Futuro incerto ma circolarità prevedibile
Guerra commerciale, corsa alle materie prime, World Uncertainty Index ai massimi storici. In questo quadro l'Economia Circolare ha una traiettoria di crescita altamente prevedibile, perché ad accelerarla sono proprio le turbolenze. Non tutte le filiere circolari cresceranno, però. Giuliano Maddalena indica quali prospereranno e perché, e mette in guardia dal rischio di bolle speculative. Leggi l'editoriale.
di Giuliano Maddalena – Direttore di SAFE – Hub delle Economie Circolari
Federico Fubini, in un editoriale pubblicato il 9 marzo sul Corriere, la chiama “Prima guerra globale”. Stato di guerra endemico, con circa 50 paesi direttamente coinvolti, ma senza coalizioni rigidamente contrapposte. “Rivalità a volte fluide e à la carte”, dove “ciascuno dei focolai si rivela incredibilmente difficile da sedare e spegnere definitivamente”. L’economista Jeffrey Sachs, ex Direttore dell’Earth Institute alla Columbia University, invece, ha appena rilasciato un’intervista dove argomenta che, “probabilmente”, la terza guerra mondiale è appena iniziata (dice “probabilmente”, perché esiste ancora la possibilità che venga contenuta sul nascere); Sachs però, usando categorie simili a quelle citate da Fubini, afferma che di sicuro siamo già nel mezzo di una “guerra globale”. Il confronto militare, va da sé, si inscrive nel quadro di una guerra commerciale e di una disperata corsa all’approvvigionamento di risorse energetiche e materie prime.
In questa epoca quasi nulla si può pianificare con fiducia. Il World Uncertainty Index ha toccato picchi mai visti e gli analisti reputano altamente probabile, entro i prossimi dieci anni, uno shock economico-finanziario di grande magnitudine e/o un conflitto militare di vasta scala. Ma in Europa l’Economia Circolare, comunque vada, è destinata a crescere, così come gli altri settori legati alla transizione energetica. Non perché l’Economia Circolare sia immune dalle turbolenze. Ma perché le turbolenze stesse (i conflitti, le crisi di approvvigionamento, la corsa alle materie prime) stanno funzionando, paradossalmente, da acceleratori. E quando un trend è alimentato contemporaneamente dalla necessità strategica e di mercato, dalla pressione normativa e dall’innovazione tecnologica, la sua traiettoria diventa difficile da invertire.
Indipendenza energetica ed Economia Circolare sono strettamente collegate, perché l’exploit delle principali tecnologie di energia alternativa ai combustibili fossili incrementerà in modo esponenziale la domanda e il prezzo dei minerali critici generando un gigante driver di mercato per lo sviluppo del riciclaggio. L’Unione Europea, trovandosi in una condizione particolarmente vulnerabile per la sua scarsità di materie prime, sta governando e preparando transizione energetica e scenario circolare per mezzo di una riforma normativa ed industriale implementata a tappe forzate. Il concetto di autonomia strategica, ormai promosso quasi unanimemente dalle forze politiche comunitarie, non va confuso con l’autarchia prebellica ed isolazionista di memoria mussoliniana. Nel caso attuale non si mira a perseguire l’autosufficienza, “escludendo l’esterno”, ma ad incrementare l’indipendenza economica per mezzo della resilienza (mantenere il proprio asse di equilibrio nonostante impatti, traumi ed incertezze).
Un percorso lineare? Assolutamente no. L’industria comunitaria esige equilibrio e neutralità tecnologica, come nel caso dei motori endotermici, che possono essere preservati nel quadro degli obiettivi di decarbonizzazione grazie all’uso di biocombustibili (togliendo quote di mercato ai veicoli elettrici, che sono il driver principale della domanda di minerali critici). Il governo italiano punta a contenere l’emergenza assicurandosi un adeguato approvvigionamento di gas, e non sta dando priorità all’energia rinnovabile (rallentando uno degli elementi chiave della transizione). Il nostro paese, pur essendo campione europeo dell’Economia Circolare, nel periodo 2019-2023 ha registrato un calo degli investimenti privati in questo settore a causa di una combinazione di elementi congiunturali. Ma al di là delle fluttuazioni contingenti e delle fisiologiche istanze di bilanciamento il trend generale è segnato, sia per dinamica naturale del mercato che per effetto delle policies comunitarie.
Per l’Unione Europea, e anche per l’Italia, la circolarità è una questione esistenziale. La Commissione stima che entro il 2030 lo sviluppo dell’Economia Circolare possa ridurre del 15–20% la dipendenza dell’Unione dalle materie prime importate. L’Economia Circolare, in questa epoca storica, potrebbe costituire l’ago della bilancia tra sopravvivenza e default. Think tank ed analisti finanziari prevedono che in Europa, nei prossimi 5 anni, il ritmo di crescita del settore superi quello dell’industria satellitare ed aerospaziale, per consolidarsi entro 15 anni tra i settori leader dell’economia comunitaria.
Gli investitori e gli operatori del settore però vanno avvisati: alcune filiere circolari cresceranno e altre no. Quelle che si affermeranno e prospereranno, molto spesso, non sono quelle che oggi hanno la maggiore competitività commerciale; in virtù dei loro costi inferiori, gli operatori che si distinguono per poca trasparenza e scarso rispetto degli standard sociali ed ambientali continuano a prevalere in molti ambiti di mercato. Ma la valanga della tracciabilità e dei controlli di filiera spazzerà via presto questi fenomeni residuali.
Allo stesso tempo, occorre prestare speciale attenzione al rischio di bolle speculative, soprattutto in relazione ai modelli di business inventati a tavolino per “cavalcare l’onda”, che basano le loro intere prospettive di sviluppo sugli indicatori, a volte ingenui, presentati nei “round” dei fondi di investimento.






