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Riciclo delle materie critiche: una questione di scala

Il Regolamento europeo sulle Materie Critiche e Strategiche pone ambiziosi obiettivi di riciclo per i minerali cruciali per l’economia comunitaria, ma come avviene concretamente il riciclo? E in base a quali dinamiche operative e di mercato? A spiegarcelo sono le imprese SEVAL e MIDAC.

Il Regolamento UE 2024/1252 sulle materie prime critiche e strategiche è ormai pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Trattandosi di un Regolamento, le sue prescrizioni sono immediatamente applicate, omogeneamente, su tutto il territorio dell’Unione. Le prescrizioni di questa nuova norma includono specifiche azioni sulla circolarità.

La necessità di applicare uno strumento normativo di questo genere deriva dall’impellenza europea di garantire alla propria industria l’accesso a minerali, metalli e terre rare strategici in un contesto geopoliticamente instabile. “L’accesso alle materie prime è essenziale per l’economia dell’Unione e per il funzionamento del mercato interno” si legge nella premessa del Regolamento. “Esiste una serie di materie prime non energetiche e non agricole che sono considerate critiche in quanto rivestono una grande importanza economica e sono esposte a un rischio di approvvigionamento elevato, spesso causato da un’alta concentrazione dell’offerta in pochi paesi terzi. Considerato il ruolo fondamentale di molte di queste materie prime critiche nella realizzazione delle transizioni verde e digitale e dato il loro utilizzo in applicazioni di difesa e aerospaziali, nei prossimi decenni la domanda è destinata ad aumentare in modo esponenziale”.

“Al contempo” spiega la premessa “in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche e di una sempre più forte concorrenza per le risorse, il rischio di perturbazioni dell’approvvigionamento sta aumentando. Inoltre, in mancanza di una gestione adeguata, l’aumento della domanda di materie prime critiche potrebbe determinare impatti ambientali e sociali negativi”.

 

La strategicità del riciclo

Al di là delle misure per facilitare l’estrazione delle materie cruciali nei confini nell’Unione e di quelle per la gestione delle loro scorte strategiche, il Regolamento contiene anche specifici provvedimenti per promuoverne il recupero. Aumentare il riciclo, in questo contesto, non significa solo proteggere l’ambiente ma anche garantire l’autonomia strategica dell’Unione Europea di fronte al resto del mondo.

“La maggior parte delle materie prime critiche è costituita da metalli, che in linea di principio possono essere riciclati all’infinito, anche se, talvolta, con un deterioramento della qualità”, riporta la premessa del Regolamento. “Ciò rappresenta un’opportunità per passare a un’economia realmente circolare nel contesto della transizione verde, aumentando nel contempo la disponibilità di materie prime critiche e contribuendo in tal modo a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. Dopo una fase iniziale di rapida crescita della domanda di materie prime critiche per le nuove tecnologie, in cui l’estrazione primaria e la trasformazione costituiranno ancora la fonte predominante, il riciclaggio dovrebbe ridurre sempre più la necessità di estrazione primaria e gli impatti ad essa associati. Ciò dovrebbe avvenire mantenendo nel contempo un elevato livello di capacità di riciclaggio dell’Unione attraverso un mercato forte delle materie prime critiche secondarie”.

Per queste ragioni, il Regolamento include un’intera sezione di disposizioni inerenti la circolarità delle materie critiche (dall’articolo 26 all’articolo 29), dove gli Stati sono chiamati ad adottare programmi nazionali che puntino ad aumentarne i livelli di recupero, mentre chi immette sul mercato prodotti contenenti materie critiche è tenuto a facilitarne la riciclabilità.

 

Come si aumenta il riciclo?

“Negli impianti di trattamento dei rifiuti è impossibile massimizzare il recupero delle materie critiche e strategiche senza lavorare a una scala adeguata” ci dice il Direttore Commerciale di Seval Group Alessandro Danesi, che è uno dei maggiori esperti italiani di tecnologie e processi per l’estrazione di materie prime seconde dai rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici.

“Per dividere adeguatamente i materiali servono importanti investimenti tecnologici, che possono essere ammortizzati solo gestendo grandi volumi” afferma Danesi. “Quando la scala è troppo piccola, il rischio è che gli operatori puntino a contenere i costi recuperando solo poche materie, ossia quelle che hanno un maggiore valore commerciale. Ma visti gli obiettivi strategici di massimo recupero posti dall’Europa, è necessario puntare al recupero di tutte le materie disponibili”.

Per intendere meglio il concetto, abbiamo chiesto a Danesi di portarci gli esempi concreti di tre materie critiche che hanno un mercato del recupero già consolidato: il rame, l’alluminio e il nichel.

“Nel caso del rame” spiega Danesi “l’industria italiana tende ad accettare solo materia secondaria semplice, caratterizzata da un alto grado di purezza. La vera sfida è recuperare anche i materiali dove il rame è mescolato ad altre materie, individuando le raffinerie specializzate in materiali più complessi, effettuando trattamenti che portino il metallo a concentrazioni economicamente ed operativamente accettabili. In un rifiuto da apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE, ndr) è difficile che il rame superi il 2% o il 3% del peso. Senza le ultime tecnologie una parte del rame viene disperso, ad esempio dentro la plastica riciclata o in altri materiali: da una parte si produce una plastica con molte impurità, dall’altra si perde il valore di quei metalli, che, seppur in bassa concentrazione, rappresentano una massa davvero grande se si considera l’intero flusso. Chi ha investito in tecnologia è invece in grado di separare il rame e gli altri metalli dalla plastica, ma questi investimenti necessitano volumi molto alti da lavorare per rientrare della spesa. Nel nostro impianto specializzato nel trattamento dei RAEE abbiamo la fortuna di aver costruito un network che ci approvvigiona dei volumi necessari agli investimenti e possiamo quindi suddividere bene i rifiuti e avviare ogni singola materia al canale di recupero ambientalmente più adeguato”.

“Nel caso dell’alluminio, in Italia disponiamo di operatori industriali di prim’ordine che riescono a raffinare anche materiale imperfetto grazie a moderni e sofisticati trattamenti preliminari nei loro impianti. Tuttavia ci sono alcuni materiali il cui recupero è incompatibile: ad esempio non è possibile recuperare alluminio nel processo di recupero dei metalli preziosi. I piccoli operatori che non sono in grado di separare perfettamente l’alluminio dai metalli preziosi dovranno quindi decidere se vendere il materiale ad una raffineria di alluminio, disperdendo i metalli preziosi, oppure se recuperare i preziosi e perdere l’alluminio. La stessa cosa avviene quando l’alluminio arriva accoppiato con la plastica o con il ferro. Anche per l’alluminio, quindi, il massimo recupero è possibile solo quando esistono le tecnologie adeguate, e quando i grandi volumi permettono sia di ammortizzare i costi di investimento, sia di raggiungere sostenibili scale economiche ed operative”.

“Allo stesso modo il Nichel e il Cromo, presenti nell’acciaio inossidabile delle lavatrici, tendono a essere separati dal ferro solo quando gli impianti di trattamento sono grandi. Un impianto inefficace disperde il nichel e il cromo nel ferro. Altra fonte importante di nichel sono le batterie al litio-ione. In Italia non esistono ancora impianti industriali per questo rifiuto, ma la nostra società sta investendo e a breve saremo attrezzati per farlo”.

Si pone quindi il problema delle masse critiche necessarie a far lavorare gli impianti che hanno scale operative e tecnologie adeguate. Il volume globale dei rifiuti rischia infatti di essere disperso, almeno in parte, a impianti piccoli che non hanno la capacità di garantire il massimo recupero. Basteranno gli obiettivi di recupero più alti imposti dalla norma a favorire gli impianti più efficaci e a risolvere la questione della massa critica?

Non è così semplice”, ci risponde Danesi. “Chi lavora meno di 75 tonnellate al giorno non ha bisogno dell’Autorizzazione Ambientale Integrata e ha la possibilità di lavorare con regimi autorizzativi dove i controlli sono inferiori, a dire il vero quasi inesistenti. E’ quindi facile dichiarare risultati di recupero distanti dalla realtà. La situazione si normalizzerà solo quando le autorità preposte compieranno rigorosi e frequenti controlli non solo sugli impianti più grandi ma anche su quelli piccoli”.

Tra le materie critiche è strategiche c’è anche il litio, per il quale si prevede un boom di domanda nei prossimi anni, soprattutto in virtù delle politiche di sostituzione dei combustibili fossili promosse dal Green Deal. Oltre a Seval in questo ambito sta investendo anche Midac Batteries, azienda leader nella produzione di batterie ubicata a Soave, in provincia di Verona, che produce batterie di avviamento, di trazione e stazionarie con tecnologie al piombo e al litio. In un’ottica di circolarità, la sua attività riguarderà presto anche il trattamento delle batterie esauste agli ioni di litio. “Il primo passo è stato fare un importante investimento per creare laboratori dove facciamo ricerche e testing sul riciclo del litio” ci ha detto il Presidente dell’azienda Filippo Girardi. “I risultati ottenuti finora sono molto incoraggianti: stiamo riuscendo a recuperare tra l’80% e il 90% delle batterie esauste agli ioni di litio, un valore estremamente rilevante considerate le possibilità che offrono le tecnologie attuali. Il processo, oltre a portare risultati ambientali, è anche economicamente efficiente, perché a lato del litio riusciamo a recuperare materiali nobili che hanno buoni prezzi di mercato. E con il litio recuperato siamo riusciti a fabbricare in laboratorio celle a bottone con livelli di performance dello stesso livello di quelle cinesi, che attualmente dominano il mercato”.

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