Il recupero del fosforo? Un esperimento di sovranità materiale
L'Italia importa tra le 300.000 e le 400.000 tonnellate di fosforo l'anno, principalmente da Marocco e Algeria, e ne disperde oltre 130.000 nel ciclo antropico. Insostituibile per l'agricoltura e sempre più rilevante per le batterie di nuova generazione, il fosforo è oggi al centro di un progetto concreto: la Piattaforma Nazionale e il nuovo Database Nazionale del Fosforo. Raffaele Lupoli racconta lo stato dell'arte e le tecnologie di recupero più promettenti.
di Raffaele Lupoli
Per tanti usi è insostituibile e non rinnovabile. Se mancasse il suolo non sarebbe fertile e l’odierna produzione agricola intensiva e su larga scala non sarebbe possibile. Ma oltre che per i fertilizzanti, il fosforo trova applicazione negli additivi alimentari, nei detergenti, nel trattamento delle acque, in alcuni impieghi industriali e nelle batterie di nuova generazione al litio-ferro-fosfato e litio-manganese-ferro-fosfato.
Un elemento della tavola periodica (numero atomico 15 e come simbolo P) tutt’altro che irrilevante dunque. Al punto che sulla falsariga di quella europea l’Italia nel 2019 si è dotata di una “piattaforma”, promossa dal MASE nel 2019 e gestita da ENEA, che ha l’obiettivo di contribuire a raggiungere una maggiore autosufficienza nel reperimento di questa materia prima critica. Già, perché il fosforo figura nell’elenco dei 34 critical raw materials “di elevata importanza per l’economia dell’UE e ad alto rischio per quanto riguarda il loro approvvigionamento”.
Piattaforma e Database contro l’asimmetria informativa
L’11 marzo 2026, al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, un workshop sulla gestione circolare del fosforo ha rimesso al centro questo elemento poco visibile nel dibattito pubblico ma decisivo per diversi settore economici e per la transizione energetica. Il dibattito si è incentrato sul mercato, sulle tecnologie di recupero e sul nuovo Database Nazionale del Fosforo, uno strumento operativo finalizzato a favorire l’incontro tra domanda e offerta di fosforo recuperato. Il lavoro che attende le realtà aderenti alla Piattaforma italiana del fosforo – oltre 70 organizzazioni tra enti di ricerca, istituzioni pubbliche e private, aziende e terzo settore – è tutt’altro che semplice. L’Italia parte da una situazione di dipendenza quasi totale dalle importazioni: tra le 300mila e le 400mila tonnellate l’anno che arrivano in prevalenza dal Marocco Algeria e altri Paesi extraeuopei e oltre 130 mila tonnellate annue perdute nel ciclo antropico, vale a dire nella sua dispersione ambientale, specialmente in acque reflue e fanghi.
L’obiettivo ora è mettere in campo una politica industriale di recupero e la Piattaforma Nazionale del Fosforo è il soggetto che dovrà abilitare questo processo tramite “la condivisione di conoscenze, buone pratiche e soluzioni tecnologiche a supporto delle politiche di economia circolare” ha dichiarato Roberta De Carolis, referente scientifica della Piattaforma. Lo scambio di informazioni e la disponibilità di dati affidabili sui flussi sono indispensabili per creare un mercato del fosforo secondario e il ruolo del Database Nazionale del Fosforo è centrale per “individuare con maggiore precisione fabbisogni, flussi e potenzialità di recupero”. De Carolis chiarisce che il Database raccoglie informazioni su impianti di trattamento, utilizzatori, produttori di scarti e rifiuti contenenti fosforo, con l’obiettivo di facilitare un’analisi puntuale dei fabbisogni per qualità e quantità del prodotto. Uno strumento che aiuta a ridurre l’asimmetria informativa che oggi frena il mercato del fosforo recuperato: chi produce residui ricchi di fosforo spesso non incontra chi potrebbe usarli, o non lo fa con specifiche tecniche e garanzie sufficienti.
Un fattore di pressione per gli ecosistemi
Recuperare fosforo significa limitare la dispersione di un nutriente prezioso e contenere il prelievo di materia prima vergine. Ma significa anche ridurre un fattore di pressione sugli ecosistemi acquatici molto rilevante: l’eccesso di nutrienti nelle acque reflue e nei corpi idrici favorisce, infatti, eutrofizzazione e degrado della qualità ambientale. Anche Eurostat ricorda che i fertilizzanti al fosforo aumentano la produttività agricola ma, se usati in eccesso o gestiti male, contribuiscono all’inquinamento da nutrienti. E la stessa Piattaforma, nel suo report 2024, sottolinea che i benefici futuri di una gestione sostenibile del fosforo andranno misurati sia nell’uso della materia seconda sia nella riduzione della dispersione nell’ambiente.
Sul piano economico, il vantaggio è altrettanto evidente: meno dipendenza estera significa meno esposizione a shock geopolitici, logistici e di prezzo. Nel 2024 il prezzo della roccia fosfatica marocchina ammontava a 152,5 dollari per tonnellata FOB (Free on Board o Franco a bordo: indica il prezzo di una merce caricata sulla nave nel porto di partenza), dopo una forte riduzione seguita ai picchi della crisi geopolitica 2022-2023. Stando alla stima prudenziale dell’import di circa 300mila tonnellate annue, il valore del fosforo giunto in Italia è di circa 45,75 milioni di dollari l’anno per la sola materia prima, prima di trasporto, trasformazione e costi lungo la filiera. Questo senza considerare che l’Italia importa anche fertilizzanti e intermedi diversi dalla roccia fosfatica.
Ma il costo forse più rilevante legato alla scarsa autonomia italiana è la perdita di valore interno. Ogni tonnellata di fosforo che finisce dispersa nei fanghi non valorizzati, nei rifiuti organici non trattati o nelle acque reflue senza recupero è una tonnellata che l’Italia ricompra all’estero. In questo senso la circolarità del fosforo non è solo una misura ambientale: è una forma di sostituzione delle importazioni e, in prospettiva, una politica di resilienza industriale.
Le strade del recupero circolare
Come funziona, in concreto, il recupero circolare del fosforo? Il principio è intercettare il fosforo presente nei flussi di scarto prima che venga perso e trasformarlo in un prodotto riutilizzabile. Le matrici principali sono quelle già emerse nel lavoro della Piattaforma e richiamate anche nel workshop al MASE: acque reflue urbane, fanghi di depurazione, digestati da processi anaerobici, ceneri di rifiuti biogenici e altri residui organici o agroindustriali. Le strade oggi considerate più promettenti sono il recupero negli impianti di depurazione esistenti, il processo termochimico da fanghi e scarti biogenici e il post-trattamento del digestato con produzione di struvite, un minerale in cristalli di generazione secondaria.
La struvite è una delle vie più note. Si forma facendo precipitare, in condizioni controllate, magnesio, ammonio e fosfato presenti in reflui o digestati; il risultato è un sale cristallino che può essere usato come fertilizzante a lento rilascio. Il workshop del MASE ha dedicato a questo filone un intervento specifico, “Progetto Struvite: post-trattamento del digestato con recupero di Struvite”, segno che la tecnologia è ormai considerata un tassello industrialmente rilevante della filiera circolare.
Un secondo filone è quello termochimico: durante il workshop è stato presentato il processo Charlene per il recupero di fosforo da fanghi di depurazione e altri scarti biogenici per via termo-chimica. Nei materiali della Piattaforma compaiono inoltre esperienze come il progetto Idro.Smart, in cui il fango essiccato viene sottoposto a pirolisi per produrre biochar e poi a lisciviazione per recuperare nutrienti; ENEA riferisce che da questo processo è stato ottenuto un precipitato contenente oltre il 90% del fosforo presente nel fango iniziale. È un passaggio importante, perché mostra come il recupero non significhi solo “togliere” fosforo da un refluo, ma rigenerarlo in forme concentrate e potenzialmente commerciabili.
Un terzo fronte riguarda la “rimozione e il recupero del fosforo in impianti di depurazione esistenti”, trasformando infrastrutture nate per depurare in infrastrutture capaci anche di recuperare materia. una soluzione che abbassa i costi di ingresso, accorcia i tempi e rende più realistica la scalabilità nazionale del recupero.
Un elemento di politica industriale
Quanto agli usi del fosforo recuperato, il primo sbocco resta quello del fertilizzante, perché il bisogno agronomico è il cuore della domanda. Ma non è l’unico. Come detto, sono possibili impieghi nei mangimi, nei detergenti, nel trattamento delle acque, in prodotti industriali e, in prospettiva crescente, in segmenti dell’elettronica e delle batterie. È proprio questa pluralità di sbocchi a dare valore economico alla chiusura del ciclo: il fosforo non è un rifiuto da neutralizzare, ma una materia che può rientrare in più catene del valore. Il problema però non è soltanto tecnologico: entrano in gioco norme sull’end of waste, standard di qualità, autorizzazioni, costi di trattamento, fiducia degli utilizzatori finali e convenienza economica rispetto ai prodotti importati. Proprio per questo la Piattaforma del Fosforo ha un ruolo di estremo rilievo: perché lavora contemporaneamente su tecnologia, mercato, policy e dati. Diventando una componente significativa della politica industriale, agricola e ambientale che prova a fare qualcosa di raro nelle politiche delle materie prime: passare dalla consapevolezza del rischio alla costruzione di strumenti operativi. Mappare i flussi, connettere chi produce e chi utilizza, individuare tecnologie pronte, rimuovere ostacoli normativi, misurare la vulnerabilità del mercato. In un Paese che dipende quasi del tutto dall’estero per una sostanza essenziale alla produzione agricola e a vari usi industriali, recuperare fosforo dai propri scarti non è più soltanto una buona pratica ecologica. È una forma di “sovranità materiale” dalla quale trarre esempio.






