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Ecoguard, antidoto alle terre dei fuochi nazionali ed estere

“Quando il modello Ecoguard® fu presentato pubblicamente, qualcuno ci accusò di voler andare oltre le nostre prerogative. Di fatti nessuno, nel settore rifiuti, andava così tanto a fondo nei controlli di filiera, e ancor meno quando le filiere avevano articolazioni estere (…)”. Scopri in questo articolo la genesi e le caratteristiche del modello.

“In Europa nessuno applica protocolli del genere!”. Il responsabile internazionale della sostenibilità di Philips, membro del comitato tecnico convocato per valutare e discutere il disciplinare Ecoguard®, non credeva ai propri occhi. Era il 2010 e alla riunione del comitato a Roma, oltre agli esponenti del consorzio ECOPED e all’ente di certificazione TÜV, co-sviluppatori di Ecoguard®, c’erano anche due professori dell’Università di Modena, alcuni riconosciuti esperti di sostenibilità e una giurista specializzata in diritto ambientale.

“Alcuni mesi dopo la validazione del comitato tecnico, quando il modello Ecoguard® fu presentato pubblicamente, qualcuno ci accusò di voler andare oltre le nostre prerogative. Di fatti nessuno, nel settore rifiuti, andava così tanto a fondo nei controlli di filiera, e ancor meno quando le filiere avevano articolazioni estere” racconta Leonardo Colapinto, manager di SAFE – Hub delle economie circolari. SAFE raggruppa i cinque consorzi di produttori ECOPED, Ridomus, Ecopower e Pneulife, e offre i suoi servizi di coordinamento delle filiere anche ad altri consorzi di produttori dei settori tessile ed imballaggi.

“Con gli anni, però, il nostro modo di vedere le cose è andato affermandosi a livello istituzionale” prosegue Colapinto. “L’Europa ha sposato i concetti di tracciabilità e controllo globale delle filiere e ha introdotto importanti novità normative in questa direzione. Nel 2021 l’adozione di Ecoguard® è stata raccomandata dal Ministero per la Transizione Ecologica al Centro di Coordinamento RAEE, che è l’organo di coordinamento al quale fanno riferimento i dodici sistemi collettivi di produttori di apparecchi elettrici ed elettronici”.

Secondo il Ministero i disciplinari di Ecoguard® “rappresentano l’evoluzione della gestione verso standard operativi che rendono virtuosa l’azione del sistema collettivo”.

Un lavoro dettagliato

Lo strumento prevede minuziosi e sistematici controlli su ogni singolo ritiro di RAEE, compiuti sommando l’accuratezza del lavoro umano alla potenza dei sistemi informativi di tracciabilità. Il disciplinare di Ecoguard® traccia e certifica ogni fase delle filiere RAEE, dal ritiro iniziale fino al trattamento finale, garantendo la salvaguardia e l’efficiente riutilizzo delle risorse naturali in nuovi cicli produttivi. In ambito SAFE, le procedure di controllo impegnano annualmente oltre 1.300 giornate-uomo di controlli documentali e di campo, che si aggiungono al lavoro dei verificatori e degli auditor indipendenti che ogni anno rinnovano, per ogni attore di filiera, verifiche reputazionali e audit documentali e di campo. “La metodologia Ecoguard®”, riferisce Colapinto, “è messa gratuitamente a disposizione di chiunque voglia utilizzarla”.

Attualmente Ecoguard® è applicato dai consorzi Ecoped e Ridomus sulle frazioni RAEE R1, R2 ed R3, ed è in corso una fase di adattamento del protocollo per applicarlo anche sulla frazione R4. Inoltre, per le filiere dei rifiuti tessili è stato sviluppato Ecoguard Textile®. “Ogni filiera ha caratteristiche ed elementi di rischio propri”, spiega il manager di SAFE, “quindi è importante disegnare sistemi di controllo che siano efficaci per la specificità di ogni singola frazione. Solo con questo grado di dettaglio e di impegno è possibile prevenire con efficacia gli smaltimenti illegali in Italia e all’estero”.

La genesi

Come è nata l’idea di sviluppare uno strumento del genere?

“Tutto nasce dagli studi di filiera e dalle analisi di campo realizzati preliminarmente all’elaborazione delle procedure di monitoraggio e controllo” rammenta Colapinto. “In quegli anni il fenomeno della Terra dei Fuochi era sotto gli occhi di tutti, ma ci si domandava poco che cosa accadesse con i rifiuti una volta spediti all’estero. Si era però parlato del caso di Mattel, la multinazionale statunitense che produceva giocattoli in Cina utilizzando plastiche non conformi agli standard di sicurezza europei. Le plastiche dei giocattoli avevano altissime concentrazioni di piombo e bromurati, a detrimento della salute dei bambini. Parallelamente Giuliano Maddalena, che già allora era direttore di Ecoped, visitava gli impianti italiani di recupero della plastica per valutarne l’idoneità, scoprendo che, nella maggior parte dei casi, la plastica derivata dai RAEE non veniva preselezionata accuratamente. I gestori degli impianti si limitavano a separare le componenti metalliche più facilmente smontabili, per poi accumulare la plastica impura in infinite distese di big bag che venivano affidate ai broker; poi questi broker, invariabilmente, mandavano tutto in Cina”.

“Associare questo fenomeno al caso Mattel non era difficile: le plastiche utilizzate dalla multinazionale per fabbricare i giocattoli erano, con ogni probabilità, plastiche secondarie non adeguatamente selezionate inviate in Cina dagli impianti di trattamento di tutta Europa. Per assicurarci che l’intuizione fosse giusta, contattammo dei giornalisti d’inchiesta inglesi, che ci mostrarono prove documentali, anche fotografiche, di quanto stava accadendo nel paese asiatico. La plastica secondaria, come ci immaginavamo, non veniva trattata adeguatamente; l’unico obiettivo dei trattamenti applicati era estrarre il rame, perché aveva un buon valore di mercato, e il resto veniva lasciato senza trattamento. In questi lavori di selezione del rame, veniva spesso impiegata manodopera minorile. Nel 2015 la Cina ha dovuto proibire le importazioni di plastica secondaria, perché la disponibilità nel proprio mercato di queste materie prime inadeguate e a bassissimo costo stava contaminando la sua intera produzione industriale, rovinando la reputazione globale dei prodotti made in China. Le esportazioni improprie di plastica secondaria continuano, ma ora anziché in Cina sono dirette alla Malesia e ad altri paesi industriali emergenti. Tra il 2008 e il 2010, nel quadro dei nostri studi preliminari, verificammo anche che parte dei RAEE veniva spedita direttamente in Africa, dove avveniva, e ancora avviene, l’estrazione dei metalli con più alto valore di mercato, mentre tutto il resto, includendo le componenti pericolose, viene abbandonato nell’ambiente. Fummo tra i primi a visionare le terrificanti immagini della discarica di rifiuti elettronici di Agbogbloshie ad Accra, in Ghana”.

Una scelta di campo

“Ci chiedemmo quindi se il compito di un consorzio fosse limitarsi a ricevere i contributi ambientali dai produttori e a pagare le fatture ai fornitori, oppure costruire, sorvegliare e qualificare filiere complete di vero riciclo, e per noi la risposta fu ovvia. Occorreva però assumerne le conseguenze, in termini di sforzo ed investimento. Perché le nostre intenzioni non rimanessero velleitarie costruimmo il sistema di regole e controlli ferrei, effettivi e tassativi oggi conosciuto con il nome di Ecoguard®”.

Non bisogna abbassare la guardia” avverte Leonardo Colapinto. “La necessità di strumenti come Ecoguard® è quanto mai attuale. Nel 2022 la Commissione Bicamerale Ecomafie ha riferito che circa il 40% dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) prodotti nel nostro paese non raggiunge impianti autorizzati, e ciò dà vita, tra le altre cose, a un imponente traffico internazionale di rifiuti che sfocia in sistematiche devastazioni ambientali nei paesi extraeuropei”.