre ore di treno rapido da Seul a Busan. Partecipo all’INC 5 per dar man forte alla delegazione internazionale dell’International Alliance of Waste Pickers, l’associazione di categoria internazionale che rappresenta il segmento più vulnerabile degli addetti al recupero dei rifiuti: una popolazione stimata di circa 30 milioni di persone, concentrate soprattutto nel global south.

Le delegazioni delle associazioni di categoria e della società civile sono molto numerose, addirittura più numerose degli incontri precedenti. A Busan, infatti, ci si aspetta che vengano prese le decisioni finali.

Gli esponenti delle ONG e della società civile sono più di mille. I rappresentanti dell’industria petrochimica sono invece 220, e 135 di essi sono statunitensi; secondo il Center for International Environmental Law (CIEL), si tratta della rappresentanza industriale più numerosa della storia mondiale dei trattati.

Vedo Bexco per la prima volta sabato 22 novembre.  Di fronteo al monumentale centro congressi di Busan si sta svolgendo una manifestazione degli ambientalisti. Tanti giovani, soprattutto coreani, con striscioni, costumi e bande musicali in costume tradizionale. La luce del sole riverbera con violenza sulle pareti vetrate di Bexco e dei grattacieli che lo circondano, creando un effetto abbagliante. Di fronte alla porta d’ingresso principale viene montata una grande balena di cartapesta.

I lavori iniziano ufficialmente con l’assemblea plenaria di domenica 24 novembre. Il Presidente della Corea del Sud Yoon Suk-Yeol, manda i suoi saluti con un videomessaggio, e il suo Ministro dell’Ambiente, presente in sala, fa un appassionato discorso sul futuro dell’umanità. A presiedere l’INC 5 è il diplomatico ecuadoriano Luis Vayas Valdivieso, il quale sottolinea alla sala gremita che, nonostante le profonde differente emerse nelle riunioni passate, esiste anche un grande ed importante punto di convergenza: tutti i governi partecipanti, nessuno escluso, hanno riconosciuto l’esistenza di un’emergenza ambientale provocata dalla plastica, e l’importanza di affrontarla per mezzo di un trattato internazionale legalmente vincolante.

Reputando impraticabile lavorare sul testo intermedio prodotto a Ottawa, sfigurato da diverse migliaia di parentesi e richieste di emendamento, il chair taglia la testa al toro chiedendo alle delegazioni di utilizzare come testo madre un non paper di sintesi da lui stesso predisposto. Ed iniziano qui i primi mal di pancia.

La capo delegazione cinese, alla quale fa eco un importante gruppo di paesi produttori di petrolio e di plastica, afferma che il non paper è sbilanciato e non tiene conto dei punti di mediazione che erano stati raggiunti ad Ottawa. Non si può semplicemente reiterare la richiesta di ridurre la produzione della plastica, senza tener conto delle grandi implicazioni date da questa trasformazione strutturale dell’economia mondiale. Il Trattato deve essere fatto, dice la Cina, però ci vuole un tempo adeguato, e non tener conto del lavoro pregresso dell’INC rappresenta una grave perdita di tempo. La questione delle sostanze chimiche, asserisce il gigante asiatico, viene già affrontata in altri tavoli multilaterali e non ha senso complicare le negoziazioni discutendone anche in questa sede. L’Arabia Saudita, ribadendo posizioni già espresse nelle riunioni anteriori, afferma che la plastica non è un problema in sé: non occorre quindi concentrarsi sugli obiettivi di riduzione ma su quelli di gestione del rifiuto, per fare in modo che gli impatti ambientali vengano evitati. L’Arabia si oppone ad usare il non paper del chair come base per la discussione, ma viene messa in minoranza.

Valdivieso chiarisce che il non paper è interamente emendabile e imposta il lavoro per i giorni successivi istituendo 4 Contact Groups dove le delegazioni governative, nel corso della settimana, potranno suddividersi per discutere i principali assi del trattato. L’obiettivo di questi sottogruppi è raggiungere accordi informali da sottoporre poi all’assemblea plenaria. Il Gruppo di contatto 1, co-presieduto da Brasile e Germania, si occupa dei prodotti in plastica, delle sostanze chimiche problematiche utilizzate nei prodotti in plastica, e della progettazione e produzione/fornitura dei prodotti. Il Gruppo di contatto 2, co-presieduto da Ghana e Finlandia, si concentra sulla gestione dei rifiuti di plastica, su emissioni e rilasci, sull’inquinamento da plastica già esistente e sulla “transizione giusta” (che secondo la definizione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro significa: “gestire la transizione nel modo più equo possibile, includendo tutti gli interessati, creando opportunità di lavoro dignitose, senza lasciare nessuno indietro”).

Il Gruppo di contatto 3, co-presieduto da Palau e Australia, si occupa di meccanismi di finanziamento, capacity building, assistenza tecnica, trasferimento di tecnologia e cooperazione internazionale.

Il Gruppo di contatto 4, co-presieduto da Corea del Sud, Antigua e Barbuda, è dedicato agli aspetti di implementazione e conformità, ai piani nazionali, al reporting, al monitoraggio dei progressi e alla valutazione dell’efficacia, allo scambio di informazioni, alla sensibilizzazione, all’istruzione e alla ricerca.

Parallelamente, il chair istituisce anche un team di revisione legale co-presieduto da Canada, Camerun e Arabia Saudita, finalizzato a garantire che il testo del trattato sia giuridicamente valido.

Mercoledì 27 novembre, quando il lavoro dei Contact Groups comincia ad entrare sul vivo, è già evidente che tira una brutta aria. Russia, Iran ed Arabia Saudita insistono su precisare meglio ambito e premesse del trattato prima di procedere con la discussione delle azioni, e mettono in discussione le procedure decisionali adottate all’interno dei gruppi. L’inimicizia tra i paesi occidentali e quelli del BRICS (il principale blocco dei paesi emergenti, che riunisce anche gran parte dei produttori di petrolio e plastica) è molto evidente, e nessuno si preoccupa di celarla. I rispettivi punti di vista vengono reiterati in modo assertivo, in una tipica guerra di posizione, e si fatica ad entrare nel merito delle questioni.

Gli osservatori hanno solo 60 sedie per sala e si litigano i posti; ad aggiornarli sull’andamento dei lavori sono soprattutto i delegati governativi, tra corridoi e tavolini del bar.

La tenda comune

Quando il Direttore di UNEP Inger Andersen incontra la mia delegazione appare rammaricata. “Se da qui a domenica non si giunge a un accordo, ci vorranno almeno altri vent’anni perché si ripetano le condizioni per discutere un trattato internazionale. Ma l’ecosistema non sopporterà questo ritmo di inquinamento per altri vent’anni. Immaginatevi il Comitato Intergovernativo come una tenda comune, dove i governi non hanno ancora il coraggio di entrare; camminano in circolo attorno di essa, la guardano, ma non sanno dare il passo”.

“La Andersen lotterà come una leonessa perché si arrivi a un risultato di qualche tipo” mi sussurra un delegato governativo quando esco dalla riunione. “Sul successo di questo trattato si gioca la candidatura a segretaria generale dell’ONU”.

Giovedì 28 novembre la tensione si taglia con il coltello, ma i governi lavorano ancora con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro la settimana. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di ostacolare il trattato inimicandosi l’opinione pubblica mondiale. Nel pomeriggio ascolto lo sfogo del delegato di un governo europeo, reduce da una frustrante riunione del Gruppo 3 sul tema del finanziamento. “Ognuno cerca di spostare sull’altro gli oneri economici del problema. La Cina continua a ripetere che, storicamente, i principali inquinatori siamo noi occidentali, e di essersi fatta carico per anni dei nostri rifiuti; dice anche che un europeo consuma plastica cinque volte più di un cinese. Non c’è dubbio che la Cina abbia le sue ragioni, ma per noi le conseguenze di questo discorso potrebbe essere impossibili da sostenere. Si parla di introdurre un nuovo meccanismo di finanziamento per riparare i danni più gravi e alzare gli standard della gestione dei rifiuti a livello globale; ma per noi, che siamo i paesi più sviluppati, non è un’opzione accettabile, perché poi va a finire che ci chiedono di pagare tutto quanto…e in questo momento di crisi sarebbe un bagno di sangue. Su questo punto abbiamo messo una chiara linea rossa. La nostra proposta è che il finanziamento arrivi dalla responsabilità estesa del produttore…e ovviamente i paesi dove si produce più plastica hanno delle resistenze.

Oltretutto, volendo essere onesti, è credibile che la gestione dei rifiuti possa risolvere il problema? Finora solo il 9% dei rifiuti di plastica è gestito correttamente: quanto tempo e denaro ci vorranno prima di arrivare a dei livelli accettabili? Non è più facile risolvere il problema alla radice fissando dei tetti alla produzione di plastica? Ma ovviamente quando noi lo chiediamo i paesi che producono polimeri alzano le barricate.  Il loro diniego è comprensibile; per riconvertire le loro industrie sarebbero necessari miliardi di euro di investimenti. Chi tira fuori i soldi? Di certo le loro delegazioni non possono tornare a casa dicendo di aver affossato i settori chiave dell’industria nazionale”.

“La mediazione possibile è puntare sull’ecodesign e sulla responsabilità estesa del produttore”, mi dice un altro delegato europeo. “In questo modo i prodotti di plastica saranno più durevoli e facilmente riciclabili, e quando arrivano a fine vita chi li produce andrà a finanziare il loro corretto recupero nei paesi dove vengono consumati. Ovviamente la Cina e gli altri grandi produttori di plastica asiatici su questo tema hanno da ridire, perché a immettere le maggiori quantità sul mercato ormai sono loro. Siamo in attesa di controproposte”.

Mi siedo nel bar che si trova nell’area comune adiacente alle sale dei Contact Group. Nel tavolino a fianco del mio tre delegati di paesi like-minded, produttori di plastica e petrolio, conversano animatamente con una delegata brasiliana; si rendono conto che sono troppo vicino ed abbassano il volume della voce per non essere ascoltati. Poco più in là, il capo delegazione degli Stati Uniti lancia loro delle occhiatacce furtive; il diplomatico nordamericano sta chiacchierando, in piedi, con tre suoi connazionali volati in Corea per difendere gli interessi dei produttori di plastica (gli Stati Uniti continuano ad essere il secondo produttore petrochimico dopo la Cina, con una quota di produzione pari al 17%).

Venerdì 29 novembre la situazione peggiora. Chi era possibilista sul raggiungimento di un accordo entro domenica smette di esserlo. Si comincia a vociferare su una proroga dell’INC 5, ossia un INC 5 – 2 da convocare nei prossimi mesi; Australia e Panama si sarebbero candidate ad ospitare i lavori. Già a colazione l’esponente di una ONG statunitense mi racconta che un delegato governativo del suo paese le ha confidato che l’accordo non si farà; il delegato avrebbe però invitato lei e altri ecologisti a trasmettere verso l’esterno segnali speranzosi “perché l‘aspettativa rimanga alta”.

Qui a Busan il vero argomento è l’economia, non l’ambiente, ma solo di economia”, mi dice qualche ora dopo un giovane delegato arabo, con tono esasperato, nella piccola area fumatori posta all’esterno di Bexco. “L’occidente cerca di usare l’argomento ecologico per danneggiare le nostre economie; i paesi occidentali si sono sviluppati per anni, senza controllo, e ora che a svilupparsi è il resto del mondo chiedono di frenare. È tutto un gioco di potere. I paesi che spingono di più sulla riduzione della plastica non desiderano un accordo. È facile per loro ammiccare agli ecologisti avanzando richieste radicali, tanto sanno perfettamente che sono impossibili. Vogliono solo farci fare brutta figura di fronte all’opinione pubblica mondiale, dando a noi la colpa di aver sabotato il trattato.”.

A spingere fino all’ultimo per favorire una convergenza sono i paesi africani e latinoamericani, oltre che le piccole isole. Probabilmente perché sanno che in un modo o nell’altro, indipendentemente dalle formule di finanziamento adottate, se si arriva a un accordo riceveranno ingenti fondi dai paesi economicamente più forti (quelli più sviluppati piuttosto che i paesi produttori emergenti); fondi che potranno utilizzare nei loro paesi per riparare i danni ambientali e migliorare la loro gestione dei rifiuti. E, perché no, anche per generare ricchezza e posti di lavoro. Tra le loro richieste, quella di destinare i soldi ai governi evitando interventi sovranazionali diretti. Il maggiore tentativo di mediazione tra occidente e paesi produttori arriva dal Brasile, che ha il peso economico e diplomatico per essere ascoltato da tutti; ma le divergenze sono troppo profonde, e i suoi sforzi, almeno per ora, non danno frutto.

Rumori di fondo

Bexco, nonostante il suo involucro luccicante, non è di certo una bolla di vetro isolata dagli accadimenti del mondo. Gli stessi governi chiamati a Busan per negoziare sull’ambiente, si scontrano senza esclusione di colpi nei tavoli multilaterali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Mentre il BRICS fa piani per ridurre l’influenza del dollaro, i paesi occidentali si ingegnano, con ogni argomento possibile, per difendere le loro economie con barriere protezionistiche.

Domenica primo dicembre girovago attorno a Bexco in cerca di cibo coreano e di regalini da portare alla famiglia. Non mi allontano troppo perché da un momento all’altro potrebbero annunciare l’assemblea plenaria finale, quella dove si tireranno le somme. Il giorno trascorre in una calma surreale, non ci sono incontri ufficiali, tutto appare sospeso. Il chair sta preparando un’ultima proposta di sintesi. Il sole sta già tramontando quando ricevo un messaggio su whatsapp: l’assemblea plenaria sarà alle 19 e quindi mi affretto a rientrare. L’assemblea però non inizia. Si fanno le 19.30, poi le 20. Vado a prendermi un caffè perché la notte si preannuncia lunga (un interprete dice che lo hanno contrattato fino alle dieci del mattino). Sul tavolino del bar qualcuno ha abbandonato una copia del Financial Times. Per capire l’aria che tira basta dargli una sfogliata. L’amministrazione Biden annuncia un terzo giro di restrizioni all’importazione di microchip cinesi, e la Cina replica bloccando le esportazioni dei minerali strategici di cui le industrie statunitensi hanno bisogno per produrre gli stessi microchip.  Nelle stesse ore Trump promette il raddoppio delle tariffe doganali sui prodotti importati dai paesi del BRICS. Putin, dal canto suo, reagisce all’autorizzazione di Biden a utilizzare missili americani contro la Russia annunciando la produzione in serie di missili ad alta tecnologia finalizzati a colpire l’Europa. Altro che tenda comune!

Dietro al bancone del bar i camerieri, tutti coreani, sono stranamente agitati. Hanno formato un piccolo capannello e fissano preoccupati lo schermo di un cellulare. “Che sta succedendo?”, chiedo a uno di loro dopo aver ordinato un succo di mela. “Minaccia comunista!”, mi risponde con un lieve ed indecifrabile sorriso.

Il Presidente della Corea del Sud ha accusato il principale partito di opposizione di voler destabilizzare il paese per conto dei coreani del nord (che a suo dire si sentono più forti che mai in virtù della recente alleanza militare con la Russia).

Fallimento e rilancio

L’ultima assemblea plenaria dell’INC 5 inizia alle 20,30. I principali paesi produttori di plastica e petrolio, uno per uno, criticano duramente la nuova proposta di sintesi del chair. Ancora una volta, affermano, non si tiene conto delle mediazioni raggiunte durante gli incontri dell’INC. Le linee rosse poste dai paesi produttori sono state volutamente oltrepassate. Elementi sui cui c’era accordo sono stati messi tra parentesi come se dovessero essere ancora discussi, e altri passaggi su cui l’accordo non c’era sono stati messi fuori dalle parentesi come se fossero assodati. Il chair viene esplicitamente accusato di promuovere in modo sleale approcci e concetti che mettono in pericolo le economie dei paesi in via di sviluppo. A essere messi sotto accusa sono anche alcuni co-facilitatori e coordinatori, che nei gruppi di contatto avrebbero cercato in tutti i modi di evitare un accordo tra le parti, escludendo in modo chirurgico qualsiasi discorso relativo alla sostenibilità economica delle richieste di riduzione della plastica.

La delegata ruandese, piena di patos, afferma che 87 paesi vogliono che le sostanze chimiche facciano parte del trattato; nella lista ci sono i paesi occidentali, quelli latinoamericani, alcuni paesi africani e le piccole isole; chiede a tutti coloro che sono d’accordo su questo punto di alzarsi in piedi; la maggior parte dei presenti in sala si alza, applaude e fischia. La delegata messicana dice che i paesi che esigono il phase out delle plastiche più pericolose sono 94 e li elenca uno per uno, anche lei ottenendo uno scroscio di applausi. La delegata della Commissione Europea, la fiamminga Sarah Nelen, dice che i governi che vogliono un trattato ambizioso sono in realtà più di 100. Come base minima accettabile perché il trattato si faccia, la Nelen menziona l’introduzione di strumenti legalmente vincolanti, la riduzione della plastica, la responsabilità estesa del produttore e l’introduzione di un meccanismo finanziario efficiente. La Francia, pur rappresentata dalla Commissione Europea, fa un intervento proprio presentandosi come capofila degli ambiziosi; per fare questo intervento è arrivata direttamente da Parigi la Ministra dell’Ambiente Agnès Pannier-Runacher. Il suo discorso è molto breve: chiede semplicemente che il trattato si focalizzi sulla riduzione della produzione di plastica.

Il delegato indiano si alza, e invita tutti quanti a lavorare maggiormente sul consenso; il trattato non sarà possibile se tutti continuano a reiterare le stesse posizioni senza cercare punti di incontro; rivendica poi il diritto a svilupparsi dei paesi non occidentali, e afferma che la possibile strada maestra è l’istituzione di un ambizioso regime mondiale di responsabilità estesa del produttore. Il delegato del Kuwait dice che va ricostruita la fiducia tra i negoziatori; in merito ai contenuti del trattato, chiede che si punti sul riciclo e sull’ecodesign. Il capodelegazione della Russia chiede con forza di puntare sull’Economia Circolare, e accusa i delegati occidentali di non aver negoziato per l’ambiente ma con intenzioni puramente economiche. La capo delegazione cinese, una donna sulla cinquantina vestita con un’austera giacca verde, presenta quella che potrebbe essere una proposta di sintesi: cooperare globalmente per riformare l’intero ciclo di vita della plastica, dalla progettazione e produzione, fino al consumo e alla gestione del rifiuto, puntando su controllo e tracciabilità delle filiere.  Il gigante asiatico sottolinea anche la necessità di una transizione giusta, che tenga conto delle esigenze socioeconomiche dei paesi in via di sviluppo.

Alle undici, morto di sonno, decido di tornare in hotel; reputo di aver ascoltato l’essenziale. Non aspetto l’intervento degli Stati Uniti, sapendo che non sarà determinante; durante l’intera sessione negoziale hanno mantenuto il basso profilo tipico delle delegazioni prive di mandato politico (Trump si insedierà a gennaio e sulla plastica non ha ancora dettato la linea; inutile quindi promuovere posizioni che poi potrebbero non essere avvallate dal proprio stesso governo).

La mattina dopo mi riferiscono che l’assemblea è andata avanti fino alle 4 del mattino. L’INC 5 sarà prorogato con un secondo incontro internazionale, che si terrà a Ginevra a giugno o a luglio.

Martedì 4 dicembre, mentre mi trovo nell’aeroporto di Seul per tornare a casa, il Presidente della Corea del Sud Yoon Suk-Yeol proclama la legge marziale.

Verso un’economia circolare globale?

Riusciranno i governi del mondo, tra sei o sette mesi, a sedersi armoniosamente attorno a un tavolo per fare gioco di squadra in nome del bene comune? È realmente fattibile la cooperazione globale di cui c’è bisogno per riformare il sistema economico planetario e salvare l’ecosistema? La speranza è sempre l’ultima a morire, ma le probabilità sembrano scarse. Un importantissimo passo in avanti potrebbe però essere fatto verso l’Economia Circolare, che è apparsa in tutta evidenza come il minimo comune denominatore di tutte le posizioni avanzate dai governi. Non è chiaro se il suo finanziamento oscillerà più dalla parte dei produttori o più dalla parte dei consumatori, e non si sa ancora in che misura i paesi più sviluppati sosterranno quelli in via di sviluppo, ma l’articolo 8 dell’ultima sintesi proposta dal chair non è stato messo in discussione da nessuno, ed elenca una serie di punti che sono in pole position per diventare legalmente vincolanti:

(a) Istituire sistemi appropriati e infrastrutture resistenti ai disastri a livello nazionale e subnazionale per la gestione, la selezione, la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio, il riciclaggio e lo smaltimento sicuri, anche con recupero energetico, dei rifiuti di plastica;

(b) Promuovere politiche di economia circolare;

(c) Definire obiettivi a livello nazionale per aumentare i tassi di raccolta e riciclaggio dei rifiuti di plastica;

(d) Prevenire l’abbandono di rifiuti e vietare il loro scarico all’aperto, la combustione all’aperto e lo scarico in mare di rifiuti di plastica, tenendo conto delle norme concordate a livello internazionale;

(e) Prevenire e ridurre gli attrezzi da pesca in plastica abbandonati, persi o altrimenti scartati;

(f) Promuovere una transizione giusta per i lavoratori della gestione dei rifiuti di plastica, in particolare i waste pickers e gli altri lavoratori informali, tra cui donne, giovani e piccoli pescatori artigianali; o

(g) Promuovere cambiamenti comportamentali per prevenire e ridurre al minimo i rifiuti di plastica, anche sensibilizzando la cittadinanza.

Inoltre, si propongono maggiori vincoli per l’esportazione di rifiuti di plastica, che dovrebbe avvenire solo per propositi ambientali, e si incoraggiano tutti i governi a sviluppare politiche di responsabilità estesa del produttore.

Le Muse sono nove, e ciascuna di esse presiede a un’arte. Manca una Musa per l’Arte della Negoziazione: speriamo che nasca la prossima estate, e che si chiami Ginevra!