La chimica del futuro? È sicura “by design”
La logica tradizionale della regolazione chimica funziona a valle: prima si produce, poi — se emergono problemi — si impongono restrizioni. Il framework Safe and Sustainable by Design (SSbD), aggiornato dalla Commissione europea il 6 marzo 2026, prova a rovesciare questa sequenza. I PFAS sono il banco di prova più politico: sostanze "forever chemicals" usate in migliaia di applicazioni, con costi di bonifica stimati tra 330 miliardi e 1,7 trilioni di euro entro il 2050. Progettare sicuro fin dall'inizio non è più solo un fatto etico: è prevenzione di passività future. Leggi l’articolo di Raffaele Lupoli.
di Raffaele Lupoli
Nella politica industriale europea c’è una parola che negli ultimi anni ha cambiato posizione. Per decenni la sicurezza nella chimica ha coinciso quasi totalmente con la fase del controllo: autorizzazioni, restrizioni, classificazioni, limiti di esposizione, obblighi di informazione. Era la logica necessaria ma spesso tardiva della regolazione a valle e del contenimento dei danni. Prima si produce, poi si valuta ed eventualmente si restringe; prima si scopre la persistenza di una sostanza nell’ambiente o nel corpo umano, poi si prova a contenerla.
Il quadro Safe and Sustainable by Design, o SSbD, nasce per rovesciare questa sequenza. La Commissione europea ha adottato il 6 marzo 2026 una Raccomandazione rivista sul framework SSbD per sostanze chimiche e materiali, presentandola come un tassello della leadership industriale pulita europea e collegandola esplicitamente all’ambizione del Clean Industrial Deal: un’economia competitiva, circolare e libera da sostanze tossiche. La Raccomandazione aggiorna il primo quadro del 2022 e recepisce la fase di sperimentazione condotta con Stati membri, industria, università e organizzazioni di ricerca. La stessa Commissione colloca il framework dentro una traiettoria che comprende materiali avanzati, innovazione chimica, sostituzione di sostanze problematiche e transizione industriale.
Verso una circolarità più “pulita”
Il punto politico è evidente: se l’Europa vuole costruire filiere circolari, non può limitarsi a chiudere i cicli dei materiali. Deve chiedersi che cosa sta mettendo in circolo. Una circolarità che ricicla sostanze problematiche, additivi persistenti o composti di cui non conosciamo bene gli effetti cumulativi rischia di diventare una forma sofisticata di redistribuzione del rischio. Per questo il lessico della “clean circular economy” non riguarda soltanto l’efficienza nell’uso delle risorse, ma la qualità chimica dei cicli materiali.
Qui SSbD introduce una tensione nuova dentro la transizione industriale: innovare più velocemente, ma con meno cecità; sostituire sostanze problematiche, ma senza creare sostituti altrettanto persistenti; progettare materiali performanti, ma misurando fin dall’inizio esposizione, tossicità, impatti ambientali, funzionalità e fine vita. La nuova Raccomandazione resta volontaria, ma la sua importanza sta nel fatto che prova a costruire una grammatica comune per decidere quali innovazioni meritino davvero di essere considerate sicure e sostenibili.
Questa grammatica arriva mentre la strategia europea sulle sostanze chimiche vive una fase di ambivalenza: da un lato l’Unione continua a rivendicare una delle regolazioni più avanzate al mondo; dall’altro, diversi dossier della cosiddetta “detox agenda” procedono con ritardi, rinvii e conflitti crescenti tra ambizione sanitaria, pressione industriale e semplificazione regolatoria. Proprio per questo SSbD va letto anche come un test di coerenza: può un framework volontario compensare, accompagnare o almeno preparare ciò che la regolazione vincolante fatica a realizzare?
Perché “by design” è una scelta politica
L’espressione “by design” può sembrare un dettaglio metodologico, ma in realtà evidenzia che la sostenibilità in questo ambito deve essere un vincolo progettuale. In altre parole: la domanda non è più soltanto “questa sostanza è conforme?”, ma “questa sostanza avrebbe dovuto essere progettata così?”.
La Raccomandazione del 6 marzo scorso si accompagna al framework revisionato pubblicato nel dicembre 2025 e a ulteriori linee metodologiche: un processo graduale che mira a trasformare SSbD in un approccio operativo per ricerca, industria e politiche pubbliche. Questo passaggio è decisivo perché molte problematiche legate all’uso di sostanze chimiche non derivano solo dalla tossicità intrinseca di una molecola, ma dalla combinazione tra proprietà, quantità, usi, dispersione, persistenza e incapacità di recupero. I PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche definite non a caso “forever chemicals”, rappresentano un caso emblematico: una vasta famiglia di sostanze usate per rendere materiali resistenti all’acqua, al grasso, al calore o all’usura diventa problematica quando la persistenza chimica si traduce in presenza diffusa nell’ambiente, nell’acqua, negli alimenti e negli organismi.
La logica SSbD ha l’ambizione di evitare una trappola ricorrente: quella della sostituzione tout court, cioè il passaggio da una sostanza riconosciuta come pericolosa a un’altra di cui non si valutano approfonditamente gli impatti, utilizzata perché strutturalmente simile ma non necessariamente più sicura per ecosistemi e salute umana. Il “design” diventa allora il luogo in cui si confrontano sicurezza, sostenibilità, funzionalità e disponibilità di alternative. Non basta che un materiale sia tecnicamente efficace; deve essere valutato lungo il ciclo di vita, nel contesto d’uso e nella prospettiva del suo destino finale.
Ma proprio qui emerge il primo collo di bottiglia. Valutare bene richiede dati: sulle proprietà chimiche, sui flussi, sulle emissioni, sugli scenari di esposizione, sulle filiere, sulle condizioni di riciclo, sulle interazioni con altri composti. In molte catene del valore queste informazioni sono frammentarie, coperte da segreto industriale, distribuite lungo fornitori multipli o semplicemente non generate. SSbD promette di anticipare il rischio, ma per farlo deve trasformare la trasparenza in infrastruttura industriale.
Novel entities, una frontiera ancora da esplorare
Il concetto di novel entities aiuta a capire perché la Raccomandazione europea arrivi in un momento così sensibile. Nel quadro dei planetary boundaries messo a punto dallo Stokholm Resiliece Centre, le novel entities comprendono sostanze chimiche sintetiche, plastiche, metalli pesanti, materiali radioattivi, organismi geneticamente modificati e, più in generale, entità introdotte o mobilizzate dall’attività umana in forme e quantità nuove per il sistema Terra. Il Planetary Health Check descrive questo “limite” come una pressione ampia e difficile da misurare, monitorata anche attraverso la quota di sostanze chimiche in uso che resta non testata o insufficientemente valutata. La ricerca di riferimento pubblicata su Environmental Science & Technology da Linn Persson e coautori ha proposto una diagnosi netta: l’umanità opera fuori dallo “spazio operativo sicuro” per le novel entities, perché produzione e rilascio crescono a una velocità che supera la capacità sociale di valutazione e monitoraggio. Lo studio sottolinea inoltre che la plastica rappresenta un aspetto di particolare preoccupazione, proprio perché combina crescita dei volumi, persistenza, frammentazione, dispersione globale e difficoltà di controllo lungo il ciclo di vita.
Questa è una differenza fondamentale rispetto ad altri contesti ambientali. Per il clima, pur con enormi incertezze politiche, esiste una metrica dominante: le emissioni di gas serra espresse in CO₂ equivalente. Per l’inquinamento chimico non esiste un indicatore altrettanto sintetico e universalmente operativo. Una tonnellata di plastica, un chilogrammo di pesticida, pochi grammi di un composto altamente persistente o interferente endocrino non sono comparabili in modo lineare. La pericolosità dipende da persistenza, mobilità, bioaccumulo, tossicità, dose, finestra di esposizione, interazioni e contesto ambientale.
Il costo di decidere prima di sapere tutto
La conseguenza è che la politica delle novel entities è costretta a muoversi in un territorio scomodo: bisogna decidere prima di sapere tutto. È qui che la Strategia SSbD può diventare importante, ma anche controversa. Importante perché istituzionalizza un approccio precauzionale orientato all’innovazione; controversa perché chiede all’industria di internalizzare in anticipo costi informativi e progettuali che spesso il mercato non remunera immediatamente.
In questo senso, il framework europeo prova a rendere visibile l’incertezza prima che sia incorporata in milioni di prodotti, infrastrutture e rifiuti. La parola chiave è “prima”. Perché dopo, quando una sostanza persistente è entrata nelle acque, nei suoli, nei fanghi di depurazione, negli alimenti, nei materiali riciclati o nel sangue umano, non siamo più nel campo dell’innovazione ma in quello della bonifica, della responsabilità civile, della spesa pubblica, del rischio sanitario e della perdita di fiducia nel sistema.
PFAS, il caso che misura la credibilità europea
Se le novel entities sono la categoria generale, i PFAS sono oggi il banco di prova più politico. L’Unione europea sta valutando una restrizione ampia ai sensi del regolamento REACH sulla sicurezza delle sostanze chimiche, dopo la proposta presentata nel 2023 da cinque autorità nazionali: Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. La valutazione scientifica è entrata nel 2026 in una fase particolarmente rilevante: il RAC, Comitato per la valutazione dei rischi di ECHA (l’Agenzia europea per le sostanze chimiche), ha adottato la propria opinione finale il 2 marzo 2026, mentre il Comitato per l’analisi socioeconomica, il SEAC, ha concordato la propria bozza di opinione il 10 marzo 2026, poi sottoposta a consultazione fino al 25 maggio 2026.
È un passaggio cruciale perché sposta il dossier PFAS dalla denuncia generale alla costruzione di una restrizione concreta, con deroghe, tempi, condizioni e misure di gestione del rischio. Un obiettivo tutt’altro che semplice da raggiungere: in seno all’ECHA, il RAC considera insufficienti le misure regolatorie esistenti e ritiene necessaria un’azione europea, mentre il SEAC sostiene che servano deroghe mirate per usi specifici nei quali le alternative non siano ancora disponibili e l’analisi costi-benefici giustifichi una transizione più graduale. Un dualismo che rispecchia le posizioni in campo a livello più ampio. Da un lato, scienziati, autorità ambientali e organizzazioni sanitarie insistono sul fatto che la persistenza rende i PFAS diversi da molte altre sostanze: una volta dispersi, restano; una volta presenti nelle acque o nei suoli, diventano costosi e difficili da rimuovere; una volta incorporati nelle filiere globali, sfuggono al controllo del singolo produttore. Dall’altro lato, settori industriali avvertono che una restrizione troppo rapida o troppo ampia potrebbe creare difficoltà in applicazioni dove le alternative non sono ancora disponibili, validate o scalabili. I PFAS sono stati usati in schiume antincendio, tessili tecnici, rivestimenti, packaging, componenti industriali, semiconduttori, applicazioni mediche, trattamenti superficiali e tecnologie energetiche. Questa pervasività rende politicamente difficile una restrizione universale, ma è proprio ciò che rende ambientalmente insufficiente un approccio sostanza per sostanza. Se la famiglia chimica è numerosa, se alcune sostanze vengono sostituite da altre strutturalmente analoghe, se la persistenza resta una proprietà comune, allora la regolazione per singole molecole rischia di inseguire sempre il mercato con anni di ritardo.
SSbD entra esattamente in questa frattura. Non sostituisce REACH e non decide da solo il destino dei PFAS, ma offre un criterio per evitare che il futuro replichi il passato: se una sostanza deve essere progettata oggi, la sua persistenza, la sua mobilità e la sua potenziale dispersione non possono essere trattate come dettagli da correggere dopo. Devono diventare variabili di progetto.
Dal costo dell’inazione al costo della prova
La questione PFAS non è più soltanto ambientale o sanitaria. È ormai anche economica, fiscale e assicurativa. Secondo uno studio diffuso dalla Commissione europea nel gennaio 2026, i costi della contaminazione da PFAS nello Spazio economico europeo potrebbero collocarsi, a seconda degli scenari, tra 330 miliardi e 1,7 trilioni di euro entro il 2050. Nello scenario di status quo, il costo sociale ammonterebbe a circa 440 miliardi di euro in 25 anni; nello scenario più oneroso, legato al raggiungimento di standard ambientali molto stringenti per acque sotterranee e superficiali, servirebbero più di 80 miliardi di euro l’anno per bonifica dei suoli e trattamento delle acque reflue.
Questi numeri vanno maneggiati con cautela, perché dipendono da ipotesi, perimetri e scenari. Ma proprio le limitazioni dichiarate rendono il dato ancora più politico. Lo studio considera solo alcune sostanze PFAS e non include pienamente l’effetto combinato di migliaia di varianti o il cosiddetto “cocktail effect”. Anche quando prova a quantificare, dunque, la contabilità pubblica dell’inquinamento chimico resta probabilmente parziale.
Il punto più importante, però, è un altro: chi paga? La contaminazione da PFAS mette in crisi una delle promesse implicite della modernità industriale, secondo cui l’innovazione produce benefici privati e sociali mentre il danno, se emerge, può essere governato dopo. Ma se il danno è persistente, diffuso, difficile da attribuire e costoso da rimuovere, il “dopo” diventa una generazione intera di spesa pubblica, limitazioni d’uso, monitoraggi sanitari, filtri, cause giudiziarie, incertezza epidemiologica. Il principio “chi inquina paga”, incorporato nel diritto europeo, viene così sottoposto a una prova concreta. Non basta affermarlo; bisogna poter dimostrare fonte, nesso causale, responsabilità, entità del danno, perimetro territoriale, durata dell’esposizione. L’inquinamento chimico persistente tende però a confondere proprio queste categorie: migra, si accumula, attraversa matrici ambientali diverse, coinvolge catene di fornitura lunghe, genera esposizioni multiple e spesso si scopre quando la produzione è già cambiata o quando le imprese hanno riorganizzato assetti societari. Qui torna il nesso con SSbD. Progettare “safe and sustainable” non significa soltanto evitare effetti tossicologici. Significa ridurre il rischio di costruire passività future che nessuno sarà in grado di attribuire, assicurare o bonificare senza costi sproporzionati.
Microplastiche: quando il problema non è solo il rifiuto
Un altro ambito in cui la logica SSbD mostra la sua rilevanza è l’inquinamento da plastiche e microplastiche. Per molto tempo la questione è stata narrata soprattutto come problema di rifiuti: raccolta insufficiente, dispersione, marine litter, riciclo troppo basso. Questa lettura resta vera, ma è incompleta. Le plastiche sono materiali, prodotti, additivi, polimeri, flussi globali, combustibili fossili incorporati, emissioni industriali, micro e nanoplastiche, sostanze chimiche associate.
L’OCSE stima che, con le politiche attuali, l’uso globale di plastica potrebbe quasi triplicare entro il 2060; anche i rifiuti plastici quasi triplicherebbero, con metà dei rifiuti ancora destinati a discarica e meno di un quinto riciclato. La dispersione nell’ambiente potrebbe raddoppiare fino a 44 milioni di tonnellate l’anno, mentre le emissioni di gas serra lungo il ciclo di vita delle plastiche potrebbero più che raddoppiare, da 1,8 a 4,3 gigatonnellate di CO₂ equivalente. Se la produzione continua a crescere a questi ritmi, il riciclo non può essere l’unica risposta. Può ridurre alcuni impatti, ma non basta a governare la scala del flusso, la complessità degli additivi, la qualità dei materiali secondari e la frammentazione in microplastiche. È per questo che il negoziato globale su un trattato contro l’inquinamento da plastica è diventato un conflitto sulla produzione, non solo sulla gestione dei rifiuti.
Per l’Europa, il nodo delle microplastiche si articola ormai su due piani regolatori distinti. Il primo riguarda le microplastiche intenzionalmente aggiunte ai prodotti, oggetto della restrizione REACH adottata nel 2023. Il secondo riguarda le perdite non intenzionali, in particolare i pellet plastici, cioè la materia prima granulare usata per produrre oggetti in plastica. È su questo secondo fronte che nel 2025 è arrivata una delle novità più importanti.
Il Regolamento (UE) 2025/2365 del 12 novembre 2025 stabilisce misure per prevenire le perdite di pellet plastici e ridurre l’inquinamento da microplastiche. La Commissione precisa che il regolamento si applica agli operatori economici che gestiscono nell’Unione installazioni in cui vengono movimentate almeno cinque tonnellate di pellet l’anno: produttori, riciclatori, trasformatori, depositari e altri operatori, oltre ai vettori che trasportano pellet nell’UE e via mare. È un passaggio importante perché sposta il problema dal comportamento del consumatore all’organizzazione industriale della filiera. Le microplastiche non sono solo il risultato finale di un prodotto disperso o degradato; possono essere perdite di processo, trasporto, stoccaggio, movimentazione. In questo senso, il pellet diventa un simbolo perfetto della logica SSbD: non basta progettare il prodotto finale; bisogna progettare anche il modo in cui la materia prima viaggia, viene caricata, scaricata, immagazzinata, trattata, recuperata in caso di sversamento.
Prevenire le perdite lungo la filiera
La regolazione delle microplastiche intenzionalmente aggiunte è particolarmente rilevante perché mette in discussione una serie di usi consolidati: cosmetici, detergenti, prodotti industriali, materiali granulari, applicazioni agricole o tecniche. Ma nel 2026 il tema non è solo il divieto progressivo; è anche l’infrastruttura informativa. La Commissione segnala che la timeline europea sulle microplastiche comprende la restrizione REACH del 2023 e il regolamento sui pellet del 2025, collocando entrambe le iniziative dentro una strategia più ampia di riduzione delle emissioni alla fonte.
La governance delle microplastiche non si costruisce soltanto proibendo alcune applicazioni, ma rendendo visibili flussi finora opachi. Chi usa microplastiche intenzionali, chi movimenta pellet, chi trasporta materia prima plastica, chi produce materiali compositi o additivati entra progressivamente in un regime in cui la perdita non è più un incidente invisibile, ma una variabile da prevenire, documentare e gestire. Il pellet, in particolare, rompe un’immagine rassicurante della plastica come oggetto finito. Prima della bottiglia, dell’imballaggio, del componente automobilistico o del film tecnico esiste una fase materiale meno visibile, fatta di granuli, sacchi, silos, container, porti, camion, impianti. È lì che una parte dell’inquinamento può iniziare. Se quei granuli finiscono nei tombini, nei fiumi, nei suoli, nelle aree portuali o in mare, diventano microplastiche prima ancora di essere diventati prodotto.
La risposta regolatoria europea riconosce così un principio di prevenzione molto concreto: non basta pulire dopo; bisogna organizzare la filiera perché la perdita non avvenga. Questo tipo di logica è perfettamente coerente con SSbD, ma anche più vincolante. Mentre SSbD propone un quadro volontario per progettare sostanze e materiali più sicuri e sostenibili, il regolamento sui pellet introduce obblighi giuridici sulla gestione di una fonte specifica di microplastiche.
La lezione è più ampia. Per molte novel entities, il rischio non è localizzato in un unico momento. È distribuito lungo il ciclo di vita: progettazione, produzione, trasporto, uso, manutenzione, riciclo, smaltimento, dispersione. La regolazione del futuro dovrà probabilmente assomigliare sempre meno a un cancello unico all’ingresso del mercato e sempre più a una rete di obblighi lungo la catena materiale.






