Nazioni Unite: la criminalità mina lo sviluppo dell’Economia Circolare
Il traffico illecito di rifiuti è uno dei crimini ambientali in più rapida crescita al mondo. A documentarlo non è un'organizzazione ambientalista, ma l'UNODC. Tra i principali driver dell’illegalità ci sono i costi di smaltimento crescenti e le normative più severe, che in assenza di adeguati controlli inducono certi operatori a violare la legge. UNODC propone sei misure per salvare l'economia circolare. In Italia, a causa del decreto Terra dei Fuochi, il dibattito sull’illegalità è incandescente. Leggi l’articolo della redazione di SAFE.
Il traffico illecito di rifiuti è uno dei crimini ambientali in più rapida crescita al mondo, e rappresenta una minaccia diretta al modello di economia circolare che l’Europa sta cercando faticosamente di costruire. A dircelo non è l’allarmista rapporto di un’organizzazione ambientalista, ma un’analisi sistematica prodotta dall’UNODC, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Il rapporto è stato pubblicato da UNODC nel febbraio 2026 come parte del Global Analysis on Crimes that Affect the Environment.
“I crimini legati ai rifiuti sono diversi dai flussi illegali di risorse naturali o dal contrabbando di metalli o legno, o di merci come armi da fuoco e droghe, perché la maggior parte dei rifiuti inizialmente ha un valore negativo, in quanto il proprietario è responsabile della copertura delle spese di trattamento”, puntualizza UNODC a premessa del suo rapporto. “Ciò che è considerato rifiuto in un luogo potrebbe non esserlo in un altro a causa di differenze che possono riguardare sia il quadro normativo che la capacità di gestione e smaltimento dei rifiuti. Quindi, ad esempio, ciò che è rifiuto elettronico in Europa potrebbe essere considerato merce di seconda mano altrove. Il rispetto delle normative sulla gestione dei rifiuti è costoso per l’industria, le famiglie e il settore pubblico, con costi che variano a seconda del tipo di rifiuto; questi costi includono la raccolta, il trasporto, il trattamento e lo smaltimento”.
L’Ufficio dell’ONU riferisce che nel 2024 il volume d’affari mondiale dei rifiuti gestiti legalmente ha raggiunto i 1.200 miliardi di dollari annui (equivalente al PIL dell’Arabia Saudita), con una crescita di ben 410 miliardi rispetto al 2011. Una posta in gioco enorme a fronte di un sistema con molteplici livelli di vulnerabilità. Non è difficile comprendere perché le organizzazioni criminali abbiano deciso di farne un terreno di conquista.
Europa campione mondiale dei traffici di rifiuti
Sottolineando che il flusso transfrontaliero dei rifiuti procede soprattutto dai paesi a più alto reddito a quelli di basso reddito, UNODC segnala che quasi il 50% degli iter giudiziari di traffico internazionale di rifiuti conclusisi con condanna definitiva riguarda l’Europa. Nella sola Unione Europea, tra il 15 e il 30 per cento delle spedizioni di rifiuti potrebbe essere illegale. Il traffico internazionale di rifiuti pericolosi di origine comunitaria è stimato tra gli 1,5 e gli 1,8 miliardi di dollari annui, mentre nel caso dei rifiuti non pericolosi, con maggiore incertezza, UNODC riporta un minimo di 1,3 miliardi e un massimo di 10,3 miliardi. In quanto a merceologie oggetto di reato, l’Europa non è uniforme. La maggioranza dei casi relativi a smaltimento illecito di carburanti, terre di risulta, rifiuti cartacei e rifiuti sanitari riguarda l’Europa occidentale. In Nordeuropa prevalgono i traffici di batterie esauste, mentre l’Europa del Sud si caratterizza per i traffici di rifiuti miscelati impropriamente. L’Europa orientale è coinvolta soprattutto in traffici di veicoli a fine vita, pneumatici fuori uso, rifiuti tessili e catalizzatori chimici. Ma a prevalere, nell’intera Unione, sono i traffici di rifiuti plastici; a causa degli elevati costi di manodopera legati al trattamento, esportarli dall’Europa all’Asia è economicamente conveniente; prima di lasciare l’Europa i rifiuti plastici dovrebbero essere selezionati, ma a volte la selezione non viene compiuta. I distretti asiatici del riciclo della plastica lavorano soprattutto con rifiuti importati, e non lavorano grandi quantità di rifiuti provenienti dall’Asia stessa, essendo in questo continente carenti le raccolte differenziate. Sono stati identificati casi di traffico di rifiuti di plastica anche dall’Europa all’Africa e, negli ultimi anni, anche dall’Europa all’America Latina e ai Caraibi.
I driver dell’illegalità
Secondo l’analisi di UNODC i driver che spingono a commettere reati in materia di rifiuti sono di ordine principalmente finanziario. “Nell’UE”, riporta l’Ufficio delle Nazioni Unite, “si registra una crescente domanda di servizi di smaltimento illegale dei rifiuti a causa delle normative più severe in materia di rifiuti e dell’aumento dei costi dello smaltimento legale. Le aziende possono cercare di massimizzare i loro profitti riducendo i costi operativi, e lo smaltimento illegale dei rifiuti contribuisce alla riduzione di questi costi. Gli individui che commettono reati approfittano delle aziende sotto pressione finanziaria, e le imprese lesinano sui costi”.
UNODC denuncia un fenomeno di mercato che gli addetti del settore conoscono bene: “nel settore dei rifiuti, si è scoperto che è facile prevalere sui competitor che operano nella legalità offrendo opzioni di smaltimento che sono più economiche per la loro natura fraudolenta. Quando le attività illegali sottraggono profitti ai concorrenti legali, ciò può influenzare l’intero mercato dei rifiuti, compresi gli impianti di riciclaggio legittimi. Alcune stime affermano che lo smaltimento illegale dei rifiuti può comportare un risparmio sui costi del 200-300% per il produttore di rifiuti rispetto ai metodi di smaltimento corretti”.
Le due strutture criminali che minano l’Economia Circolare
UNODC sfata il mito che la criminalità nel settore dei rifiuti sia solo in mano alla criminalità organizzata. Buona parte dei reati sono compiuti da aziende legittime ed autorizzate, che scelgono di violare la legge per massimizzare i profitti.
“Nel traffico dei rifiuti la criminalità organizzata opera usualmente in modo strettamente gerarchico, con catene di comando centralizzate”, riporta UNODC. “È proprio la centralizzazione a permettere una gestione illegale che coinvolge l’intero ciclo del rifiuto”. Raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento, perfettamente coordinati per eludere tracciabilità e controlli.
Quando i traffici sono originati da aziende autorizzate che cercano la massimizzazione del profitto, il modus operandi è differente. “Le strutture del crimine sono più flessibili, composte da catene decentralizzate di individui, aziende e gruppi delinquenziali. È la struttura più efficace quando i crimini sono transfrontalieri”. È il classico meccanismo dello “scarica-barile”, dove responsabilità e perimetri di vigilanza si confondono e a regnare sono le zone grigie.
I punti deboli del sistema
I trafficanti di rifiuti professionisti corrompono sistematicamente i pubblici ufficiali incaricati dei controlli, guadagnano terreno quando le fluttuazioni di mercato mettono in difficoltà le aziende, e si adattano abilmente a nuovi metodi operativi e logiche di rendicontazione in accordo con l’evoluzione delle norme e delle politiche di controllo. Molto spesso, i criminali dei rifiuti riescono a prosperare grazie alla loro capacità di infiltrare la politica locale e il settore pubblico.
A facilitare i delitti riguardanti i rifiuti, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite, sono “le lacune normative, la carenza di enforcement, la mancanza di tracciabilità e le pene troppo lievi”. Ma non solo. Nel caso dell’Unione Europea, UNODC ha rilevato che “quando a gestire questo tipo di reati è personale generalista, ossia esponenti delle forze dell’ordine, pubblici ministeri e giudici che si occupano anche di altri reati, si riscontra una carenza delle competenze necessarie per affrontare efficacemente la complessità dell’ambito di riferimento, che è di natura altamente tecnica. Esistono vantaggi e svantaggi nell’impiego di autorità ambientali specializzate o agenzie di protezione ambientale per la gestione di diversi tipi di reati che incidono sull’ambiente, compresi i reati riguardanti i rifiuti ambientali; ma questi enti regolatori spesso non dispongono di poteri investigativi e non possono operare indipendentemente dalle forze dell’ordine. Specularmente, le autorità di contrasto possiedono poteri investigativi ma non hanno conoscenze specialistiche in materia di reati ambientali. Se le autorità competenti non collaborano, il personale incaricato delle indagini non riesce a identificare facilmente i crimini e ha difficoltà nel raccogliere le prove che sono essenziali per un’azione penale efficace”.
Le proposte di UNODC per salvare l’Economia Circolare
L’analisi compiuta dall’Ufficio delle Nazioni Unite sfocia in sei punti programmatici:
- Tracciabilità dei rifiuti: Monitorare i rifiuti dalla produzione allo smaltimento è fondamentale per contrastare l’illegalità. A tal fine, sono essenziali la cooperazione intra-nazionale e internazionale, l’armonizzazione delle definizioni e linee guida previsti dalla Convenzione di Basilea e il rafforzamento degli obblighi di rendicontazione. L’uniformazione degli standard minimi sulle infrazioni può inoltre semplificare l’applicazione della legge nei casi transfrontalieri.
- Responsabilità aziendale: Le imprese devono rendere conto della propria gestione dei rifiuti. Occorre valutare l’efficacia degli schemi di reporting volontario al fine di potenziarli. La responsabilità penale delle persone giuridiche va associata a sanzioni adeguate. Per i grandi recidivi o i soggetti legati alla criminalità organizzata, la Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale organizzato offre strumenti investigativi aggiuntivi.
- Controllo alle esportazioni: I paesi esportatori devono impedire la partenza di spedizioni illegali di rifiuti dai propri porti. È opportuno aggiornare l’azione investigativa contro la corruzione dei funzionari doganali. Occorre incrementare i controlli a monte, in fase di esportazione, anziché lasciare il maggior onere di controllo alle ispezioni all’arrivo.
- Supporto ai paesi a basso e medio reddito: La comunità internazionale dovrebbe sostenere i paesi privi di capacità adeguata per gestire in sicurezza rifiuti pericolosi e/o materiali riciclabili, tenendo conto delle economie informali esistenti e dei mercati del riuso. Al traffico interno di rifiuti va riservata almeno la stessa attenzione dedicata al traffico internazionale.
- Comunicazione normativa: È cruciale diffondere tempestivamente gli aggiornamenti alle normative sull’importazione tra gli Stati e le organizzazioni competenti, per accrescere la consapevolezza dei quadri regolatori e adattarsi ai cambiamenti del mercato.
- Armonizzazione dei dati: Esistono piattaforme per migliorare la raccolta e l’analisi dei dati, ma sono necessari maggiori interventi di capacity-building da parte delle organizzazioni internazionali per incrementare la rendicontazione. I nuovi modus operandi del crimine legato ai rifiuti devono essere condivisi più efficacemente tramite meccanismi rafforzati di scambio informativo.
Un dibattito che in Italia è molto caldo
Il contesto italiano è marcato dal dramma della Terra dei Fuochi, da una conclamata presenza della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti, e dalla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per non essere stata in grado di contrastare la Terra dei Fuochi nonostante il governo fosse perfettamente a conoscenza dei dettagli del fenomeno. È quindi naturale che, nel nostro paese, il dibattito sui reati legati ai rifiuti sia incandescente. Il cosiddetto decreto “Terra dei Fuochi”, entrato in vigore nel 2025 come risposta alla condanna della Corte Europea, estende la gamma dei delitti ambientali ed inasprisce le pene, con modalità che, in qualche caso, le associazioni di categoria degli operatori considerano draconiane.
È in questo quadro che si inserisce l’iniziativa che il 25 marzo 2026, presso la Sala Colucci di Confcommercio Milano, ha riunito attorno allo stesso tavolo recuperatori, raccoglitori, consorzi di produttori, rappresentanti dell’industria, operatori della distribuzione, giuristi penalisti e rappresentanti istituzionali. Il convegno, promosso da Assorecuperi in collaborazione con SAFE, Hub Italiano dei Consorzi per le Economie Circolari, era intitolato “Le riforme in materia di rifiuti: dal decreto Terra dei fuochi al nuovo regime EPR per i tessili”. La seconda sessione del convegno, che era interamente dedicata al nuovo sistema sanzionatorio in materia di rifiuti, si è aperta con i saluti del Senatore Adriano Paroli, membro della Commissione “Ecomafie”, e dell’Ing. Luca Proietti, Direttore Generale per l’Economia Circolare e le Bonifiche del MASE. I lavori hanno poi visto gli interventi dell’avv. Matteo Riccardi, penalista della Camera Penale di Milano, sulla riforma dei reati in materia di rifiuti e il suo raccordo con la direttiva europea 2024/1203; dell’avv. Mara Chilosi sulla responsabilità degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001; dell’avv. Marcella Vulcano sulla responsabilità condivisa lungo la filiera e le misure di prevenzione antimafia.
Tiziano Brembilla, Presidente di Assorecuperi, ha inquadrato il senso dell’iniziativa con un’efficace metafora: “La filiera dei rifiuti è un sistema interconnesso: quando un anello cede, gli effetti si propagano a tutta la catena. Lo abbiamo visto in altri momenti critici del settore, e lo vediamo oggi, in una fase in cui le riforme si sovrappongono, i decreti attuativi tardano e gli operatori si trovano a fare scelte operative di fronte a prospettive complesse e con alti gradi di incertezza. Il nostro compito, come associazione, è fare in modo che chi lavora correttamente abbia gli strumenti per dimostrarlo, e trovi le giuste bussole per orientarsi negli scenari che si stanno aprendo, cogliendone legittimamente le opportunità”.
Il convegno era co-organizzato da SAFE-Hub delle Economie Circolari, società consortile che riunisce consorzi di produttori attivi nei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore di RAEE, Pneumatici, Batterie e Tessili. “Il rispetto della norma non è un punto di arrivo, è un prerequisito” ha commentato il direttore di SAFE Giuliano Maddalena alla conclusione del convegno. “Oltre di esso, quello che stiamo cercando di costruire, insieme ai produttori consorziati, alla filiera e alle istituzioni, è un sistema in cui ogni anello è tracciato, verificabile, parte riconoscibile di un ciclo che sia realmente in grado di generare risultati ambientali. L’EPR tessile, così come il rafforzamento del quadro sanzionatorio in campo ambientale, sono riforme che vanno in questa direzione e pertanto noi le sosteniamo. Ma perché producano i risultati attesi e non provochino derive controproducenti, è indispensabile insistere nel cammino della comprensione reciproca: comprensione delle norme, da parte degli stakeholder che operano nei nuovi scenari; comprensione delle condizioni di lavoro degli stakeholder, da parte delle istituzioni”.






