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In Europa il diritto alla riparazione diventa strategia industriale

"Ripararlo costa più che comprarlo nuovo": qualcosa in questa narrazione sta cambiando. La Direttiva UE 2024/1799 sul diritto alla riparazione, recepita in Italia con la Legge n. 36/2026, introduce obblighi per i produttori, incentivi per i consumatori e una piattaforma europea per trovare riparatori. La Francia ha già un bonus réparation che in tre anni ha generato quasi due milioni di riparazioni. California e Oregon vietano il parts pairing. L'Italia deve ancora decidere se limitarsi al minimo europeo o fare della riparazione una vera politica industriale. Leggi l’articolo di Raffaele Lupoli.

di Raffaele Lupoli

“Riparlarlo costa più che comprarlo nuovo”. Quante volte abbiamo sentito questa frase. E per questo tempo abbiamo considerato la riparazione come un’attività residuale da relegare a vecchi oggetti con un grande valore affettivo o soltanto a oggetti molto costosi. Qualcosa in questa narrazione sta cambiando. Il diritto alla riparazione va oltre la sostituzione della batteria dello smartphone o l’intervento sulla lavatrice fuori garanzia ed entra nel campo dell’accesso ai dati diagnostici, del passaggio dalla vendita del prodotto alla vendita di servizi correlati (inclusa manutenzione e riparazione), dell’attenzione alla sicurezza informatica e alla proprietà intellettuale. Insomma, la riparazione diventa gradualmente strategia industriale e lo fa con un occhio particolare alla necessità di preservare le risorse naturali e di sottrarre oggetti e loro componenti dal novero dei rifiuti, magari elettrici ed elettronici, per ridurre la dipendenza dall’importazione di materie prime o componenti che le contengono da altri Paesi e continenti.

Per i Paesi dell’Unione Europea questo scenario è già una roadmap concreta: la direttiva UE 2024/1799, adottata il 13 giugno 2024 ed entrata in vigore il 30 luglio 2024, deve essere recepita dagli Stati membri e applicata dal 31 luglio 2026. La Commissione europea la presenta come uno strumento per aumentare riparazione e riuso sia dentro sia fuori dalla garanzia legale, in connessione con il Green Deal, con l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) e con la direttiva 2024/825 sull’empowerment dei consumatori nella transizione verde, la cosiddetta direttiva Greenwashing.

Le condizioni per ridurre il sovrasfruttamento

La riparazione diventa dunque un tassello del nuovo diritto europeo dei prodotti, insieme a ecodesign, informazione ambientale, durabilità, disponibilità dei pezzi di ricambio e responsabilità delle filiere. La Commissione UE stima che lo smaltimento prematuro di beni ancora riparabili produca ogni anno circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti, consumi 30 milioni di tonnellate di risorse e generi 261 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra.  Riparare di più e meglio – e prima ancora progettare per la riparabilità – significa ridurre la domanda di nuovi prodotti e quindi di materiali, energia, logistica, estrazione, produzione e trattamento dei rifiuti. In sintesi, riparare è una chiave di volta per ridurre il sovrasfruttamento di risorse naturali.

Per raggiungere quest’obiettivo serve dunque che si realizzino diverse condizioni, inclusa la disponibilità di ricambi a prezzi proporzionati, di informazioni tecniche accessibili e software aggiornabili, di riparatori competenti e messi in condizione di stare sul mercato senza portare il prodotto riparato fuori mercato.

Cosa rientra nella direttiva “right to repair”

La direttiva 2024/1799 introduce un insieme di obblighi e incentivi che spostano il sistema verso la riparazione, ma lo fanno in modo graduale (secondo alcuni stakeholder troppo timido) e collegato alla legislazione europea sui prodotti. L’obbligo di riparazione riguarda infatti i beni soggetti a requisiti di riparabilità nel diritto UE e indicati nell’allegato della direttiva, come frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, display elettronici, smartphone e tablet quando rientrano nei regolamenti specifici di ecodesign. I produttori dovranno ripararli entro un tempo ragionevole e a un prezzo ragionevole. Va detto che restano fuori molte categorie di beni di uso quotidiano, al punto che Right to Repair Europe, la coalizione che riunisce oltre 140 organizzazioni in 24 Paesi europei, ha riconosciuto la direttiva come una vittoria politica dopo anni di campagne, ma ne ha evidenziato subito il carattere selettivo: non siamo di fronte a un diritto pieno e universale alla riparazione, bensì a un accesso rafforzato alla riparazione per alcuni prodotti coperti dalla normativa UE. Al momento prodotti come piccoli elettrodomestici, dispositivi audio, console, e-reader, utensili, router, prodotti per l’igiene personale, droni, sono fuori dal radar della direttiva. E la possibilità di estendere davvero il diritto dipenderà dall’evoluzione futura delle norme sull’ecodesign che sono al vaglio della Commissione e del suo braccio scientifico il Joint Research Centre, che sta mettendo a punto un atto delegato del Regolamento ESPR proprio sulla riparabilità.

La questione del prezzo e delle informazioni

La direttiva indica la necessità di rendere accessibile la riparazione usando la formula “prezzo ragionevole”. È il classico caso in cui la norma europea fissa una direzione, ma l’efficacia dipende da come il contesto applicativo specifico la tradurrà in pratica. Per la coalizione Right to Repair Europe “prezzo ragionevole” non può significare ragionevole dal punto di vista del produttore, ma dal punto di vista del consumatore. Se un ricambio è disponibile ma molto costoso non c’è alcun incentivo a riparare, ragion per cui servono criteri operativi per valutare quando un prezzo scoraggia effettivamente la riparazione. Senza benchmark, controlli e sanzioni, la ragionevolezza resta una formula inefficace.

La direttiva interviene anche sugli ostacoli tecnici e contrattuali. I produttori non potranno usare clausole, hardware o software che impediscano la riparazione dei beni coperti, salvo giustificazioni legittime e oggettive; dovranno inoltre rendere disponibili informazioni facilmente accessibili sui propri servizi di riparazione e sui prezzi indicativi delle riparazioni tipiche. Anche in questo caso, il divieto di ostacoli software e hardware contenuto nella direttiva è un passaggio importante, ma dovrà essere messo alla prova nella pratica. La serializzazione dei componenti, il parts pairing, il blocco di funzionalità dopo una sostituzione non autorizzata, l’accesso limitato agli strumenti diagnostici sono pratiche che possono essere giustificate dai produttori con argomenti di sicurezza, qualità o protezione della proprietà intellettuale. In alcuni casi queste ragioni possono essere fondate; in altri possono funzionare come barriere alla concorrenza. La direttiva pone un principio, ma saranno autorità nazionali, prassi applicative e contenziosi a stabilire dove finisca la sicurezza e dove inizi il controllo dell’aftermarket.

Dall’incentivo della garanzia estesa alle misure di promozione

Il testo introduce poi un incentivo giuridico dentro la garanzia legale: se il consumatore sceglie la riparazione invece della sostituzione, la garanzia viene estesa di un anno. È una scelta significativa perché prova a correggere una distorsione concreta. Nella pratica, quando un prodotto si guasta durante la garanzia, la sostituzione è spesso più semplice, più rapida e meno conflittuale della riparazione. Per il venditore può essere logisticamente più efficiente; per il consumatore può apparire più conveniente; per il produttore può essere integrata in processi standardizzati. Ma dal punto di vista ambientale la sostituzione può essere la soluzione peggiore, soprattutto quando il difetto è circoscritto e riparabile. L’anno aggiuntivo di garanzia prova a rendere la riparazione una scelta razionale, oltre che virtuosa.

Il provvedimento in via di recepimento prevede poi l’istituzione di una piattaforma europea online per la riparazione, prevista come estensione del portale Your Europe e destinata a diventare operativa nel 2027: uno strumento per aiutare i consumatori a trovare riparatori e servizi collegati. Gli Stati membri dovranno gestire condizioni e registrazione dei riparatori sul proprio territorio. A questo si aggiunge il modulo europeo standard di informazione sulla riparazione, che consentirà ai riparatori di presentare condizioni comparabili e vincolate per 30 giorni se scelgono di utilizzarlo. Infine, la direttiva obbliga ogni Stato membro ad adottare almeno una misura nazionale di promozione della riparazione: campagne informative, voucher, formazione, incentivi finanziari o strumenti non finanziari. Il legislatore europeo lascia agli Stati la scelta del mix. Ed è proprio qui che emergeranno le differenze tra Paesi che tratteranno la riparazione come adempimento minimo e Paesi che la useranno come leva di politica industriale, occupazionale e territoriale.

La Francia come laboratorio: indice, bonus, durabilità

Se c’è un Paese europeo che ha trasformato il diritto alla riparazione in un laboratorio istituzionale, questo è la Francia. La cosiddetta legge AGEC, anti-gaspillage pour une économie circulaire, nel 2020 ha anticipato molti elementi poi entrati nel dibattito europeo: informazione al consumatore, contrasto all’obsolescenza, estensione delle responsabilità del produttore, incentivi alla riparazione. Il cuore simbolico di questa strategia è stato l’indice di riparabilità, una valutazione da 1 a 10 pensata per rendere visibile, al momento dell’acquisto, quanto un prodotto sia teoricamente facile da riparare. L’indice si basa su criteri come smontabilità, disponibilità di istruzioni, disponibilità e prezzo dei pezzi di ricambio e, alla stregua dell’etichetta energetica, ha reso la riparabilità una qualità comparabile, esposta accanto al prodotto, potenzialmente capace di influenzare sia la scelta dei consumatori sia le strategie dei produttori.

Tutto bene dunque? Ancora una volta l’efficacia dell’iniziativa dipende dalle condizioni applicative: se il punteggio è calcolato dai produttori, se i controlli sono limitati, se il prezzo effettivo dei ricambi non pesa abbastanza o se il consumatore non comprende il rapporto tra punteggio e costo reale della riparazione, l’indice rischia di diventare un’informazione ambientale insufficiente. La Francia ha infatti avviato il passaggio dall’indice di riparabilità all’indice di durabilità, che incorpora anche elementi di affidabilità, resistenza all’usura, manutenzione e garanzie, iniziando da categorie come televisori e lavatrici.

Il secondo strumento francese è il “bonus réparation”, forse il più interessante dal punto di vista economico. Invece di limitarsi a dire al consumatore che riparare è meglio, lo Stato riduce direttamente il costo della riparazione attraverso uno sconto applicato in fattura presso riparatori accreditati. Per gli apparecchi elettrici ed elettronici, il bonus è operativo dal dicembre 2022; per tessili e calzature è stato introdotto nel novembre 2023. Dal 15 dicembre 2022 al 31 dicembre 2025, in 9.896 punti di riparazione sono state analizzate 1.888.208 riparazioni realizzate, con una progressione annua superiore al 110%.

Riparazione e responsabilità estesa; un nesso virtuoso

L’esperienza francese fa emergere anche altri spunti di riflessione: se, ad esempio, il bonus aiuta ad aggirare l’ostacolo del costo elevato, continuano a far sentire il loro peso fattori come la distanza dal riparatore, i tempi di attesa, la disponibilità dei ricambi, la fiducia nella qualità della riparazione, la conoscenza del dispositivo o la complessità amministrativa per gli operatori.  Vanno anche considerati anche fattori come il rischio di misure conosciute solo da una minoranza, l’asimmetria tra grandi centri urbani e territori periferici, la difficoltà di misurare l’addizionalità (cioè quante riparazioni avvengono davvero grazie all’incentivo e quante sarebbero avvenute comunque) e la tensione tra riparazione come servizio ambientale e riparazione come mercato in cui prezzi, margini e concorrenza contano.

Per Right to Repair Europe, il modello francese è interessante anche per un’altra ragione: collega la riparazione alla responsabilità estesa del produttore. La coalizione sostiene che il finanziamento della riparazione non possa dipendere solo dai bilanci pubblici o da iniziative locali discontinue. Una politica stabile dovrebbe prevedere fondi alimentati dai produttori, capaci di rendere economicamente accessibile la riparazione nel tempo. È una differenza importante rispetto ai bonus temporanei finanziati da risorse pubbliche: se il costo ambientale del fine vita e della scarsa riparabilità resta a carico della collettività, la riparazione rimane una politica compensativa; se invece entra nella responsabilità economica delle filiere, diventa parte del modo in cui il mercato internalizza la durata dei prodotti.

E l’Italia?

L’Italia ha inserito la direttiva sul diritto alla riparazione nella Legge di delegazione europea 2025, diventata Legge 17 marzo 2026, n. 36, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 25 marzo 2026. Il passaggio decisivo sarà ora il decreto legislativo di recepimento: dovrà definire autorità competenti, sanzioni, procedure, rapporto con il Codice del consumo, obblighi informativi, eventuali misure nazionali di promozione, coinvolgimento dei riparatori indipendenti e coordinamento con le filiere di responsabilità estesa del produttore. Insomma, l’Italia dovrà decidere se limitarsi ad applicare il minimo europeo o se usare la direttiva per costruire una politica nazionale della riparazione.

Un recepimento ambizioso potrebbe invece includere un sistema di incentivi alla riparazione, una piattaforma nazionale ben integrata con quella europea, campagne pubbliche, formazione tecnica, sostegno ai riparatori indipendenti, criteri per rendere trasparenti i prezzi dei ricambi, misure fiscali o sperimentazioni territoriali. Potrebbe inoltre collegare il diritto alla riparazione alle politiche su RAEE, ecodesign, appalti verdi, riuso, ricondizionamento e competenze professionali.

Una memoria presentata nel 2025 nel percorso parlamentare italiano sottolineava che il diritto alla riparazione non deve essere inteso esclusivamente come prerogativa dei consumatori, ma anche come possibilità per i rivenditori di diventare protagonisti del mercato della riparazione in condizioni eque e competitive. Un passaggio che sposta l’attenzione dalla relazione binaria consumatore-produttore a un ecosistema più articolato, in cui il commercio al dettaglio, le reti di assistenza, le PMI e i laboratori locali possono diventare infrastruttura della circolarità.

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USA, Canada, Australia: stesso diritto, traiettorie diverse

Fuori dall’Europa il diritto alla riparazione non segue un modello unico. Negli Stati Uniti procede soprattutto per Stati e per settori. California e Oregon sono diventate due giurisdizioni chiave. La legge californiana entrata in vigore il 1° luglio 2024 impone ai produttori di elettronica e apparecchi domestici di fornire a consumatori e riparatori indipendenti accesso a parti, strumenti e documentazione a condizioni eque e ragionevoli per prodotti fabbricati e venduti o usati nello Stato da determinate date. L’Oregon ha fatto un passo ulteriore vietando il parts pairing, cioè la pratica di associare via software componenti e dispositivi in modo da limitare o bloccare riparazioni con parti sostitutive non autorizzate. La legge, entrata in vigore nel 2025, è stata descritta da molte organizzazioni come una delle più avanzate degli Stati Uniti proprio perché affronta il nodo digitale del controllo post-vendita.

Il Canada ha scelto una porta d’ingresso diversa, quella del diritto d’autore e delle misure tecnologiche di protezione. Il Bill C-244, che ha ricevuto il royal assent il 7 novembre 2024, modifica il Copyright Act per consentire l’elusione di misure tecnologiche di protezione quando lo scopo è diagnosi, manutenzione o riparazione di determinati prodotti. Un approccio che riconosce che una parte degli ostacoli alla riparazione deriva dal modo in cui copyright, software e lucchetti digitali possono impedire interventi su beni fisici.

L’Australia, invece, ha affrontato il tema a partire dalla concorrenza e dai mercati riparativi. Recentemente il governo australiano ha rivendicato i risultati del regime di condivisione delle informazioni per la riparazione automobilistica e ha annunciato la consultazione per estendere le riforme alle macchine agricole; secondo la Productivity Commission, l’estensione all’agricoltura potrebbe aumentare il PIL annuo di 97 milioni di dollari australiani attraverso la riduzione dei fermi macchina e delle perdite produttive.