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Il riciclaggio ai tempi della crisi energetica

Il riciclaggio fa risparmiare energia, ma non sempre. I riciclatori che non riescono più a sostenere il costo dell’energia verranno sostenuti dall’EPR, ma non in tutti i casi. Il riciclaggio contribuisce all’autonomia energetica dell’Europa, ma solo a certe condizioni. Giuliano Maddalena, Direttore di SAFE, offre una lettura dell’attuale crisi energetica in relazione con l’economia circolare.

di Giuliano Maddalena – Direttore di SAFE – Hub delle Economie Circolari

La crisi energetica è tutti i giorni nelle prime pagine dei giornali, e non c’è certo bisogno di Oltre il Green 24 per inquadrare il fenomeno nella sua dimensione globale. Oggi mi limiterò a commentare la maniera in cui il riciclaggio interagisce con la congiuntura energetica internazionale, e lo farò alla luce di due asserzioni che sono entrambe vere nonostante sembrino essere in contraddizione: 1) il Riciclaggio fa risparmiare energia; 2) il Riciclaggio è energivoro.

IL RICICLAGGIO FA RISPARMIARE ENERGIA. Gli strumenti di misurazione che permettono di dimostrare questa verità sono molti. Tra i più nuovi c’è quello presentato da Enea nel 2025, chiamato TE3C, che usa come unità di misura le tonnellate di petrolio equivalenti (TEP) risparmiate grazie al riciclaggio. Enea ha riferito che con le tecnologie attuali ogni tonnellata di cartone riciclato può garantire un risparmio di 0,25 TEP rispetto alla produzione di una tonnellata di cartone nuovo. Le TEP risparmiate a tonnellata salgono a 0,58 con il vetro riciclato, a 1,11 per il PET riciclato e a 2,86 per l’acciaio riciclato. E così via. Il diavolo però sta nei dettagli. Come ho commentato estesamente in un altro numero di Oltre il Green 24, le problematicità legate all’eventuale inefficienza ed inadeguatezza delle filiere di riciclaggio possono vanificare l’intero risultato ambientale. A dimostrarlo è lo studio Unpacking Circular Economy Practices and Carbon Emissions Relationships: Co-benefits and Legitimacy Perspectives , pubblicato nel 2025 sulla rivista specializzata Business Strategy and The Environment; lo studio, basato su un campione di 1600 imprese, rivela che a livello globale, mediamente, il saldo ambientale del riciclaggio non è favorevole; perché, in tutta evidenza, la filiera di riciclaggio media non obbedisce ai giusti standard.

Di questi tempi, per noi europei, è poi molto importante valutare in che misura il riciclaggio contribuisce all’autonomia energetica. Basare i processi industriali comunitari su materie secondarie che richiedono a monte quantità inferiori di energia favorisce l’autonomia strategica, su questo non c’è dubbio. È però altrettanto indubbio che se le materie secondarie derivate dai nostri rifiuti vanno ad alimentare l’industria asiatica, il risparmio energetico se lo becca l’Asia (doveroso puntualizzare che spedire le materie secondarie a canali asiatici controllati ed efficienti può essere un’ottima soluzione temporanea, se consente di mantenere in piedi le raccolte e i pretrattamenti nostrani laddove non siamo ancora in grado di concludere il processo di recupero).

Che la si veda dal punto di vista ambientale o da quello dell’autonomia strategica, la conclusione è la stessa: senza avere piena contezza del funzionamento delle filiere del riciclaggio e della destinazione finale dei loro flussi, non è possibile affermare che esse siano di una qualche utilità.

Va da sé che una filiera di riciclaggio che opera nell’ambito controllato di un regime di responsabilità estesa del produttore, pur con le indiscutibili differenze tra sistema e sistema, ha maggiori chance di offrire veri risultati ambientali e di autonomia strategica. Nel caso dei flussi paralleli, ossia le filiere che scelgono di agire fuori dall’ambito EPR per beneficiarsi di minori controlli, parlare di risultati ambientali e di autonomia strategica è un claim falso, ovvero non dimostrabile, che rende a ritroso falsi e indimostrabili tutti i claim riferiti al percorso del rifiuto. Analogamente, ogni incentivo o sostegno che favorisca una raccolta differenziata in nome dell’autonomia strategica, andrebbe riconosciuto in base all’effettivo risparmio energetico che le filiere di recupero a valle hanno offerto all’economia unionale.

IL RICICLAGGIO È ENERGIVORO. Questa asserzione è vera come la prima. Facendo una comparazione globale delle filiere, il riciclaggio garantisce risparmio energetico perché elimina attività ad alto impatto che caratterizzano le filiere industriali basate sulle materie vergini, prima fra tutte l’estrazione della materia prima. Ma gli anelli di filiera che rimangono in piedi hanno il normale fabbisogno energetico di un’attività industriale, e pertanto sono ugualmente esposte all’impennata dei prezzi dell’energia. Nelle filiere del riciclaggio ci sono chilometri da percorrere su quattro ruote o con trasporti navali, e un chilometro rimane un chilometro indipendentemente dalla natura del materiale trasportato. I processi di trasformazione della materia finalizzati al riciclaggio, non derogano di certo dalle leggi della fisica: le molecole si fondono alla stessa temperatura, con gli stessi fabbisogni energetici. L’automazione, che sia implementata per assemblare prodotti finiti o che serva a disassemblarli a fine vita, funziona comunque usando energia elettrica.

A volte, in quanto a risparmio energetico, il riciclaggio continua a essere più conveniente anche limitando il computo alle fasi post-estrazione. Il ferro materia vergine, ad esempio, prima di essere sottoposto alle ultime fasi di lavorazione deve essere sottoposto a processi di riduzione chimica che prevedono una prolungata esposizione in altoforno a temperature che possono superare i 1500°C; il rottame di acciaio, essendo già ridotto chimicamente, può essere trattato in fornaci alimentate elettricamente che richiedono un ottavo dell’energia.

In altri casi, sempre limitandoci alle fasi post-estrazione, l’opzione riciclo non è altrettanto favorevole perché richiede processi di ri-estrazione del materiale riciclabile altamente energivori. Ciò succede nel caso della plastica, dove polimeri legati fra di loro nel prodotto finito vanno nuovamente isolati, o nel caso delle batterie, dove il recupero dei minerali chiave richiede fasi di triturazione alle quali seguono complessi trattamenti posteriori. In questi casi, il risultato ambientale è garantito soprattutto dall’assenza delle fasi di estrazione della materia prima, e si somma al rafforzamento dell’autonomia strategica (input produttivi all’industria, che non dipendono dall’importazione di materie prime dai paesi extraeuropei).

Ad aumentare l’incidenza energetica nelle filiere del recupero dei rifiuti urbani è l’inevitabile capillarità della raccolta a monte. Nell’attuale congiuntura energetica, i costi di carburante delle raccolte differenziate sono spesso il principale fattore di crisi delle filiere del recupero.

Da questa disamina generale, basata su considerazioni molto semplici, ricavo una riflessione altrettanto semplice: le filiere di recupero che sono controllate ed efficienti in quanto integrate in un regime di Responsabilità Estesa del Produttore, saranno protette dagli effetti della crisi energetica perché i produttori devono statutariamente farsi carico dei loro costi, indipendentemente dalle fluttuazioni di mercato. Una protezione ben meritata, perché avviene a fronte di dimostrabili risparmi energetici e risultati ambientali. Le filiere che operano parallelamente, godendo di scarsi regimi di controllo, rimarranno invece in balia del mercato, e quando il loro vantaggio competitivo è dato dall’elusione spinta dei costi necessari a lavorare nella legalità, difficilmente troveranno ulteriori margini economici per sopperire all’aumento dei costi energetici. Avranno quindi buone probabilità di essere espulse dal mercato, e anche in questo caso si tratta di una condizione meritata.